Agostino Piovene

Polidoro

96acd68e1c762e7067caf4eb53be76db.jpg

Matteo Pugliese, Extra mœnia, 2004 – Immagine scelta per la locandina dello spettacolo

Antonio Lotti, Polidoro

★★★★☆

Vicenza, Teatro Olimpico, 6 settembre 2018

Il gioco barocco delle doppie identità

Damnatio memoriæ. Non usa mezzi termini Franco Rossi sul programma di sala per definire l’atteggiamento della cultura musicale nei confronti dell’opera italiana sei-settecentesca. L’interesse per quella stagione gloriosa sembra essere quasi spento se si guarda alla saggistica sull’argomento, ma anche la proposizione di opere di quel periodo sulle scene dei teatri segna il passo, per lo meno in Italia dove i cartelloni ripropongono alla nausea i soliti venti titoli ottocenteschi e l’unico compositore del XVIII secolo sempre presente è Mozart.

Eppure, ogni tanto anche nel nostro paese, affetto dalla sindrome della memoria corta – in tutti i campi, incluso quello politico – qualcosa si muove e ogni nuova scoperta porta alla conferma del valore di compositori una volta incensati e ora negletti. È il caso di Antono Lotti del quale si riascolta il Polidoro, a trecentoquattro anni dalla presentazione ed è la prima volta in tempi moderni. Era infatti il carnevale del 1714 quando nel veneziano teatro Grimani andava in scena la sedicesima delle circa trenta opere messe in musica da quel figlio di “barcariol” nato nel 1667 e divenuto contraltista, poi organista e infine Maestro di Cappella a San Marco nel 1736, quattro anni prima di morire. Nel frattempo aveva frequentato, tra gli altri, Bach e Händel. La sua opera, in gran parte inedita e che include, oltre alle opere per il teatro, messe, cantate, oratorî e varia musica strumentale, è considerata la transizione dalla musica barocca a quella del periodo classico. La sua musica per la scena non ha la teatralità di Händel o l’imprevedibilità di Vivaldi, ma è comunque di ottima fattura.

Su testo di Agostino Piovene, la tragedia Polidoro viene suddivisa in cinque atti con ventun numeri musicali che, oltre alla sinfonia iniziale, comprendono arie solistiche, duetti e cori. Sette i personaggi impegnati nella vicenda, che si svolge nell’antica Grecia dopo la caduta di Troia: Polinestore, vecchio re di Tracia; la moglie Iliona, figlia di Priamo; Polidoro, fratello di Iliona, creduto Deifilo; Deifilo, figlio di Polinestore, creduto Polidoro e amante di Andromaca; Andromaca, vedova di Ettore e ora in Tracia; Pirro, figlio di Achille e ambasciatore dei Greci, anche lui innamorato di Andromaca; Darete, precettore dei due prìncipi Polidoro e Deifilo. Trattato anche da Virgilio nell’Eneide, il tema mitologico si concludeva con la tragica morte di Polidoro, mentre qui Piovene lo salva per farne un’esaltazione delle virtù di un nobile sovrano.

Iliona, figlia di Priamo, è moglie di Polinestore, re di Tracia. Con lei vivono il fratello Polidoro, di puro sangue troiano, quindi, e Deifilo, il figlio avuto da Polinestore. Iliona teme che i Greci intendano definitivamente annientare la sua stirpe uccidendone il fratello, perciò ha scambiato le identità del figlio Deifilo e del fratello Polidoro nella più tenera età. Essi ne sono entrambi ignari: Deifilo è cresciuto convinto di essere Polidoro, mentre Polidoro crede di essere il figlio di Polinestore. A corte si trova anche Andromaca, vedova di Ettore, e innamorata di Deifilo. La donna è schiava di Pirro, figlio di Achille, che giunge alla reggia in veste di ambasciatore dei Greci per chiedere l’appoggio di Polinestore nell’uccisione di Polidoro. Deifilo convince l’amico a prendere il suo posto, così da venire ucciso in vece sua e salvare così la continuità della stirpe troiana. Scoperto lo scambio, Iliona si trova a un bivio: svelare le vere identità del figlio e del fratello o lasciare che il vero Polidoro, salvandosi, possa vendicare la distruzione di Troia? Decide per la seconda soluzione e Polidoro sale al trono dopo aver fatto imprigionare e accecare Polinestore.

