Autore: Renato Verga

TEATRO DEI RUSTICI

 

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Teatro dei Rustici

Monteleone d’Orvieto (1732)

99 posti

Il Teatro dei Rustici di Monteleone d’Orvieto, piccolo borgo umbro al confine tra le province di Terni e Perugia, costituisce uno dei più singolari esempi di piccolo teatro storico italiano.

Le sue origini risalgono al 1732, quando un gruppo di giovani monteleonesi chiese ai Priori della Comunità di poter utilizzare alcuni locali dell’antico Palazzo Pubblico per rappresentarvi commedie durante il periodo di Carnevale. La richiesta venne accolta e da questa iniziativa nacque il primo nucleo del teatro, cui seguì la costituzione dell’Accademia Filodrammatica dei Rustici, dalla quale la sala prese il nome.

Secondo la tradizione, l’ambiente destinato agli spettacoli era in origine il granaio dell’antico Palazzo Pubblico. A ricordarne la trasformazione è ancora oggi un’iscrizione celebrativa posta all’ingresso della sala, che testimonia come già nel XVIII secolo la comunità considerasse il teatro uno strumento di educazione civile e di partecipazione alla vita culturale.

Nonostante le diffidenze delle autorità pontificie, preoccupate che le rappresentazioni teatrali potessero diventare veicolo delle nuove idee politiche e sociali che si stavano diffondendo in Europa, l’attività del teatro proseguì nei secoli successivi.

Nel corso dell’Ottocento alcune delle famiglie più importanti di Monteleone contribuirono alla costruzione dei palchetti, che rimasero di proprietà privata fino alla metà del Novecento. La sala assunse progressivamente la configurazione che ancora oggi la caratterizza, secondo il modello del teatro all’italiana, ma declinato in dimensioni eccezionalmente ridotte.

L’interno presenta infatti una pianta a ferro di cavallo, una piccola platea e due ordini di palchi che avvolgono lo spazio scenico. Le proporzioni raccolte e la strettissima relazione tra pubblico e palcoscenico conferiscono alla sala un carattere particolarmente intimo.

Nel corso della sua lunga storia il teatro è stato più volte ampliato e restaurato. Importanti interventi furono effettuati alla fine dell’Ottocento e nuovamente nel corso del Novecento; un complesso intervento di recupero iniziato negli anni Ottanta ha consentito di restituire definitivamente il teatro alla comunità.

Con una capienza di appena 99 spettatori, il Teatro dei Rustici è considerato uno dei più piccoli teatri storici d’Italia e del mondo. Le sue dimensioni hanno dato origine anche a un curioso confronto con il vicino Teatro della Concordia di Monte Castello di Vibio, anch’esso celebre per le dimensioni minime.

A differenza di molti piccoli teatri storici trasformati nel tempo in semplici monumenti o spazi museali, il Teatro dei Rustici ha conservato la propria funzione originaria. La sala continua infatti a ospitare rappresentazioni teatrali, rassegne, manifestazioni culturali ed eventi della comunità, mantenendo vivo il rapporto tra il teatro e il piccolo centro che lo ha creato quasi tre secoli fa.

⸪

TEATRO DELLA CONCORDIA

 

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Teatro della Concordia

Monte Castello di Vibio (1808)

99 posti

Inaugurato nel 1808, il Teatro della Concordia sorge nel cuore del piccolo borgo umbro di Monte Castello di Vibio, a pochi chilometri da Todi. Voluto da nove famiglie locali come luogo destinato agli spettacoli, agli incontri e alla vita sociale del paese, deve il proprio nome all’ideale di “concordia tra i popoli” diffusosi in Europa nel clima culturale successivo alla Rivoluzione francese.

Con appena 99 posti, suddivisi tra 37 posti in platea e 62 nei palchetti, è considerato il più piccolo teatro storico all’italiana ancora attivo, una vera riproduzione in miniatura dei grandi teatri italiani ed europei. La sala misura solamente 68 m², mentre il palcoscenico occupa circa 50 m².

La sala presenta una caratteristica pianta a campana, con due ordini di palchi lignei, boccascena e plafone realizzato secondo la tradizionale tecnica della camorcanna. Sono proprio la pianta, i palchi in legno e la costruzione del soffitto a identificarlo come una preziosa testimonianza in miniatura del teatro settecentesco all’italiana di tradizione goldoniana.

L’intimità delle proporzioni rende particolarmente sorprendente la ricchezza dell’apparato decorativo. Palchetti, soffitto e foyer sono impreziositi da decorazioni e affreschi legati all’opera di Cesare Agretti e del figlio Luigi Agretti. Quest’ultimo intervenne nel 1892, quando aveva appena quattordici anni, realizzando una parte importante delle pitture che ancora oggi caratterizzano la sala.

Nel 1914 furono installate in platea 36 poltroncine, divenute successivamente 37. Il teatro rimase in attività fino al 1951, quando venne chiuso; negli anni Sessanta il cedimento di una parte del tetto aggravò ulteriormente le condizioni dell’edificio. Un lungo intervento di recupero, condotto conservando anche l’originaria struttura lignea dei palchetti, si concluse nel 1993, restituendo il teatro alla comunità e agli spettacoli.

Le dimensioni ridottissime non gli impediscono di possedere tutti gli elementi di un vero teatro storico: platea, palchi, palcoscenico, boccascena, graticciata, camerini, foyer, caffè del teatro, atrio e biglietteria. Una sorta di teatro all’italiana perfettamente compiuto, semplicemente ridotto a una scala quasi domestica.

Nel corso della sua storia il Teatro della Concordia ha ospitato anche personalità destinate a diventare celebri. Nel 1945 una giovanissima Gina Lollobrigida vi recitò in Santarellina di Eduardo Scarpetta; è inoltre legato alla figura del soprano tuderte Antonietta Stella, poi affermatasi come importante interprete del repertorio verdiano.

Nel 1997 il piccolo teatro umbro venne simbolicamente gemellato con il monumentale Teatro Farnese di Parma. Il contrasto tra le due dimensioni sottolinea proprio la peculiarità della Concordia: possedere, in uno spazio estremamente raccolto, la struttura e l’atmosfera di un autentico teatro all’italiana.

