Rinaldo

  1. Dantone/Carsen 2011
  2. Bicket/Alden 2001

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★★★★★

1. Una produzione di riferimento

Un’altra audace proposta di Händel a Glyndebourne nel terzo cente­nario della sua prima esecuzione (1711/2011). L’italia­no Ottavio Dantone ha l’ardimento di allestire un Händel in Inghilterra e lo fa alla grande con otti­mi interpreti (italiani e non) e affiancato dalla genialità del metteur en scène Robert Carsen che ancora una volta attualizza con grande senso del teatro la vicen­da mettendone in luce i temi essenziali. (Non che l’operazione di attualizzazione fatta da Carsen sia una novità. Il lavoro di Händel sembra infatti suggerire i più bizzarri allesti­menti: nel 2008 a Zurigo Jens-Daniel Herzog aveva ambientato la vi­cenda in un aeroporto e sette anni prima David Alden a Monaco aveva fatto cantare ad Almire­na la sua aria «Lascia ch’io pianga» nelle vesti di sire­na so­spesa in un serbatoio d’acqua illuminato da neon azzurri).

Opera giovanile di un Händel ventiseienne che dopo essersi fatto le ossa in patria e in Italia con una reputazione basata su una fortunata Agrippina arriva a Londra e come biglietto da visita nel 1711 presenta al Queen’s Theatre di Haymarket (a quel tempo regnava la regina Anna, diventerà il King’s Theatre con l’avvento al trono del re Giorgio I) questo Rinaldo su libretto di Aaron Hills e Giacomo Rossi su una vicenda della Gerusalemme liberata del Tasso, ma la figura di Almirena e il flirt tra Argante e Armida sono in­venzioni di Giacomo Rossi. Centone di brani tratti per due terzi da opere precedenti (il metodo dell’“autoimprestito” sarà ancora largamente in uso ai tempi di Rossini) l’opera ebbe un enorme successo di pubblico, grazie anche al castrato Nicoli­ni come interprete principale. Fu il suo lavoro più rappresentato e conobbe una nuova versione nel 1731 fino all’oblio nell’ottocento e il definitivo revival nella seconda metà del XX secolo.

La complessa vicenda – Lully nella sua Armide aveva concentrato l’azione principalmente sulla protagonista, lasciando a Renaud/Rinaldo una parte quasi secondaria – è immaginata secondo Carsen da uno studente di una scuola inglese che, vittima del bullismo dei compagni, so­gna di vendicarsi immedesimandosi nel paladino epo­nimo. Le crudeltà dei combattimenti cantati dal Tasso sono qui rappresentate dalle crudeltà dell’ambiente scolastico con le sue sadiche punizioni corporali, consuete nelle istituzioni educa­tive d’oltre Manica fino a non molto tempo fa. L’istitutrice/Armi­da è inguaina­ta in un provocante out­fit in gomma nera lucida e scar­pe a stiletto, versione sadomaso della Sarah Jessica Parker di Sex and the City, il per­fido preside/Argante ha la fi­gura del feroce Saladino delle figurine Perugina, la bat­taglia tra cristiani e mussul­mani è una sfida calcistica, la palestra una camera di tor­tura…

Dantone dirige al clavicembalo con grande parte­cipazione l’Orchestra of the Age of Enlightenment e un cast di primissimo piano in cui svettano specialisti dell’opera barocca come Sonia Prina nelle vesti ma­schili del protagonista, Brenda Rae e il nostro eccelso Luca Pisaroni. La tenerezza di Almirena è ben resa da Anett Fri­sch, la limpi­da voce del controtenore Tim Mead è per Eustazio. Anche gli altri inter­preti sono di ottimo livello.

Filmato in HD su un DVD a doppio strato, i 214 minuti di registrazio­ne comprendono negli extra le interviste al regista e al direttore d’orche­stra. L’opera non ha i sottotitoli in italiano e non c’è traccia di li­bretto nell’opu­scolo.

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★★★☆☆

2. Un allestimento strampalato, ma con un Rinaldo d’eccezione

Nel 2001 l’Opera di Monaco mette in scena nella sede del Prinzregenten Theater la versione originale del 1711 (in cui alla fine Armida e Argante si convertono alla fede cristiana, con grande sollievo dell’allora pubblico londinese) affidata al regista David Alden e alla bacchetta di uno specialista del repertorio barocco, Harry Bicket, con un’orchestra però non molto avvezza allo stile dell’epoca e con un diapason moderno.

La messa in scena di Alden raggiunge momenti di strampalata surrealtà, ma di indubbia teatralità. L’accampamento dei cristiani che assediano Gerusalemme nel primo atto è l’interno del tempio di una setta il cui santone/Goffredo prepara l’attacco definitivo alla città. Il secondo atto invece che nella spiaggia prevista dal libretto ci presenta un ambiente moderno e sghembo, illuminato da una piantana dell’Ikea, il quale funge anche da palazzo di Armida, una sensuale Noëmi Nadelmann che tenta in tutti i modi di sedurre il nostro Rinaldo. Nel terzo atto la caverna del mago cristiano è un cilindro rotante e la Gerusalemme da liberare è un ponteggio con il nome della città come in una insegna pubblicitaria o la scritta “HOLLYWOOD” che si vede sulla collina di Los Angeles dal Mulholland Drive.

Il finale dell’opera nella regia di Alden inanella una serie di trovate che includono tra le altre un domino di statuette in plastica del Cristo e una testa mozzata di Argante che continua imperterrita a cantare. Più criptica la presenza in scena di un enorme pupazzo di plastica (a cui ad un certo punto calano le brache), mentre del tutto prevedibile è il carro di Armida con teste di drago che vediamo apparire per pochi secondi alla fine del secondo atto. Se non altro l’impiego di macchine ed effetti speciali previsti da Händel stesso per la sua opera non viene messo in discussione in questa curiosa messa in scena moderna.

Come protagonista abbiamo in David Daniels un interprete assolutamente insuperabile il cui stile e vocalità eccelsi vengono giustamente salutati dalle trionfali ovazioni del pubblico di Monaco. Apprezzabili anche gli altri interpreti. Il lituano Egils Siliņš (Eglis sulla confezione del disco) è un minaccioso Argante fin dalla sua prima aria «Sibilar gli angui d’Aletto» presa pari pari dall’Aci, Galatea e Polifemo allestito da Händel tre anni prima a Napoli. Axel Köhler è uno svagato Eustazio e David Walker è un po’ troppo giovane per la parte (sembra il figlio, non il padre di Almirena), ha ottima voce, ma la dizione è poco curata. Deborah York è una Almirena talora un po’ troppo soubrette. La sua aria «Lascia ch’io pianga mia cruda sorte» (adattamento del «Lascia la spina, cogli la rosa» dall’oratorio Il trionfo del tempo e del disinganno) ha varcato il confine dell’opera barocca per diventare jingle pubblicitario e cover pop.

Brian Large con la sua cinepresa cerca di stare dietro a tutto quello che avviene in scena. Tre tracce audio e 163 minuti di musica ripartiti su due dischi – mezz’ora in meno della versione di Glyndebourne con Dantone/Carsen.

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