Come nell’Alcesti di Euripide (e poi nei lavori di Händel e Gluck) dove la sposa sacrifica la propria vita per salvare quella del marito Admeto, abbiamo la nobile gara al sacrificio tra Polidoro e Deifilo, qui esemplarmente contrapposta alla brama di potere dei cinici Polinestore e Pirro.

Francesco Erle, che ha diretto i diciotto elementi dell’Orchestra Barocca Vicenza in Lirica, ha dovuto affrontare un problema non da poco: il manoscritto della partitura conservato a San Pietro a Majella non riporta la cifratura del basso continuo, segno che probablmente fu lo stesso Lotti a dirigere il lavoro al debutto. La soluzione scelta da Erle, rinomato studioso dell’opera del Settecento, è stata quella di riinventare stilemi appartenenti alla musica sacra del Lotti per i numerosi e intensi recitativi e il risultato è stato eccellente: la scelta delle armonizzazioni e degli strumenti – particolarmente apprezzato l’utilizzo del fagotto – ha permesso di dare una seconda nuova vita a questo inedito capolavoro.

Non è stata facile neanche la scelta degli interpreti, se si pensa che per il ruolo titolare a Venezia era stato chiamato nientemeno che “il Senesino”: Polidoro ha infatti la bellezza di ben cinque arie solistiche, e tutte di grande impegno vocale, che culminano in «Vendetta mi grida | quell’ombra diletta», pagina irta di agilità di forza. Qui a disposizione c’è stata la sorpresa della serata, il controtenore Federico Fiorio, cantante che si era fatto notare nella Zenobia di Albinoni andata in scena pochi mesi fa al Malibran. Versione italiana di Philippe Jaroussky per la soavità del timbro e la facilità delle agilità, si confronta con il collega francese per il colore e per il temperamento con cui ha delineato il complesso personaggio e meritatissimi sono stati i fragorosi applausi che hanno accompagnato la sua performance. Controtenore è anche Deifilo, qui Danilo Pastore, apprezzato per il risultato espressivo con cui ha portato a termine la nobile aria «Se ti serbo al Trono e al Regno» del secondo atto rivolta a Polidoro («vivi amico, che più degno | sei di vivere di me»), i due duetti con l’amata Andromaca e il drammatico arioso in cui compare come ombra di sé stesso nell’atto quinto a chiedere vendetta: «Legge è del Ciel, che del misfatto indegno | paghi il reo Polinestore la pena. | Né ti stupir, che la dimandi il figlio». Terzo controtenore – sembra quasi di non essere in Italia… – per Pirro, qui sostenuto nella recita del 6 settembre da Luca Parolin che si è esibito con efficacia nelle sue due arie. Andromaca, oltre ai duetti di cui s’è detto, ha per sé altre due arie e quella che conclude il secondo atto, «Non vuol sangue, ma pianto quell’empio» ha una  superba linea melodica accompagnata da tutti gli strumenti in orchestra. La figura e la sicura vocalità di Maria Elena Pepi hanno dato un corpo a questo dolente personaggio con grande impegno. Le due arie di Darete hanno permesso di far apprezzare la bella voce dal timbro giustamente scuro di Patrizio La Placa. Una sola è l’aria con cui Iliona si esprime nel Polidoro, una pagina di “smanie” in cui la donna è combattuta tra l’amore per il figlio e quello del fratello («Come belva, cui rapita | sia la prole sua gradita»). Ma è soprattutto nei recitativi che il personaggio esprime il dramma e Anna Bessi ha egregiamente apportato il suo contributo. Anche Polinestore ha un solo numero solistico, ma si tratta di una lunga scena con cui si conclude il terzo atto, costituita da un drammatico recitativo («Mio figlio? Ah, iniqua donna! Tu il tradisti!») e aria («Eccole orribili») in cui il vecchio re scopre di aver fatto uccidere il proprio figlio Deifilo. Davide Giangregorio ha impersonato con autorevolezza il tiranno crudelmente punito dando prova di ottime capacità attoriali in una scena che il regista Cesare Scarton ha ideato come un drammatico flashback.