Oggi il Teatro della Concordia è nuovamente attivo e ospita spettacoli, eventi culturali, incontri, convegni e matrimoni civili, oltre a essere visitabile come monumento storico.

⸪

Il trionfo dell’onore

illustrazione della locandina di Ugo Nespolo

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Alessandro Scarlatti, Il trionfo dell’onore

Venezia, Teatro Malibran, 15 marzo 2025

★★★★☆

(video streaming)

Il Don Giovanni en travesti di Scarlatti si pente e cambia vita

In occasione dei trecento anni dalla morte di Alessandro Scarlatti (1660-1725), la Fondazione Teatro La Fenice ha scelto di riportare sulle scene un raro lavoro, presentandolo per la prima volta a Venezia in un nuovo allestimento al Teatro Malibran: Il trionfo dell’onore, ovvero il dissoluto pentito, un’opera a lungo rimasta ai margini del repertorio.

Una scelta dal forte valore musicale e culturale, perché Il trionfo dell’onore occupa un posto del tutto particolare nella vastissima produzione teatrale di Scarlatti: è infatti la sua unica commedia per musica e costituisce una tappa significativa nella storia di quel linguaggio teatrale che, pochi decenni più tardi, avrebbe condotto alla grande stagione dell’opera buffa italiana.

Composta su un arguto libretto di Francesco Antonio Tullio, l’opera debuttò il 26 novembre 1718 al Teatro dei Fiorentini di Napoli, incontrando il favore di un pubblico sempre più interessato a un teatro musicale capace di raccontare non soltanto eroi, divinità e vicende mitologiche, ma uomini e donne con le loro passioni, debolezze, gelosie e contraddizioni.

Al centro della vicenda troviamo Riccardo Albenori, giovane seduttore, incostante e libertino. Il richiamo alla figura di Don Giovanni è immediato, ma Scarlatti e Tullio conducono il loro protagonista verso un destino differente: Riccardo, dopo aver attraversato una successione di inganni, seduzioni, fughe ed equivoci, arriverà infine al pentimento. Il dissoluto non viene dunque punito, ma ricondotto all’ordine attraverso una trasformazione che conserva, fino all’ultimo, una sottile ambiguità.

Attorno a lui si intrecciano le vicende di quattro coppie, dando vita a un meccanismo teatrale estremamente vivace. Amori contrastati, gelosie, travestimenti, incomprensioni e riconciliazioni si susseguono con un ritmo che rivela quanto Scarlatti avesse intuito le possibilità della commedia musicale e quanto il rapporto tra parola, musica e azione fosse ormai destinato a diventare uno degli elementi fondamentali del nuovo teatro settecentesco.

Atto I. La vicenda si svolge a Pisa, dove arrivano due giovani amici molto diversi tra loro: Riccardo Albenori e Flaminio Castravacca. Riccardo è un seduttore incostante e spregiudicato, abituato a conquistare le donne e ad abbandonarle senza preoccuparsi delle conseguenze. Flaminio, pur accompagnandolo nelle sue avventure, ha un carattere più prudente e riflessivo. Il passato di Riccardo torna però presto a presentargli il conto. Il giovane ha sedotto e abbandonato Leonora Dorini, che continua ad amarlo e lo cerca nella speranza di ottenere giustizia e di veder riconosciuto il proprio sentimento. Con lei è coinvolto anche il fratello Erminio, deciso a difendere l’onore della famiglia e a chiedere conto a Riccardo del suo comportamento. Ma il libertino non sembra disposto a cambiare vita. A Pisa incontra infatti Doralice Rossetti e ne rimane immediatamente affascinato. Anche Doralice, nonostante sia legata sentimentalmente a Erminio, subisce il fascino del nuovo arrivato. Da questo incontro prende avvio una catena di equivoci e gelosie. Riccardo corteggia Doralice senza preoccuparsi né di Leonora né di Erminio, mentre Flaminio si trova coinvolto nelle conseguenze delle avventure dell’amico. Parallelamente si sviluppa il mondo dei personaggi più apertamente comici. Rosina Caruccia, giovane vivace e concreta, e il vanaglorioso Capitano Rodimarte Bombarda introducono nella vicenda un registro popolare e farsesco. Il Capitano ama esibire il proprio coraggio e la propria importanza, ma dietro le sue grandi parole si nasconde una natura assai meno eroica. Alla fine del primo atto le relazioni sono ormai completamente intrecciate: gli amori dichiarati si scontrano con quelli nascosti, i personaggi si inseguono e si osservano, mentre il comportamento di Riccardo diventa il motore di un disordine sentimentale destinato a coinvolgere tutti. 
Atto II. Nel secondo atto il gioco amoroso si complica ulteriormente. Riccardo continua a corteggiare Doralice, incurante della sofferenza provocata a Leonora e del legame della giovane con Erminio. Il suo comportamento rende inevitabile lo scontro con quest’ultimo, che vede nel seduttore non soltanto il rivale in amore, ma anche l’uomo responsabile del disonore della sorella. Leonora, intanto, oscilla tra dolore, indignazione e speranza. Nonostante sia stata abbandonata, il sentimento per Riccardo non è scomparso. Il suo personaggio introduce così nella commedia una dimensione più intima e malinconica: dietro il gioco teatrale degli equivoci si intravedono le conseguenze reali della leggerezza del protagonista. Anche Doralice si trova divisa tra attrazione e convenienza, tra il fascino esercitato da Riccardo e il rapporto con Erminio. Gli incontri clandestini, le dichiarazioni d’amore ascoltate o fraintese e le improvvise apparizioni degli altri personaggi producono una successione sempre più serrata di situazioni comiche. Flaminio tenta di muoversi in questo labirinto sentimentale, ma finisce a sua volta coinvolto nelle vicende amorose. Attorno ai protagonisti, Rosina e il Capitano Rodimarte continuano a offrire un contrappunto ironico: le pretese eroiche del Capitano vengono continuamente messe alla prova dalla realtà, mentre Rosina dimostra di possedere uno sguardo molto più concreto sulle debolezze degli uomini. 
Atto III. Nel terzo atto il gioco non può più continuare. Riccardo è costretto ad affrontare le conseguenze delle proprie azioni. Quello che fino a quel momento aveva considerato un divertimento – sedurre, promettere, fuggire e ricominciare – si trasforma in una situazione dalla quale non può più sottrarsi. Il confronto con Erminio diventa decisivo. L’onore di Leonora deve essere ristabilito e Riccardo è chiamato finalmente ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte. È qui che Il trionfo dell’onore si allontana definitivamente dal modello del Don Giovanni destinato alla punizione. Il “dissoluto” di Scarlatti non viene condannato: si pente. Riccardo riconosce il male provocato dal proprio comportamento e accetta di riparare sposando Leonora. Il ritorno a lei non rappresenta soltanto la soluzione dell’intreccio amoroso, ma dà significato al titolo stesso dell’opera: l’onore può finalmente “trionfare” perché il protagonista sceglie di riconoscere le proprie responsabilità. Anche le altre vicende trovano progressivamente una soluzione. Gli equivoci vengono chiariti, le rivalità si ricompongono e le coppie possono raggiungere un nuovo equilibrio. Il disordine che aveva dominato i primi due atti lascia così spazio alla riconciliazione.

