The Great Tamer

Dimitris Papaioannou, The Great Tamer

Parigi, Théâtre de la Ville, 21 marzo 2018

Il grande domatore: il teatro delle metamorfosi

Dimitris Papaioannou costruisce un teatro senza parole, dove corpi, mito e storia dell’arte si fondono in immagini di straordinaria forza visiva. Il grande domatore è un viaggio onirico tra nascita, morte e metamorfosi, in cui il tempo diventa il vero protagonista. Uno spettacolo ipnotico che sfugge a ogni definizione e lascia un’impronta profonda nella memoria dello spettatore.

«Ho nella memoria visiva le statue a pezzi, i fregi a bassorilievo, le colonne di marmo bianco e le nudità delle divinità dell’Olimpo», racconta il coreografo, regista e artista visivo greco Dimitris Papaioannou. È una dichiarazione che contiene già l’essenza del suo teatro: un universo costruito sulle rovine della classicità, dove il corpo umano diventa materia plastica, scultura vivente e paesaggio. Ai suoi spettacoli è difficile incollare un’etichetta. Balletto? Teatro fisico? Performance? Installazione in movimento? Mise en espace di immagini e concetti? Ogni definizione finisce per restringere un linguaggio che vive proprio nella contaminazione tra le arti e nella continua trasformazione della scena.

Ancora più difficile è raccontare a parole uno spettacolo che della parola fa deliberatamente a meno. Papaioannou affida tutto alle immagini, ai corpi, ai gesti, alla composizione dello spazio. I suoni sono quelli delle rarefatte note del Danubio Blu di Johann Strauss, rallentate, deformate ed elaborate elettronicamente fino a diventare quasi un ricordo lontano, che si alternano ai rumori amplificati dei passi, delle pietre che si spostano, dell’acqua che scorre invisibile sotto la superficie. La scena è un grande pendio composto da lastre grigie, un terreno arido e minerale che continuamente si apre e si richiude, rivelando anfratti, pozzi, sorgenti, cavità dalle quali emergono o scompaiono i performer. È una terra viva, instabile, che sembra respirare insieme ai corpi.

«Credo che il corpo umano, in quanto veicolo di percezioni, sia l’unità di misura dello spazio e anche un potente medium attraverso cui comprendere ciò che ci circonda. L’interazione tra i corpi umani, gli oggetti e lo spazio organizzato rappresenta per me il veicolo di comprensione del mistero dell’esistenza», spiega l’artista. In effetti, è proprio il corpo a essere il centro della sua poetica. Non racconta storie nel senso tradizionale del termine, ma costruisce una successione di apparizioni, metamorfosi e tableaux vivants in cui il corpo si smembra, si ricompone, si fonde con altri corpi o con gli oggetti, fino a diventare altro da sé.

Non sappiamo dove siamo né in quale epoca. Potrebbero essere i primordi dell’umanità, quando l’uomo cerca ancora il proprio posto in un mondo ostile e senza coordinate. Oppure il futuro remoto di un pianeta ormai devastato, sul quale due astronauti recuperano dalla terra il corpo di un uomo sepolto vivo, come ultimi archeologi della specie umana. Papaioannou non offre mai risposte univoche. Ogni immagine resta aperta, sospesa tra mito, fantascienza, sogno e memoria collettiva.

Le scene si susseguono secondo una logica che sfida la razionalità ma non appare mai arbitraria. Piuttosto, assomigliano ai meccanismi del sogno, dove ogni immagine genera la successiva attraverso associazioni misteriose. E lungo tutto il percorso riaffiorano continui riferimenti alla storia dell’arte occidentale. Si riconosce il Cristo morto del Mantegna nella prospettiva estrema di un corpo disteso; la Nascita di Venere di Botticelli in una figura che emerge lentamente dall’acqua; la Lezione di anatomia del dottor Tulp di Rembrandt nella dissezione simbolica di un corpo. Ma accanto alle citazioni pittoriche si affacciano le figure della mitologia greca: centauri, Narciso intento a contemplare la propria immagine, Cerere e Persefone nel loro eterno ciclo di morte e rinascita, Crono che tutto divora. Non sono semplici omaggi iconografici: Papaioannou assorbe queste immagini nella propria scrittura scenica, trasformandole in materia viva.

Il suo è un teatro che parla direttamente all’inconscio dello spettatore. Le immagini non chiedono di essere decifrate, ma attraversate. Si resta continuamente in bilico tra fascinazione e inquietudine. Un corpo emerge da una fessura della terra come una nascita; poco dopo quello stesso corpo viene trascinato, smontato, ricomposto in una creatura mostruosa fatta di arti appartenenti a persone diverse. Il confine tra umano e animale, tra vita e morte, tra bellezza classica e deformità si dissolve continuamente.

La precisione con cui ogni movimento è costruito è impressionante. Nulla appare casuale. I dieci performer sembrano ingranaggi di una macchina poetica perfetta, capaci di passare dall’acrobazia al gesto minimo, dalla forza fisica all’immobilità assoluta. Le illusioni sceniche, ottenute senza effetti tecnologici appariscenti, ricordano i numeri di prestigio: corpi che scompaiono, membra che sembrano staccarsi, figure che si trasformano davanti agli occhi dello spettatore. È un teatro dell’inganno, ma di un inganno dichiarato, che continuamente ci ricorda come ogni immagine sia costruzione e artificio.

Nel finale uno scheletro lentamente si disfa sotto i nostri occhi. Ogni osso perde la propria coesione fino a quando il teschio, ormai separato dal resto del corpo, rotola lentamente verso il bordo del palcoscenico e finisce tra i piedi degli spettatori della prima fila. È un’immagine di straordinaria semplicità e potenza. Il titolo, The Great Tamer, allude innanzitutto al tempo, l’unico vero domatore capace di piegare ogni cosa, cancellare ogni gloria, ridurre ogni corpo alla propria essenza. Ma richiama anche il mondo del circo, dove si alternano numeri di abilità, illusioni e creature impossibili. Anche la scena di Papaioannou è una pista popolata da acrobati e da esseri fantastici, nella quale il meraviglioso convive continuamente con il macabro.

Come tutta la sua produzione, anche questo spettacolo conferma Papaioannou come uno degli artisti più originali del panorama teatrale contemporaneo. La sua ricerca, profondamente radicata nella cultura greca ma aperta alle arti visive, alla danza e al teatro internazionale, costruisce un linguaggio personale e immediatamente riconoscibile. Le sue immagini continuano ad abitare la memoria molto tempo dopo la fine della rappresentazione, come frammenti di un sogno che non si riesce a raccontare completamente, ma che continua a interrogare chi lo ha vissuto.

Dopo aver attraversato i principali festival europei, The Great Tamer approda ora a Parigi, confermando il successo internazionale di una creazione destinata a diventare un classico del teatro contemporaneo. A settembre sarà finalmente ospite di TorinoDanza: un’occasione preziosa per rivedere uno spettacolo che sfugge a ogni classificazione e che, proprio per questo, merita di essere vissuto più che spiegato.