E veniamo dunque alla messa in scena del Polidoro. Di certo non si può dire che la storia della regia d’opera abbia avuto un apporto determinante da questo allestimento, ma i limiti imposti dalla cornice, il mitico Teatro Olimpico del Palladio con la sua scena fissa e la fragilità degli impianti (ma che acustica meravigliosa!), ha condizionato la lettura della vicenda e gli interventi sugli “attori” si sono concentrati sugli ingressi e le uscite utilizzando anche la gradinata per il pubblico. Per il resto in scena ci sono stati aggraziati movimenti di statuine settecentesche solo a tratti percorse da un qualche fremito di vita. Unica possibilità scenica è stata quella di sfruttare le due botole che si aprono nelle tavole di legno del palcoscenico per realizzare una spazialità meno limitata e compensata da opportuni giochi di luce, efficaci ma che avrebbero potuto essere più incisivi. Lo stesso si può dire dei costumi, disegnati da Giampaolo Tirelli che ha scelto modelli settecenteschi sontuosi e accuratamente realizzati, ma che potevano essere ancora più teatralmente fantasiosi, magari portando all’eccesso qualche particolare o scegliendo modelli di un’epoca completamente diversa.

Queste riflessioni non hanno comunque impedito al pubblico accorso numeroso a questa insolita prima di esprimere con prolungati e convinti applausi il gradimento per lo spettacolo. Si replica questa sera.

polidoro_gruppo_frons_ph_COLORFOTO_ARTIGIANA-1-1030x686

polidoro_fiorio_pepi_la_placa_ph_COLORFOTO_ARTIGIANA-1-733x1030

photo © Francesco Dalla Pozza

Annunci

Tamerlano

Georg Friedrich Händel, Tamerlano

★★★☆☆

Bruxelles, Théâtre Royal de la Monnaie6 febbraio 2015

(video streaming)

Da Stoccolma a Bruxelles, ma sempre minimalista

Vengono ripresi alla Monnaie gli spettacoli händeliani allestiti da Pierre Audi allo Slottsteater di Drottningholms nel 2002. Qui a Bruxelles essi si alternano: Tamerlano una sera e quella seguente Alcina.

Per entrambi quasi la stessa messa in scena, ancora più vuota quella del Tamerlano: se nella Alcina qualche quinta dipinta a fogliame e alcune casse occupavano il palcoscenico, qui c’è una sola sedia che funge da trono e da capestro e una prospettiva forzata di lesene il cui oro esce dal fondo nero in cui il tutto è immerso. L’abile gioco di luci di Matthew Richardson dà rilievo ai personaggi persi nel vuoto e ai loro costumi settecenteschi inizialmente dalle tinte attenuate e poi da colori più vivi.

Al minimalismo scenico si contrappone una recitazione piuttosto marcata che si sviluppa molto sul pavimento con continui accasciamenti dei personaggi. La regia appartiene alla collaudata maniera di Audi che, depurata di ogni scenografia, affida solo alla tensione fra i personaggi la drammatizzazione, ma in un’opera come questa, scura e di durata che supera le tre ore, la noia è sempre in agguato e non è certo l’eleganza dei movimenti da partita di scacchi con cui si muovono i personaggi a renderla emozionante. Poco comprensibili, anzi inopportune, sono poi alcune gag come quella del “colpo della strega” che colpisce la schiena del servo Leone.