Scarlatti non rinuncia mai alla leggerezza della commedia. Il lieto fine non cancella l’ironia con cui per tutta l’opera osserva i propri personaggi: uomini vanitosi, donne determinate, amanti gelosi, seduttori e falsi eroi compongono un piccolo universo nel quale ciascuno, almeno per un momento, diventa vittima delle proprie debolezze. Ed è proprio questa assenza di veri eroi a rendere il lavoro così moderno: nessuno possiede completamente la ragione, nessuno è immune dal ridicolo.

La partitura alterna arie, recitativi, duetti e brani d’insieme, fino allo straordinario concertato che conclude il secondo atto. È nella capacità di trasformare il movimento scenico in movimento musicale che Il trionfo dell’onore mostra uno dei suoi aspetti più innovativi: i personaggi non sono semplicemente tipi comici, ma figure dotate di una propria identità musicale e teatrale. Con quest’opera Scarlatti apre una strada che sarà successivamente percorsa da Giovanni Battista Pergolesi e dagli altri protagonisti della scuola napoletana, contribuendo alla formazione di un nuovo modello di teatro musicale.

Dopo il grande successo della prima napoletana del 1718, Il trionfo dell’onore scomparve dalle scene per oltre due secoli. La prima ripresa moderna documentata avvenne in Inghilterra, a Loughton, nel 1937, seguita l’anno successivo da una rappresentazione londinese; in Italia l’opera tornò sulle scene a Siena nel 1940, nella revisione di Virgilio Mortari e sotto la direzione di Antonio Guarnieri. Seguirono nel corso del Novecento altre sporadiche riprese, a conferma di una fortuna moderna discontinua ma mai completamente interrotta. Particolarmente significativa fu la produzione del Teatro Massimo di Palermo del 2001, diretta da Fabio Biondi con la regia di Maurizio Scaparro e basata sull’edizione della partitura curata da Malcolm Boyd. Quella veneziana del 2025 non costituisce dunque una riscoperta in senso assoluto, ma una nuova e importante tappa nella moderna fortuna dell’opera, oltre che la sua prima rappresentazione alla Fenice.

La produzione nasce dalla revisione del manoscritto originale curata da Aaron Carpenè ed è affidata musicalmente a Enrico Onofri, profondo conoscitore del repertorio sei-settecentesco, alla guida dell’Orchestra del Teatro La Fenice. La regia è di Stefano Vizioli, mentre Ugo Nespolo firma scene e costumi, questi ultimi realizzati da Carlos Tieppo. Il disegno luci è di Nevio Cavina.

Il risultato è un incontro particolarmente felice tra la vitalità della musica di Scarlatti e un universo visivo dichiaratamente contemporaneo. Il segno inconfondibile di Nespolo trasforma il palcoscenico del Malibran in una grande macchina teatrale: colore, geometria, ironia e artificio dichiarano fin dall’inizio che ci troviamo dentro il gioco della rappresentazione. Non vi è alcuna volontà di ricostruire filologicamente il Settecento. Il passato diventa piuttosto materia da reinventare, creando un mondo sospeso tra memoria e contemporaneità.

La regia di Vizioli segue la stessa direzione, mettendo in evidenza il ritmo della commedia e il continuo movimento dei personaggi, ma lasciando emergere, dietro il divertimento, anche quella dimensione sentimentale che rende l’opera più complessa di una semplice successione di situazioni comiche. La scena non cerca continuamente la gag, ma lascia che sia spesso la musica stessa a produrre il comico. È forse proprio questo equilibrio a spiegare perché Il trionfo dell’onore riesca ancora oggi a comunicare con tanta immediatezza. Dietro gli abiti, i codici e le convenzioni teatrali del primo Settecento troviamo sentimenti perfettamente riconoscibili: il desiderio, la vanità, la gelosia, l’opportunismo, la paura di perdere chi amiamo e, infine, la possibilità di cambiare.

La distribuzione veneziana tiene conto dell’originalissima concezione vocale della prima rappresentazione napoletana, con quel consueto scambio di generi che apparteneva alla pratica teatrale dell’epoca: il dissoluto protagonista era affidato a un soprano, Caterina Testi, mentre Cornelia era interpretata dal tenore Simone de Falco ed Erminio fu creato dal castrato Biagio Stabile. Leonora e Rosina erano affidate a voci di contralto, Doralice a un soprano, Flaminio a un tenore e il Capitano Rodimarte a un basso. Non si tratta di una semplice curiosità storica: questa distribuzione delle tessiture determina infatti una particolare geografia sonora dell’opera, nella quale sesso del personaggio, registro vocale e identità teatrale entrano continuamente in gioco.

Nel cast veneziano si ritrova una compagnia complessivamente ben assortita, chiamata ad affrontare una scrittura nella quale alla precisione stilistica deve necessariamente accompagnarsi una spiccata capacità attoriale: in Scarlatti, e soprattutto in questa sua singolare commedia, il canto non può essere separato dal gesto, dalla parola e dal ritmo teatrale.

