Dido and Æneas

Henry Purcell, Dido and Æneas

★★★★☆

Verona, Teatro Filarmonico, 28 marzo 2021

(video streaming)

La pandemia aguzza l’ingegno dei registi

Negli ultimi mesi i metteurs en scène sono riusciti a fare di necessità (le restrizioni dovute alla pandemia di Covid-19) virtù, utilizzando in maniera creativa lo spazio dei teatri privi di pubblico – che è sì una contraddizione, ma di questi tempi che cosa c’è di non contradditorio?.

È il caso ad esempio di Stefano Monti, che trasforma l’intero Teatro Filarmonico di Verona in un set per la rappresentazione in streaming di Dido and Æneas, l’unica opera del Seicento, dopo Monteverdi, regolarmente in repertorio ancora oggi in tutto il mondo.

Monti firma anche scene e costumi di questo allestimento che arriva da Modena e che è stato adattato alle nuove esigenze sanitarie. Le poltrone sono impacchettate alla Christo e modellini di navi poggiate sulla tela macchiata di azzurro trasformano la platea nel mare su cui si avventura Enea per fondare un impero ma abbandonando la sua Didone. I coristi sono distribuiti nel palchi, i cantanti sono a debita distanza (e non per l’imposizione degli dèi…) così come gli orchestrali nella buca allargata e alzata a livello del pavimento della platea.

Una pedana rossa sghemba e pochi elementi su fondo nero trasformano il palcoscenico nel palazzo della regina di Cartagine, scendendo in platea entriamo invece nella caverna delle streghe, mentre un piano inclinato e due torri di valigie ci portano tra i marinai che si preparano a salpare. Lo spettacolo ha una sua giusta sontuosità: ricchi ed evocativi costumi – anche per i coristi con gorgiera, poi con maschera per la scena delle streghe, quindi vestiti da marinaretti per il terzo atto –, numerosi figuranti che accennano a movimenti coreografici, gesti solenni e stilizzati, attento gioco di luci.

Giulio Prandi è alla testa di un’orchestra che non è avvezza a questo repertorio, ma riesce a ottenere un buon suono grazie anche alla bravura dei musicisti impegnati in momenti solistici. La precisone dell’attacco delle voci del coro è più che accettabile nonostante la dispersione spaziale. José Maria lo Monaco è una Dido dal bel legato e da intensità espressiva, Maria Grazia Schiavo è una efficace Belinda, Lucia Cirillo la crudele e invidiosa Sorceress, Federico Fiorio passa con nonchalance da First Witch a Spirit e Marta Redaelli ben completa il terzetto delle streghe. Come Æneas Renato Dolcini si riconferma cantante di eccezione che al magnifico timbro e allo stile impeccabile unisce colori e belle intenzioni interpretative. Anche il suo inglese suona migliore di quello degli altri.

Molto bello il finale: i coristi si ritraggono nei palchi, la sala piomba nell’oscurità e Didone, che è scesa in platea e ha attraversato il corridoio e il foyer, esce fuori dal teatro nel Lapidario Maffeiano e si accascia fra le colonne. Particolarmente angosciante il momento dei saluti finali in un silenzio assoluto. Impossibile abituarcisi.

L’opera di Purcell è stata preceduta a mo’ di prologo dalla cantata Giusti Numi che il ciel reggete di Niccolò Jommelli, per soprano, archi e continuo, qui affidata alla voce di Maria Grazia Schiavo che davanti al sipario semiaperto intona con intensità e senso del teatro il lamento di Didone ripartito in due arie e un recitativo-arioso centrale. Jommelli è autore di una Didone abbandonata in tre atti andata in scena in una prima versione nel 1747 al Teatro Argentina.


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