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Il viaggio che cambiò il mondo, l’opera che cambiò il repertorio
Peter Sellars ricopre in Nixon in China un ruolo davvero triplice, e difficilmente si potrebbe immaginare un altro artista tanto profondamente identificato con quest’opera. Fu infatti lui a suggerire a John Adams il soggetto, intuendo le straordinarie potenzialità teatrali e simboliche dello storico viaggio di Richard Nixon nella Cina di Mao Zedong nel febbraio del 1972. Sellars ne curò poi la celebre messa in scena originale, destinata a diventare un punto di riferimento del teatro musicale contemporaneo, e, in questa registrazione della ripresa al Metropolitan Opera di New York del 2011, è anche il regista televisivo della trasmissione in alta definizione. Questa triplice presenza conferisce alla produzione una rara unità artistica: la visione drammaturgica iniziale si ritrova intatta nella realizzazione scenica e persino nel linguaggio cinematografico con cui lo spettacolo viene tradotto sullo schermo.
Quando Sellars propose il progetto a John Adams, il compositore californiano, nato nel 1947, era già una delle figure più interessanti della nuova musica americana. Proveniente dall’esperienza minimalista ma deciso a superarne i limiti, Adams aveva sviluppato un linguaggio personale capace di fondere pulsazione ritmica, ricchezza armonica e un forte senso teatrale. La proposta di raccontare in musica un evento politico tanto recente appariva, all’epoca, quasi provocatoria: la distanza storica era minima e i protagonisti erano ancora vivi. Eppure proprio questa apparente mancanza di prospettiva consentiva agli autori di interrogarsi non tanto sulla cronaca quanto sul modo in cui la storia si trasforma immediatamente in mito. (1)
Nixon in China non rappresenta un episodio isolato nella produzione del compositore. Adams tornerà infatti più volte a confrontarsi con eventi storici e politici del Novecento, dimostrando un interesse costante per il rapporto fra individuo, potere e responsabilità morale. Basti pensare a The Death of Klinghoffer (1991), ispirata al dirottamento della nave da crociera Achille Lauro, oppure a Doctor Atomic (2005), incentrata sulla figura del fisico Robert Oppenheimer e sulla nascita della bomba atomica. In tutte queste opere il compositore evita accuratamente qualsiasi giudizio semplicistico, preferendo esplorare le ambiguità dei protagonisti e le contraddizioni della storia.
La decisione di Richard Nixon di recarsi in Cina fu interpretata da Peter Sellars come una mossa insieme cinica e rivoluzionaria: da un lato un calcolo politico destinato a rafforzarne l’immagine interna, dall’altro un gesto destinato a modificare profondamente gli equilibri geopolitici mondiali. Per trasformare questo materiale in teatro fu coinvolta la poetessa e pastora anglicana Alice Goodman, autrice di un libretto straordinariamente raffinato. Piuttosto che limitarsi alla ricostruzione documentaria, Goodman utilizza il linguaggio della poesia per scavare nell’interiorità dei personaggi, mostrando uomini e donne intrappolati nei rispettivi ruoli pubblici. Nixon, pur guardato con evidente diffidenza dagli autori, emerge così come una figura sorprendentemente umana, divisa fra ambizione, insicurezza e desiderio di lasciare un segno nella storia.
L’originalità dell’opera risiede anche nella capacità di trasformare un evento politico in una riflessione universale sulla memoria, sulla rappresentazione del potere e sulla fragilità dell’essere umano. I protagonisti, progressivamente, smettono di essere semplici figure storiche e diventano individui che riflettono sul proprio passato, sui sogni perduti e sul peso delle proprie scelte. È soprattutto nel terzo atto che la partitura abbandona il tono ironico e celebrativo iniziale per assumere una dimensione lirica e malinconica di grande intensità.
Sul piano musicale Adams realizza una delle sue partiture più riuscite. L’orchestra, ampliata con una nutrita sezione di sassofoni, numerose percussioni e sintetizzatore, produce un suono modernissimo senza mai risultare artificioso. Il minimalismo costituisce soltanto il punto di partenza: ai processi ripetitivi si intrecciano richiami al neoclassicismo di Stravinskij, suggestioni jazzistiche, colori da musical americano e improvvise aperture liriche che conferiscono alla partitura una straordinaria varietà. Il risultato è una musica continuamente in movimento, capace di sostenere il ritmo serrato della narrazione e, nello stesso tempo, di soffermarsi nei momenti più introspettivi con una sensibilità quasi pucciniana.
I personaggi sono delineati con rara efficacia. Nixon, affidato a un baritono, alterna enfasi retorica e sincera vulnerabilità; Pat Nixon, soprano lirico, rappresenta probabilmente il cuore emotivo dell’opera, grazie a pagine di intensa poesia come l’aria “This is prophetic!”. Henry Kissinger, basso, assume spesso i tratti caricaturali del basso buffo, contribuendo alle numerose sfumature satiriche del libretto. Sul fronte cinese, Mao è un tenore quasi visionario, costantemente sospeso fra lucidità e delirio ideologico; la moglie Chiang Ch’ing, soprano di coloratura, domina la scena con una vocalità acrobatica e aggressiva che diventa perfetta metafora della sua fanatica determinazione; infine il premier Zhou Enlai, baritono, conclude l’opera con uno dei finali più commoventi del teatro contemporaneo, interrogandosi su ciò che davvero rimane degli avvenimenti storici.