Giulia Bolcato affronta l’insolito ruolo en travesti di Riccardo con energia scenica e una linea vocale salda e controllata. Il suo protagonista possiede l’irruenza, la vanità e la sfrontata sicurezza necessarie a rendere credibile il giovane seduttore. La voce, chiara e ben proiettata, segue con coerenza l’evoluzione del personaggio, anche se un colore timbrico non sempre particolarmente morbido o seducente. Questa componente meno levigata contribuisce tuttavia, sul piano teatrale, alla caratterizzazione di un uomo ancora immaturo, più trascinato dal proprio narcisismo che realmente consapevole delle conseguenze delle proprie azioni.

Di segno diverso è la Leonora di Rosa Bove, interprete capace di sottrarre il personaggio al rischio dello stereotipo della donna abbandonata. La naturalezza della recitazione, la cura della parola e una vocalità controllata le consentono di dare consistenza alle oscillazioni sentimentali di Leonora senza caricarne eccessivamente il versante patetico. 

Raffaele Pe mette la propria esperienza nel repertorio barocco al servizio di Erminio, uno dei personaggi vocalmente più particolari della partitura. Il controtenore, sorvegliato e stilisticamente consapevole, restituisce con distinzione tanto i momenti elegiaci quanto gli scatti di gelosia e di vendetta, ma in alcuni passaggi la peculiarità stessa dell’emissione può introdurre una certa distanza rispetto all’immediatezza teatrale degli altri personaggi.

Particolarmente vivace è la Doralice di Francesca Lombardi Mazzulli, che unisce presenza scenica, agilità e una vocalità luminosa. La sua interpretazione coglie bene l’ambiguità del personaggio, evitando di trasformarlo in una semplice macchietta e sottolineandone invece l’intelligenza, l’istinto e la capacità di governare il gioco amoroso.

Sul versante più apertamente comico acquistano rilievo Dave Monaco e Luca Cervoni. Il Flaminio di Monaco è costruito con misura, senza ricorrere a una comicità eccessivamente marcata, mentre la precisione della dizione e il controllo del gesto rendono efficaci anche le situazioni più farsesche. Cervoni, chiamato a interpretare Cornelia secondo la tradizione del personaggio femminile affidato a una voce tenorile, affronta con brillantezza una delle convenzioni oggi più stranianti dell’opera, trasformandola in una risorsa teatrale senza ridurla alla caricatura.

Giuseppina Bridelli porta in Rosina una presenza scenica immediata e una notevole concretezza espressiva. La sua vocalità ricca di carattere trova nella servetta intraprendente un terreno particolarmente congeniale e contribuisce a dare ritmo alle scene nelle quali il gioco della seduzione si fa più scopertamente comico. Tommaso Barea completa efficacemente il quadro con il Capitano Rodimarte Bombarda, personaggio volutamente sopra le righe, al quale il registro grave conferisce quella pomposa sicurezza che la commedia provvede continuamente a mettere in discussione.

Il maggiore punto di forza del cast, tuttavia, risiede meno nella somma delle singole prestazioni che nella capacità degli interpreti di funzionare come una vera compagnia teatrale. È nei duetti e soprattutto nei momenti d’insieme che la scrittura di Scarlatti rivela pienamente la propria modernità: le voci si sovrappongono, i caratteri si scontrano e l’azione procede attraverso la musica. Qualche disomogeneità timbrica e la diversa familiarità degli interpreti con la prassi barocca non compromettono questo equilibrio; la varietà delle vocalità finisce anzi per accentuare la differenziazione dei personaggi.

A tenere insieme questo complesso meccanismo è soprattutto Enrico Onofri la cui direzione evita sia il rischio di una lettura archeologica eccessivamente preoccupata della correttezza filologica, sia quello opposto di trasformare Scarlatti in un anticipatore dei linguaggi musicali posteriori. Alla guida dell’Orchestra del Teatro La Fenice, Onofri ricerca trasparenza, articolazione e leggerezza, mantenendo sempre percepibile il disegno delle parti strumentali e un rapporto attentissimo fra buca e palcoscenico. I tempi sono mobili e teatrali, capaci di accompagnare la rapidità dei recitativi e di imprimere slancio ai pezzi d’insieme senza sacrificare la chiarezza della scrittura. Nei momenti più lirici Onofri lascia emergere la cantabilità della partitura; in quelli comici accentua invece nervature ritmiche, contrasti e dettagli strumentali che contribuiscono direttamente alla costruzione teatrale. Se talvolta questa costante ricerca di eleganza e controllo può attenuare quella componente più ruvida, popolare e istintivamente farsesca propria della commedia per musica napoletana, il vantaggio è una lettura di grande coerenza, nella quale la raffinatezza della scrittura scarlattiana non viene mai sacrificata all’effetto.

Ed è forse questo il risultato musicalmente più significativo dell’intera produzione: Onofri e gli interpreti mostrano come Il trionfo dell’onore non sia soltanto un’importante curiosità storica o un anello di congiunzione verso la futura opera buffa: dietro l’apparente leggerezza della commedia emerge una partitura sofisticata, nella quale il carattere dei personaggi nasce dall’incontro fra parola, gesto, timbro e ritmo. Le differenze fra le singole prove vocali passano così in secondo piano davanti alla riuscita complessiva di un’esecuzione che restituisce all’opera la sua natura più autentica: quella di un teatro musicale vivo, mobile e sorprendentemente moderno.

Riscoprire oggi Il trionfo dell’onore significa dunque osservare uno dei momenti nei quali il teatro musicale italiano comincia a cambiare pelle. Scarlatti guarda ancora al Seicento, ma contemporaneamente apre una porta verso il Settecento e verso quel nuovo modo di raccontare l’uomo attraverso la musica che avrebbe profondamente influenzato la storia dell’opera europea.

⸪

MITO-Settembre Musica: Variazioni Goldberg

foto © James Bort / Warner Classics

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Johann Sebastian Bach, Variazioni Goldberg BWV 988

David Fray pianoforte

Torino, Conservatorio Giuseppe Verdi, 20 settembre 2026

La memoria dell’Aria

Tutto comincia nel silenzio, con poche note.

Un’Aria lenta, raccolta, di una semplicità quasi disarmante: una sarabanda che non annuncia la grandezza dell’opera che sta per nascere, non cerca di stupire, non alza la voce. Sembra piuttosto aprire una porta e invitarci ad attraversarla e oltre quella soglia Johann Sebastian Bach costruisce uno degli edifici più perfetti, enigmatici e profondamente umani della storia della musica: le Variazioni Goldberg.