Anche la direzione di Christophe Rousset risulta essenziale come le scenografie e latente di forza drammatica, ma la limitatezza delle dinamiche sembra una scelta per non mettere in difficoltà i cantanti che, soprattutto quelli maschili, non possono sfoggiare volumi vocali consistenti. Così infatti è per il Tamerlano di Christophe Dumaux, controtenore di temperamento e grande presenza scenica ma qui meno convincente del solito. Il limitato volume sonoro del Bajazet di Jeremy Ovenden lo porta a un eccesso di caratterizzazione con uso del parlato e passaggi di intonazione precaria. Da dimenticare il Leon di Nathan Berg. Meglio il reparto femminile con Sophie Karthäuser eccellente Asteria, non male Delphine Galou nei panni dell’Andronico che fu tenuto a battesimo dal Senesino nel 1724 ed efficace l’Irene di Anna Hallenberg.

Tamerlano

41y7kivl9qL

★★★☆☆

 

Domingo barocco

Anche se Tamerlano è il protagonista dell’omonimo poema di Marlowe (Tamburlaine the Great, 1590), è al Bajazete di Agostino Piovene e al Tamerlan ou La mort de Bajazet di Jacques Nicolas Pradon che bisogna ricondurre il libretto dello Haym per l’opera di Händel andata in scena nel 1724. Tra gli altri innumerevoli adattamenti in musica della vicenda, che sfruttava l’allora fascino per le turcherie, il più famoso e riuscito è quello di Vivaldi (Bajazet, 1735).

L’azione è ambientata a Prusa, capitale della Bitinia, nel 1403: Bajazet (Bayezid I), sultano turco, è stato sconfitto dall’imperatore tartaro Tamerlano (Timur Lenk) che lo tiene prigioniero nel suo palazzo. L’unica ragione di vita per Bajazet è il profondo affetto per la figlia Asteria, anch’essa prigioniera. La fanciulla ama riamata il principe greco Andronico, alleato del vincitore, ma di lei si è innamorato anche Tamerlano, destinato invece a sposare la principessa di Trebisonda, Irene. Dopo varie vicende alla fine Bajazet si avvelena per sottrarsi alla sua tirannia promettendo al despota di continuare a tormentarlo dagli inferi. Anche Asteria e Andronico progettano il suicidio, ma Tamerlano annuncia che sposerà Irene e lascerà Asteria e il trono di Bisanzio ad Andronico.

Tra le opere di Händel, Tamerlano è certo la più tragica: l’azione si svolge tutta nell’ambiente opprimente del palazzo del tiranno, senza diversioni pastorali o all’aria aperta. Il lieto fine che annuncia l’unione delle due coppie non cancella dalla memoria la morte di Bajazet. L’orchestra è meno ricca rispetto a quella dell’opera precedente Giulio Cesare (mancano trombe e corni), ma ha comunque una grande forza drammatica. Nell’aria di Irene «Par che mi nasca in seno» Händel impiega per la prima volta i clarinetti.

Nel 2008 il Teatro Real di Madrid ripropone il lavoro handeliano con profusione di mezzi. Messa in scena stilizzatissima di Graham Vick tutta in bianco a eccezione di alcuni costumi e all’elefante blu su cui arriva Irene. Le scene di Richard Hudson lasciano sempre vuoto il palcoscenico ad eccezione di un enorme piede che si appoggia a un globo (è l’arrogante potere di Tamerlano che schiaccia la Terra?). L’eleganza della messa in scena non è esente dallo stendere un velo di vaga noia sullo spettacolo di quasi quattro ore. A contrasto di tanto minimalismo è la gestualità manierata degli interpreti, soprattutto il Tamerlano della Bacelli che sembra rivolgersi a un pubblico di sordomuti per i gesti con cui accompagna ogni singola parola del suo canto.

Nel ruolo di Bajazet abbiamo l’eroica prestazione di Plácido Domingo. La sua voce è ancora sontuosa, ma chissà perché ci si aspetta sempre che da un momento all’altro intoni «Recondita armonia» o Granada… Comunque rende con grande espressione la scena del suicidio.

Stilisticamente adeguate Sara Mingardo come Andronico e Ingela Bohlin come Asteria. Paul Creesh dirige con diligenza la scura vicenda, ma l’orchestra è di strumenti moderni e si sente.

Negli extra contenuti nei due dischi un’intervista al direttore. Due tracce audio e sottotitoli in cinque lingue.