Tamerlano

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★★★★☆

 

Domingo barocco

Anche se Tamerlano è il protagonista dell’omonimo poema di Marlowe (Tamburlaine the Great, 1590), è al Bajazete di Agostino Piovene e al Tamerlan ou La mort de Bajazet di Jacques Nicolas Pradon che bisogna ricondurre il libretto dello Haym per l’opera di Händel andata in scena nel 1724. Tra gli altri innumerevoli adattamenti in musica della vicenda, che sfruttava l’allora fascino per le turcherie, il più famoso e riuscito è quello di Vivaldi del 1735.

L’azione è ambientata a Prusa, capitale della Bitinia, nel 1403: Bajazet, imperatore turco, è stato sconfitto dall’imperatore tartaro Tamerlano che lo tiene prigioniero nel suo palazzo. L’unica ragione di vita per Bajazet è il profondo affetto per la figlia Asteria, anch’essa prigioniera. La fanciulla ama riamata il principe greco Andronico, alleato del vincitore, ma di lei si è innamorato anche Tamerlano, destinato invece a sposare la principessa di Trebisonda, Irene. Dopo varie vicende alla fine Bajazet si avvelena per sottrarsi alla sua tirannia promettendo al despota di continuare a tormentarlo dagli inferi. Anche Asteria e Andronico progettano il suicidio, ma Tamerlano annuncia che sposerà Irene e lascerà Asteria e il trono di Bisanzio ad Andronico.

Tra le opere di Händel, Tamerlano è certo la più tragica: l’azione si svolge tutta nell’ambiente opprimente del palazzo del tiranno, senza diversioni pastorali o all’aria aperta. Il lieto fine che annuncia l’unione delle due coppie non cancella dalla memoria la morte di Bajazet. L’orchestra è meno ricca rispetto a quella dell’opera precedente Giulio Cesare (mancano trombe e corni), ma ha comunque una grande forza drammatica. Nell’aria di Irene «Par che mi nasca in seno» Händel impiega per la prima volta i clarinetti.

Nel 2008 il Teatro Real di Madrid ripropone il lavoro handeliano con profusione di mezzi. Messa in scena stilizzatissima di Graham Vick tutta in bianco a eccezione di alcuni costumi e all’elefante blu su cui arriva Irene. Le scene di Richard Hudson lasciano sempre vuoto il palcoscenico ad eccezione di un enorme piede che si appoggia a un globo (è l’arrogante potere di Tamerlano che schiaccia la Terra?). L’eleganza della messa in scena non è esente dallo stendere un velo di vaga noia sullo spettacolo di quasi quattro ore. A contrasto di tanto minimalismo è la gestualità manierata degli interpreti, soprattutto il Tamerlano della Bacelli che sembra rivolgersi a un pubblico di sordomuti per i gesti con cui accompagna ogni singola parola del suo canto.

Nel ruolo di Bajazet abbiamo l’eroica prestazione di Plácido Domingo. La sua voce è ancora sontuosa, ma chissà perché ci si aspetta sempre che da un momento all’altro intoni «Recondita armonia» o Granada… Comunque rende con grande espressione la scena del suicidio.

Stilisticamente adeguate Sara Mingardo come Andronico e Ingela Bohlin come Asteria. Paul Creesh dirige con diligenza la scura vicenda, ma l’orchestra è di strumenti moderni e si sente.

Negli extra contenuti nei due dischi un’intervista al direttore. Due tracce audio e sottotitoli in cinque lingue.

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