Pubblicate a Norimberga nel 1741 come quarta e ultima parte del Clavier-Übung, le Goldberg occupano un luogo particolare persino nell’immensa produzione bachiana. Sono un’opera nella quale il rigore assoluto della costruzione convive con una sorprendente libertà dell’immaginazione; dove matematica e poesia, disciplina e fantasia, virtuosismo e contemplazione sembrano continuamente cercarsi e rispondersi.

La celebre Aria iniziale è il principio generatore dell’intera composizione. Bach, tuttavia, non ne varia semplicemente la melodia. Ciò che rimane costante è soprattutto la sua architettura armonica, fondata sul basso e sulla successione degli accordi. Su queste fondamenta costruisce trenta variazioni, ciascuna dotata di una propria identità. È quasi un esercizio di metamorfosi. La stessa struttura diventa, di volta in volta, danza, meditazione, gioco, corsa vertiginosa, conversazione, preghiera. Cambiano il carattere, il ritmo, la densità, la luce. Eppure, sotto ogni trasformazione, continua a esistere qualcosa di riconoscibile, come se Bach ci mostrasse trenta stanze differenti appartenenti alla medesima, immensa architettura.

Nulla è lasciato al caso. Ogni tre variazioni compare un canone e, procedendo nell’opera, la distanza tra le voci aumenta progressivamente: dall’unisono fino alla nona. Tra questi punti di riferimento Bach colloca pagine di carattere diversissimo: variazioni virtuosistiche, danze, una fughetta, un’ouverture, momenti di straordinaria leggerezza e improvvise zone d’ombra.

L’ordine è rigorosissimo, matematico. Eppure, ascoltando le Goldberg, si ha raramente l’impressione di trovarsi davanti a un esercizio intellettuale. La struttura scompare dietro la vitalità della musica. È forse questo uno dei grandi misteri di Bach: riuscire a costruire forme di precisione quasi assoluta e, nello stesso tempo, farle sembrare inevitabili e naturali.

All’interno di questo universo esistono momenti nei quali il tempo sembra accelerare e altri nei quali pare improvvisamente sospendersi. È proprio questa continua alternanza tra luce e ombra, movimento e immobilità, rigore e libertà a fare delle Goldberg qualcosa di molto più grande di una straordinaria dimostrazione di tecnica compositiva. Sono un viaggio attraverso le possibilità dell’immaginazione.

Affrontare quest’opera significa inevitabilmente confrontarsi anche con una lunga e illustre storia interpretativa: Wanda Landowska, Claudio Arrau, Rosalyn Tureck, Murray Perahia, Grigory Sokolov, András Schiff e, ovviamente, lui: Glenn Gould.

Ogni interprete chiamato alle Goldberg deve compiere delle scelte: decidere il rapporto con il tempo, con il silenzio, con la ripetizione, con il carattere delle singole variazioni e, soprattutto, con l’unità dell’intero percorso.

David Fray entra in questo universo con una sensibilità fortemente personale. Il suo Bach non è immobile, monumentale o distante: Fray sembra cercare continuamente la dimensione umana nascosta dietro la perfezione della scrittura. Il suo pianoforte respira, interroga, talvolta indugia. Le diverse voci vengono illuminate come personaggi di una conversazione, ciascuna con il proprio peso, la propria direzione e il proprio colore. C’è nel suo modo di interpretare Bach una particolare attenzione al silenzio. Le pause, le sospensioni, la risonanza lasciata vivere dopo una frase diventano parte del discorso. La musica non è soltanto ciò che viene suonato: è anche ciò che rimane nell’aria quando il suono sembra essersi concluso.

In alcune variazioni Fray mette in evidenza la dimensione danzante e quasi fisica della scrittura; in molte altre prevale l’introspezione. A tratti sembra dimenticare il pubblico: è lui solo con lo strumento. Come nella Variazione 25 in sol minore: lenta, cromatica, profondamente introspettiva. Uno dei punti emotivamente più intensi dell’intero percorso. Qui Fray sembra condurci in uno spazio più oscuro, intimo, quasi privato.

E poi arriva la trentesima variazione. 

Ci aspetteremmo forse una conclusione grandiosa, una dimostrazione finale di virtuosismo. Bach sceglie invece il Quodlibet, intrecciando motivi di canti popolari in un gesto sorprendentemente terreno, quasi affettuoso. Dopo aver raggiunto vertici di complessità straordinaria, sembra ricordarci che la musica nasce anche dalla convivialità, dalla memoria e dal piacere di cantare insieme.

Ma l’opera non termina qui. Dopo trenta trasformazioni accade qualcosa di ancora più semplice e, proprio per questo, più sconvolgente: ritorna l’Aria. Le stesse note dell’inizio. Sulla pagina nulla è cambiato. Ma siamo cambiati noi. Abbiamo attraversato trenta mondi e ora quella melodia iniziale porta con sé la memoria di tutto ciò che abbiamo ascoltato. La sua semplicità non è più innocente: contiene il viaggio, le distanze percorse, la luce, l’ombra, l’energia e il silenzio. È un ritorno a casa dopo essere stati molto lontano. E qui il pianista sembra quasi scomparire. Il capo chino, immobile; soltanto le mani continuano a muoversi sulla tastiera. Quasi staccate dal corpo.

Bach parte da una forma essenziale, la moltiplica fino a farne un universo e infine la riconduce al silenzio dal quale era nata. Non offre una conclusione: ci riporta all’origine. E quando Fray lascia risuonare le ultime note dell’Aria, ciò che rimane non è soltanto la sensazione di aver ascoltato uno dei massimi capolavori della musica occidentale. Rimane qualcosa di più intimo: la percezione che il tempo sia trascorso e, nello stesso istante, sia rimasto immobile. Che siamo tornati esattamente nel punto da cui eravamo partiti. E che quel punto, ormai, non sia più lo stesso. 

Dopo l’ultima nota, il silenzio. Un silenzio lunghissimo. 

Finché il solito importuno non si mette ad applaudire. E allora tutto il pubblico lo segue, con ovazioni anche queste lunghissime.