Alla prima rappresentazione, avvenuta a Houston nel 1987, Nixon in China divise profondamente la critica. Molti osservatori considerarono l’opera una curiosità destinata a un rapido oblio, ritenendo impossibile che un soggetto tanto legato all’attualità potesse entrare stabilmente in repertorio. Il tempo ha invece dimostrato l’esatto contrario. Nel corso dei decenni l’opera è stata ripresa nei maggiori teatri internazionali, imponendosi come uno dei capolavori del teatro musicale contemporaneo. La produzione del Metropolitan Opera del 2011 rappresenta in questo senso una vera consacrazione: un titolo nato come provocazione intellettuale entra definitivamente nel repertorio di una delle istituzioni liriche più prestigiose del mondo.
Sul podio siede lo stesso John Adams, interprete ideale della propria musica. La sua direzione privilegia chiarezza, precisione ritmica e trasparenza orchestrale, evitando qualsiasi pesantezza. L’orchestra del Metropolitan risponde con eccezionale brillantezza, mettendo in luce tanto l’energia motoria della partitura quanto le sue improvvise zone di sospensione lirica.
La regia di Sellars conserva intatta la propria forza visionaria. Pur evitando qualsiasi aggiornamento forzato, lo spettacolo mantiene una sorprendente attualità grazie alla lucidità con cui mette in scena il rapporto fra politica, propaganda e spettacolarizzazione mediatica. Le scene di Adrianne Lobel ricreano ambienti essenziali ma fortemente evocativi, mentre le celebri coreografie di Mark Morris rappresentano uno degli elementi più memorabili della produzione. I balletti ispirati alle coreografie rivoluzionarie promosse da Madame Mao riescono infatti a fondere ironia, inquietudine e rigore stilistico, trasformando un episodio apparentemente folkloristico in un’acuta riflessione sul controllo ideologico esercitato attraverso l’arte.
Nel cast spicca la presenza di James Maddalena, unico superstite della compagnia originale e creatore del ruolo di Nixon. Dopo venticinque anni è inevitabile cogliere qualche segno di affaticamento vocale, ma la sua conoscenza del personaggio resta impareggiabile e la forza dell’interpretazione teatrale compensa ampiamente qualche limite sul piano strettamente vocale. Janis Kelly restituisce con grande sensibilità una Pat Nixon semplice e autentica, lontana dagli stereotipi della first lady. Robert Brubaker disegna un Mao allucinato e quasi profetico, più filosofo visionario che uomo politico. Kathleen Kim affronta con impressionante sicurezza le vertiginose difficoltà della parte di Madame Mao, sfoggiando una coloratura tagliente e spettacolare. Russell Braun conferisce a Zhou Enlai un’intensa nobiltà malinconica, culminante nel celebre monologo conclusivo, mentre Richard Paul Fink si diverte a tratteggiare un Kissinger ironico e volutamente sopra le righe, quasi un moderno basso buffo.
La ripresa video, curata dallo stesso Sellars, dimostra quanto il regista conosca perfettamente il ritmo interno dello spettacolo. I movimenti di macchina accompagnano la narrazione senza mai risultare invasivi, alternando efficacemente campi lunghi che valorizzano la composizione scenica e primi piani che catturano le più sottili sfumature espressive dei cantanti. È una regia televisiva che non tradisce il teatro ma, al contrario, ne amplifica le potenzialità.
L’edizione è proposta sia in DVD sia in Blu-ray, scelta particolarmente apprezzabile perché permette di valorizzare al meglio la qualità della registrazione video e sonora. Fra i contenuti extra meritano una menzione speciale le interviste realizzate da Thomas Hampson. Sono contributi intelligenti e ricchi di spunti, ma quella con Peter Sellars è senza dubbio la più affascinante: il regista, con l’entusiasmo inesauribile e la curiosità quasi adolescenziale che lo contraddistinguono, racconta la genesi dell’opera e offre preziose chiavi di lettura per comprenderne il significato profondo.
Questa produzione del Metropolitan non costituisce soltanto un’eccellente testimonianza di uno spettacolo ormai storico, ma rappresenta anche il modo migliore per accostarsi a uno dei grandi capolavori dell’opera contemporanea. A quasi quarant’anni dalla sua prima rappresentazione, Nixon in China continua infatti a interrogare il pubblico sul rapporto fra storia, politica, memoria e rappresentazione, dimostrando come il teatro musicale possa affrontare il presente con la stessa profondità con cui, per secoli, ha raccontato i miti e le grandi tragedie del passato.
(1) Atto I. L’aereo presidenziale arriva a Pechino, accolto dalle Guardie Rosse. Nixon, la moglie Pat e gli altri ospiti vengono accolti da Chou En-Lai, al quale Nixon confida l’importanza storica di questo incontro. Nello studio di Mao avviene l’incontro tra i due presidenti, dove Nixon fatica a seguire i discorsi politici di Mao, pieni di fantasia. La sera stessa si festeggia con un banchetto l’incontro tra i due presidenti.
Atto II. La moglie del presidente Pat fa visita al personale dell’albergo nel quale alloggia, assieme alla moglie di Mao, Chiang Ch’Ing, che la conduce poi in una scuola e alla Porta della Longevità. La giornata si conclude al teatro dell’Opera, dove i Nixon assistono a un balletto, Il distaccamento comunista delle donne, troppo realistico per i loro gusti, tant’è che i due cercano di difendere la ballerina frustata quasi a morte. Il popolo tenta una sommossa, e Chiang arringa gli spettatori.
Atto III. Durante l’ultima notte a Pechino, tutti sono molto stanchi e provati. Nixon ricorda il servizio militare prestato in guerra sulla nave, e la moglie ricorda cosa per lei sia stato attenderlo; Mao ricorda la sua storica Lunga Marcia, mentre la moglie invano tenta di strapparlo a questi ricordi politici. Chou En-Lai alla fine canta «I am an old man and I cannot sleep», interrogandosi se c’è stato qualcosa di buono in questo incontro.
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- Nixon in China, Dudamel/Carrasco, Parigi, 7 aprile 2023
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