Falstaff

heinrich_fussli_-_falstaff_en_la_cesta_kunsthaus_zurich_1792

Henry Fuseli, Falstaff in the laundry basket, 1792

Giuseppe Verdi, Falstaff

★★★★☆

Milano, Teatro alla Scala, 2 febbraio 2017

Union-jack.jpg  Click here for the English version

Con Michieletto l’ultima opera di Verdi è all’insegna della nostalgia

Arriva finalmente a Milano la produzione salisburghese del Falstaff di Damiano Michieletto, quasi una dedica alla città, poiché il regista veneziano ambienta la vicenda nella Casa Verdi, residenza milanese per cantanti e musicisti anziani fondata dal compositore nel 1899 dopo aver completato la sua ultima opera dove lui, vecchio musicista, mette in musica le poco gloriose avventure di un vecchio che non accetta la sua decadenza fisica e ha nostalgia del tempo passato.

Le note di famose arie verdiane strimpellate al pianoforte ci introducono nella Sala Gotica dell’attuale casa di riposo, amorevolmente ricostruita sulle tavole del Teatro alla Scala dal bravissimo scenografo Paolo Fantin. Tra le porte che conducono alla adiacente sala da pranzo fa bella mostra di sé sulla parete il famoso ritratto del compositore dipinto da Boldini nel 1886 – cilindro e sciarpa di seta bianca annodata attorno al collo, elegante barba bianca e sguardo penetrante. Anziani in carrozzella o col deambulatore si aggirano per il salone, altri riposano sulle poltrone, tutti affidati alle cure di attente infermiere.

Su un divano dorme un ospite della casa di riposo, un baritono in pensione che sogna il suo glorioso passato di interprete di Falstaff. Dalle finestre entrano, in abiti ottocenteschi, i “fantasmi” dei personaggi dell’opera che tornano a burlarlo in risposta alle sue velleità amorose. Il divano è il suo luogo prediletto: vien portato fuori scena o ci ritorna, sempre a bordo del sofà in tessuto damascato rosso su cui gusta le leccornie che gli porta Mrs Quickly o scola le numerose bottiglie di vino che conciliano la sua attività onirica. Nella scena finale, crudele sarà la burla che gli viene preparata: un finto e lugubre funerale (geniali gli ombrelli neri!) durante il quale viene coperto di terra e foglie. Prima, invece del salto nelle fredde acque del Tamigi, era stato irrorato di coriandoli azzurri.

Anche la storia d’amore di Nannetta e Fenton è vista in parallelo alla tenera relazione tra due anziani ospiti del pensionato, come se fossero gli stessi personaggi visti cinquant’anni dopo – qualcosa di analogo era avvenuto nella messa in scena dello stesso Michieletto ne La donna del lago, ma anche nel recente Werther della Cucchi.

Fatta salva la vicenda dei goffi approcci amorosi e della relativa punizione di Falstaff, lo sguardo di Michieletto tende alla melanconia piuttosto che alla farsa, siamo più nel registro del Rosenkavalier che dell’opera buffa e la sua messa in scena è piaciuta molto al pubblico del teatro milanese, a parte il solito isolato loggionista dissenziente, ma senza quello la Scala non sarebbe la Scala.

L’atmosfera di tenera e affettuosa malinconia è ripresa nell’orchestra. Sul podio è lo stesso Zubin Mehta e la sua lettura ha inusitati toni cameristici che mettono in luce la straordinaria modernità della partitura. Il gioco degli strumentini si affianca al suono quasi quartettistico degli archi e i corni, oltre a sottolineare umoristicamente le “corna” previste per il marito geloso, sanno di lontananze non solo spaziali, ma anche temporali raramente notate.

La concertazione delle voci, essenziale in un’opera come questa che vive del canto di conversazione, è realizzata da una compagnia di voci tutte italiane, con una sola eccezione, che sanno rendere la parola chiaramente e in maniera musicale. L’identificazione di Ambrogio Maestri con Falstaff è ormai leggendaria: non solo sulla presenza fisica (i suoi due metri di altezza e il quintale e mezzo di peso non si può dire che non aiutino), ma anche vocalmente il baritono pavese non solo ha nella voce la potenza e la flessibilità adatti al ruolo, ma ha trovato da tempo i modi giusti per dipingere il personaggio.

Gli fanno degnamente da spalla Massimo Cavalletti come Ford, Francesco Demuro lirico Fenton, Carlo Bosi acido dottor Cajus. Nel reparto femminile sono state particolarmente applaudite l’Alice di Carmen Giannattasio e la Nannetta di Giulia Semenzato.