(anche su Le Salon Musical)

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MITO-Settembre Musica: I quartetti di Beethoven (parte prima)

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Ludwig van Beethoven

Quartetto n° 3 in Re op. 18 n° 3

Quartetto n° 1 in Fa op. 18 n° 1

Quartetto n° 12 in Mi bemolle op. 127

Torino, Conservatorio Giuseppe Verdi, 14 settembre 2026

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Quartetto n° 2 in Sol op. 18 n° 2

Quartetto n° 13 in Si bemolle op. 130

Große Fuge in Si bemolle op. 133

Torino, Conservatorio Giuseppe Verdi, 16 settembre 2026

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Quartetto n° 6 in Si bemolle op. 18 n° 6

Quartetto n° 10 in La bemolle op.74 “delle arpe”

Quartetto n° 8 in mi op. 59 n° 2 “Razumovskij”

Torino, Conservatorio Giuseppe Verdi, 18 settembre 2026

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Quartetto d’archi del Teatro alla Scala: Francesco Manara, Daniele Pascoletti violini, Simonide Braconi viola, Massimo Polidori violoncello

Oltre il silenzio. L’integrale dei Quartetti per archi di Beethoven

MITO Settembre Musica inaugura un ciclo biennale affidato al Quartetto d’archi del Teatro alla Scala, che in tre appuntamenti propone la prima parte di un percorso che prevede l’esecuzione di tutti i quartetti di Ludwig van Beethoven. Quest’anno tocca ai quartetti 1, 2, 3, 6, 8, 10, 12 e 13. Il progetto si concluderà nel 2027, anno in cui ricorre il bicentenario della morte del compositore di Bonn.

Affrontare l’esecuzione integrale dei Quartetti per archi di Beethoven significa intraprendere uno dei viaggi più profondi e affascinanti della storia della musica: non una semplice successione di concerti, ma un percorso attraverso la vita creativa di un compositore che, nell’arco di quasi trent’anni, trasformò il quartetto in uno dei luoghi più intimi, liberi e visionari della propria ricerca artistica.

I sedici Quartetti per archi, ai quali si aggiunge la Grande Fuga op. 133, accompagnano Beethoven dalle prime affermazioni nella Vienna di fine Settecento fino agli ultimi anni della sua vita. Ascoltati nella loro completezza, raccontano un’evoluzione straordinaria: dalla conoscenza e dal confronto con la grande tradizione di Haydn e Mozart alla conquista di una voce assolutamente personale, fino alle opere estreme dell’ultimo periodo, nelle quali il linguaggio sembra oltrepassare i confini del proprio tempo.

Nei Quartetti op. 18 incontriamo un Beethoven ancora profondamente legato alla grande tradizione classica, ma già pronto a metterne in discussione equilibri, proporzioni e convenzioni. Il modello di Haydn e Mozart rimane riconoscibile, ma il dialogo fra i quattro strumenti acquista un’energia nuova: nessuna voce è semplicemente subordinata alle altre e il quartetto diventa progressivamente uno spazio di confronto, tensione e libertà espressiva.

Il Quartetto n. 3, con cui si apre il progetto di MITO, è in realtà il primo dei sei ad essere stato composto. È forse il più lirico e disteso del gruppo: vi prevalgono trasparenza, cantabilità e naturale fluidità. Beethoven sembra avvicinarsi al genere con particolare libertà, esplorandone le possibilità senza rinunciare alla grazia della tradizione viennese.

Nel Quartetto n. 1 emerge invece con maggiore evidenza la sua ambizione drammatica. Dietro l’apparente adesione alle forme classiche si avverte una tensione nuova, che raggiunge uno dei suoi vertici nel celebre Adagio affettuoso ed appassionato: una pagina di straordinaria intensità nella quale il dialogo fra gli strumenti sembra trasformarsi in racconto ed emozione.

Un carattere diverso appartiene al Quartetto n. 2, tradizionalmente soprannominato “Komplimentierquartett”. È il volto più elegante, luminoso e conversativo del giovane Beethoven: le frasi musicali sembrano scambiarsi gesti di cortesia, domande e risposte, richiamando il raffinato mondo settecentesco. Dietro questa apparente leggerezza si nasconde tuttavia una scrittura rigorosamente controllata, nella quale Beethoven comincia già a forzare con sottigliezza le regole ricevute dai suoi predecessori.

Il Quartetto n. 6 chiude infine il ciclo dell’op. 18 guardando decisamente oltre. Nell’introduzione all’ultimo movimento, significativamente intitolata “La Malinconia”, l’atmosfera diventa sospesa e inquieta. Improvvisi mutamenti di tempo e di carattere conducono dalla meditazione più oscura a una vitalità quasi febbrile: è come se, proprio alla conclusione dell’op. 18, Beethoven aprisse una finestra sul proprio futuro.

Con i tre Quartetti op. 59, dedicati al conte Andrej Razumovskij, quel futuro è ormai presente. Le dimensioni si ampliano, i contrasti diventano più radicali e il materiale musicale viene continuamente trasformato. I quattro strumenti acquistano una forza quasi orchestrale senza perdere l’intimità propria della musica da camera.

Il secondo Quartetto dell’op. 59, con cui si conclude quest’anno il ciclo, è uno degli esempi più intensi di questa nuova concezione. Energia e inquietudine, raccoglimento e tensione drammatica, silenzi e improvvisi scatti attraversano l’intera composizione. Il suo cuore è il Molto Adagio, pagina contemplativa e quasi metafisica, mentre nel terzo movimento compare un tema russo, omaggio a Razumovskij, che Beethoven trasforma attraverso un’elaborazione contrappuntistica serrata.

Il Quartetto op. 74 inaugura i quartetti “isolati”, non compresi cioè in una successione con lo stesso numero d’opus. Detto “delle arpe” per le figurazioni in pizzicato del primo movimento, appartiene alla piena maturità del cosiddetto periodo “eroico”. I quattro strumenti diventano interlocutori quasi alla pari: una frase può iniziare nel violoncello, essere completata dalla viola, passare al secondo violino e infine emergere nel primo. Una vera conversazione a quattro.

È proprio questa caratteristica che rende l’op. 74 un ponte molto interessante: conserva ancora la forza e la chiarezza del Beethoven “eroico”, ma comincia a privilegiare silenzio, timbro, frammentazione, trasformazione e dialogo interno. Elementi che Beethoven porterà molto più lontano nei quartetti degli ultimi anni.

