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Dimitris Papaioannou, Inside
Torino, OGR, 20 settembre 2018
Senza fine
Un esperimento su grande scala, un’installazione visiva, una performance muta, un dramma senza parole, senza un vero inizio e senza una conclusione. Inside di Dimitris Papaioannou è un’opera che sfugge a qualsiasi classificazione convenzionale e che si colloca in uno spazio di confine fra teatro, arti visive, performance e installazione. Come spesso accade nel lavoro dell’artista greco, il significato non viene affidato a una narrazione lineare né a un testo, ma emerge dall’osservazione paziente dei corpi, dei gesti e del tempo che scorre. Lo spettatore non è chiamato a seguire una trama, bensì a immergersi in un’esperienza percettiva che mette alla prova la sua attenzione e modifica progressivamente il suo modo di guardare.
Per sei ore consecutive, su una scena fissa che rappresenta una grande stanza aperta su un balcone, si ripete un rituale semplice e quotidiano. Entra una persona, un ragazzo oppure una ragazza. Si spoglia, si fa la doccia, mangia qualcosa, si prepara per andare a dormire e infine si stende nel letto. Ma prima ancora che sia completamente scomparsa sotto le lenzuola, fa il suo ingresso un’altra persona, che ripete esattamente la stessa sequenza di azioni. Poi ne arriva una terza, una quarta, una quinta, fino a costruire un flusso continuo di presenze. La scena si riempie progressivamente di corpi che convivono nello stesso spazio senza mai realmente incontrarsi.
Il meccanismo è tanto semplice quanto rigoroso. Ogni performer esegue gli stessi gesti con minime variazioni dovute alla propria fisicità, ma senza alterare il ritmo complessivo della composizione. Trenta interpreti possono trovarsi contemporaneamente in scena, creando un’impressione di affollamento che tuttavia non genera mai una vera comunità. Ognuno rimane confinato nella propria traiettoria individuale, come se fosse chiuso in una bolla invisibile. Anche quando, a un certo punto, un ragazzo e una ragazza si spogliano e si coricano insieme nello stesso letto, il loro gesto non produce un autentico incontro: continuano a esistere come individui separati, privi di una relazione che vada oltre la semplice condivisione dello spazio.
Nel frattempo, il tempo continua a scorrere. Cambiano le luci, che accompagnano il passaggio delle ore con sfumature diverse. Cambia anche il paesaggio urbano visibile oltre la grande porta-finestra, suggerendo il trascorrere del giorno e della notte. Tuttavia nulla modifica davvero la struttura fondamentale dell’azione. I gesti rimangono sempre identici, come se appartenessero a un ciclo destinato a ripetersi all’infinito. La quotidianità si presenta nella sua forma più elementare e, proprio attraverso la ripetizione, perde ogni carattere narrativo per trasformarsi in una sorta di rito.
Verso la terza ora, però, avviene una lieve incrinatura di questo perfetto meccanismo. Un ragazzo entra in scena, si ferma per un momento e poi esce senza completare il rituale. Contemporaneamente, il performer già disteso nel letto, che normalmente sarebbe scomparso attraverso il consueto trucco teatrale, accenna invece a rialzarsi. Sembra quasi voler interrompere la sequenza: si riveste parzialmente, esita, poi torna a sdraiarsi. L’altro ragazzo rientra, riesce di nuovo, ripete questa esitazione più volte; allo stesso modo il performer nel letto tenta più volte di modificare il proprio destino, senza riuscirci. Per alcuni minuti il sistema appare sul punto di rompersi, come se la ripetizione avesse finalmente trovato una possibilità di deviazione. Ma è soltanto un’illusione. Poco dopo tutto riprende esattamente come prima. La catena dei gesti torna a ricomporsi e la regolarità del ciclo viene ristabilita, quasi con sollievo da parte dello spettatore, ormai assuefatto a quella ripetizione incessante.
Quello che si può vedere alle OGR in questi giorni, in concomitanza con lo spettacolo The Great Tamer presentato nell’ambito di Torino Danza, è il video della performance che ebbe luogo nel 2011 al Teatro Pallas di Atene. Si tratta quindi della documentazione di uno spettacolo dal vivo che sfrutta con grande precisione una serie di dispositivi teatrali tanto semplici quanto sorprendenti. Il letto, ad esempio, nasconde un varco attraverso il quale il performer scompare insieme al lenzuolo. Il bicchiere che cade dalla mensola viene raccolto da una mano invisibile fuori scena, proprio come gli abiti lasciati sul pavimento vengono fatti sparire senza che il pubblico possa cogliere il momento dell’intervento. Sul letto si accumulano decine di lenzuola, mentre una porta scorrevole viene continuamente aperta senza essere mai richiusa. Ogni dettaglio contribuisce a sostenere l’illusione scenica, pur senza mai trasformarsi in un effetto spettacolare fine a se stesso.
Dal punto di vista visivo, Inside può richiamare alla memoria i video sperimentali di Zbigniew Rybczyński che, negli anni Ottanta del Novecento, utilizzava in modo pionieristico le tecniche della computer grafica per moltiplicare e accumulare le immagini in opere come Tango (1980) e Imagine (1987). L’analogia riguarda soprattutto la costruzione di uno spazio nel quale la ripetizione e la sovrapposizione di azioni producono una complessa coreografia visiva. Tuttavia, la ricerca di Papaioannou si muove in una direzione differente. Il suo lavoro non nasce dalla manipolazione elettronica delle immagini, ma dalla presenza concreta dei corpi. Tutto è affidato alla fisicità dei performer, alla precisione della loro esecuzione, alla materialità dello spazio scenico e al rapporto diretto con il tempo reale della performance. Ciò che appare quasi impossibile agli occhi dello spettatore è ottenuto attraverso il teatro stesso, senza ricorrere a effetti virtuali.
La forza di Inside risiede proprio in questa apparente assenza di eventi. Per sei ore sembra non succedere nulla, eppure l’attenzione dello spettatore viene progressivamente catturata. La ripetizione diventa ipnotica, il tempo perde la sua misura abituale e ogni minima variazione acquista un peso inatteso. Si entra e si esce liberamente dalla sala, ma ci si accorge che è difficile decidere di andarsene davvero. I grandi cuscini disposti nel Duomo delle OGR invitano a fermarsi, a osservare ancora, a lasciarsi assorbire da un’opera che trasforma la monotonia quotidiana in esperienza estetica. È proprio questa capacità di trattenere lo sguardo, pur nella quasi totale assenza di azione, a rendere Inside una delle creazioni più singolari e affascinanti di Dimitris Papaioannou. L’opera è inoltre disponibile su Vimeo permettendo di sperimentare anche a distanza questa insolita e coinvolgente esperienza di visione.
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