Con i Quartetti op. 127 e op. 130 entriamo pienamente nell’universo dell’ultimo Beethoven. Ormai completamente sordo, il compositore vive il suono come una dimensione interiore e conduce il quartetto oltre i confini della forma classica. Nell’op. 127 una solenne apertura introduce un mondo nel quale lirismo, meditazione e improvvisi mutamenti espressivi sembrano sospendere il tempo.

Nell’op. 130 Beethoven procede ancora oltre. I sei movimenti accostano leggerezza, ironia, tensione e introspezione con una libertà sorprendente. Al centro emotivo dell’opera emerge la Cavatina, pagina di estrema semplicità e commozione, particolarmente cara allo stesso Beethoven.

A questo universo appartiene anche la Grande Fuga op. 133, concepita originariamente come finale dell’op. 130 e successivamente pubblicata come opera autonoma. Nel programma di MITO viene eseguita dopo l’op. 130, restituendo così il legame originario fra le due composizioni. È una delle creazioni più radicali di Beethoven: quasi incomprensibile ai contemporanei, conserva ancora oggi intatta la propria forza dirompente.

Dall’op. 18 alla Grande Fuga si compie così un percorso straordinario: la forma, inizialmente ereditata dalla tradizione, diventa progressivamente uno spazio di assoluta libertà, nel quale Beethoven sembra interrogare il silenzio, la memoria e la dimensione più profonda dell’esperienza umana.

A raccogliere questa sfida sono Francesco Manara e Daniele Pascoletti ai violini, Simonide Braconi alla viola e Massimo Polidori al violoncello: quattro musicisti provenienti dalla grande tradizione scaligera, nella quale la cultura del suono orchestrale e quella del teatro convivono con una profonda esperienza cameristica. La loro storia comune nasce proprio dalla volontà di trasformare l’affinità maturata all’interno dell’Orchestra del Teatro alla Scala in un dialogo cameristico autonomo, fondato sull’ascolto e sul confronto.

Francesco Manara, al primo violino, imprime al quartetto autorevolezza e slancio, con un fraseggio che unisce rigore, chiarezza e naturale capacità narrativa. Al suo fianco Daniele Pascoletti, secondo violino, offre sensibilità e duttilità, muovendosi con equilibrio tra primo piano e trama interna e alimentando costantemente il dialogo dell’ensemble.

Alla viola, Simonide Braconi porta un timbro caldo e profondamente riconoscibile: una voce interiore che unisce i registri e sa emergere con intensità nei momenti più espressivi. Massimo Polidori, al violoncello, costituisce il fondamento sonoro del quartetto, conferendogli profondità e respiro senza rinunciare a una raffinata cantabilità.

Quattro personalità distinte, quelle del Quartetto d’Archi del Teatro alla Scala, che attraverso un lungo cammino condiviso hanno costruito un’intesa profonda.

Il confronto diventa così parte essenziale del fare musica e trasforma le singole voci in un unico organismo, capace di respirare, ascoltare e interpretare insieme. Per il pubblico assistere all’intero ciclo significa seguire due storie parallele: quella di Beethoven, che attraverso i Quartetti percorre quasi trent’anni della propria esistenza creativa, e quella di quattro interpreti che scelgono di misurarsi con uno dei vertici assoluti della letteratura musicale.

Nell’affrontare l’integrale beethoveniana, queste quattro personalità non cercano di annullarsi, ma di confrontarsi. È qui che il quartetto d’archi rivela la propria natura più profonda: quattro individualità, quattro timbri, quattro modi di pensare la musica che devono respirare insieme senza perdere la propria identità. Nel repertorio di Beethoven questa relazione viene portata al limite, tecnicamente, musicalmente e umanamente.

La lunga esperienza del Quartetto della Scala rende questo confronto particolarmente significativo: non uniformità, ma equilibrio; non sovrapposizione, ma dialogo. Soprattutto nella Große Fuge la lettura dei quattro musicisti rispecchia il titolo di MITO SettembreMusica di quest’anno: “Armonia”, un perfetto equilibrio di proporzioni.

Se usiamo la metafora di Massimo Mila, che a proposito di questa pagina aveva detto che ai quattro musicisti tocca «dipanare una matassa di filo spinato», questa volta le punte di questo filo spinato sembrano leggermente smussate: nella loro esecuzione vincono la musicalità e il controllo piuttosto che le intemperanze espressive, la bellezza del suono piuttosto che l’asprezza delle dissonanze.

La scelta di non eseguire i quartetti in ordine cronologico potrebbe apparire discutibile, ma si rivela invece convincente perché ripropone in ogni concerto il salto vertiginoso dai lavori giovanili – ogni serata è aperta da uno dei Quartetti op. 18 – a quelli della maturità. Un breve intervallo, con le luci in sala, separa la luminosità delle prime opere dalle domande quasi metafisiche delle ultime e Manara, Pascoletti, Braconi e Polidori diventano così mediatori di un pensiero che, a due secoli di distanza, conserva intatta la propria necessità.

Beethoven continua a parlarci non come un monumento del passato, ma come una voce viva: fragile e potente, intima e universale, ancora capace di interrogarci sulla condizione umana.

Alla fine dell’ultimo concerto, l’entusiasmo del pubblico strappa questa volta il bis che non aveva ottenuto nei due precedenti: un’esecuzione ultraterrena della Cavatina. Adagio molto espressivo dell’op. 130, una pagina di un’intensità e di una bellezza rarefatta la cui atmosfera sembra anticipare di quasi cinquant’anni quella del wagneriano Siegfried-Idyll, se non addirittura dell’Adagietto della Quinta di Mahler!

(anche su Le Salon Musical)

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MiTo-Settembre Musica: Stabat Mater

foto @ Alessandro Bosio

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Gioachino Rossini, Stabat Mater per soli, coro e orchestra
Introduzione (soli e coro) Stabat Mater
Aria (tenore) Cujus animam gementem
Duetto (soprano e mezzosoprano) Quis est homo
Aria (basso) Pro peccatis suae gentis
Coro e Recitativo (basso e coro, a sole voci) Eja Mater, fons amoris
Quartetto (soli) Sancta Mater
Cavatina (mezzosoprano) Fac ut portem
Aria (soprano) e coro Inflammatus
Quartetto (soli) Quando corpus morietur
Finale (coro) Amen

Orchestra degli allievi dei Conservatori di Torino e Milano, Speranza Scappucci direttrice, Coro Maghini, Claudio Chiavazza maestro del coro, Maria Grazia Schiavo soprano, José Maria Lo Monaco mezzosoprano, Levy Sekgapane tenore, Andrea Pellegrini basso

Torino, Chiesa di San Filippo Neri, 17 settembre 2026

1978-2026. San Filippo, ancora una volta

Nel 1978 nasceva a Torino Settembre Musica. Era l’inizio di un’avventura destinata a cambiare profondamente il rapporto della città con la grande musica: Torino stessa diventava una sorta di immensa sala da concerto, capace di aprire alla musica non soltanto i teatri e gli auditorium, ma anche le sue chiese e alcuni dei suoi luoghi più suggestivi. Il 28 settembre di quell’anno, nella Chiesa di San Filippo Neri, il pubblico poteva assistere gratuitamente al Sacrum militare oratorium Juditha Triumphans di Antonio Vivaldi, eseguito dai Virtuosi di Roma sotto la direzione di Renato Fasano.

Quarantotto anni dopo, quello stesso luogo, che appartiene alla memoria fondativa di Settembre Musica, torna ad accogliere, ancora gratuitamente, il pubblico per una delle pagine più alte del repertorio sacro dell’Ottocento: lo Stabat Mater di Gioachino Rossini. Il tempo è trascorso, la manifestazione si è trasformata, è diventata MITO SettembreMusica e ha unito Torino e Milano, ma qualcosa dello spirito originario è rimasto intatto. Anche l’acustica di San Filippo Neri continua a non essere ottimale, ma gli ampi spazi della grande chiesa barocca consentono di accogliere un numero considerevole di ascoltatori. E il pubblico risponde con lo stesso entusiasmo. Oggi come allora.

Sul podio c’è Speranza Scappucci, direttrice artistica della rassegna, alla quale è affidata la concertazione di una delle opere più intense e profonde del Rossini maturo. Nello Stabat Mater spiritualità e teatro, raccoglimento e potenza espressiva convivono in un equilibrio straordinario. Rossini affida alle voci soliste, al coro e all’orchestra il compito di attraversare il dolore della Madre ai piedi della Croce e di trasformarlo progressivamente in qualcosa che supera il racconto religioso per diventare meditazione universale sulla sofferenza, sulla speranza e sulla luce.

Composto sulla celebre sequenza medievale Stabat Mater dolorosa, il capolavoro rossiniano conserva intatta la forza drammatica del grande autore d’opera, ma la conduce verso una dimensione più intima e spirituale. I momenti di austera contemplazione si alternano a improvvise aperture liriche; la delicatezza delle voci soliste incontra la monumentalità del coro; silenzi e tensioni preparano esplosioni musicali di straordinaria intensità. Sono contrasti che, per certi aspetti, appartengono anche alla quasi coeva Grande Messe des morts di Hector Berlioz: lo Stabat Mater rossiniano prende forma nel decennio 1833-1843, mentre il monumentale Requiem del compositore francese risale al 1837.

Dall’immagine antica e universale della Madre immobile ai piedi della Croce nasce così una delle creazioni più sorprendenti di Rossini. Il compositore non rinuncia alla propria natura teatrale: la mette al servizio del sacro. Le voci emergono dall’orchestra come presenze, il coro assume il carattere di una voce collettiva dell’umanità e i momenti di intimo raccoglimento vengono improvvisamente attraversati da grandi aperture sonore. Dolore, silenzio, paura, pietà e speranza si susseguono fino a trasformare la sofferenza individuale di Maria in un’esperienza nella quale ogni uomo può riconoscersi.

La Chiesa di San Filippo Neri, con la sua monumentalità e la forza della sua architettura, diventa inevitabilmente parte di questa esperienza. Spazio, musica e luce entrano in dialogo. Le grandi proporzioni della chiesa amplificano il carattere solenne dell’opera e, nonostante una risposta acustica non sempre favorevole alla nitidezza, orchestra, coro e voci riescono a restituire al testo la sua dimensione più profondamente umana.

Lo Stabat Mater attraversa così quasi due secoli senza perdere la propria forza. Perché non è soltanto musica sacra. È teatro dell’anima: il racconto di un dolore che appartiene a una madre e che, nello stesso istante, diventa il dolore di tutti.

Speranza Scappucci arriva a questo appuntamento forte di un rapporto costruito nel tempo con il compositore pesarese. Specialista del repertorio rossiniano, a Torino la si ricorda nella Cenerentola di dieci anni fa con la regia di Alessandro Talevi; con Il barbiere di Siviglia aveva debuttato alla Canadian Opera Company di Toronto, mentre al Rossini Opera Festival ha diretto Il turco in Italia. Esperienze che rendono particolarmente interessante il suo incontro con lo Stabat Mater.

Dalla leggerezza, dal ritmo e dalla vertigine teatrale dell’opera buffa si passa qui a una dimensione spirituale. Il linguaggio cambia, ma l’energia teatrale di Rossini entra con lui nello spazio sacro. Il sorriso lascia il posto alla contemplazione, il virtuosismo si trasforma in espressione e il teatro diventa preghiera. Per Scappucci affrontare lo Stabat Mater significa quindi misurarsi con un altro volto del compositore: più austero, monumentale e spirituale, eppure ancora profondamente teatrale. Rossini cambia scena, ma non perde mai la voce del teatro.

L’orchestra riunisce le eccellenze degli allievi dei Conservatori delle due città di MITO, Milano e Torino, che anche quest’anno affrontano insieme un percorso formativo nel quale possono condividere le competenze acquisite e, soprattutto, confrontarsi direttamente con il pubblico. Il risultato è eccellente e nasce dall’incontro fra l’impegno dei giovani musicisti e la capacità di Scappucci di gestire, coordinare ed esaltare le qualità tecniche ed espressive dell’ensemble.

Non emergono sezioni deboli. Colpiscono l’omogeneità degli archi, la brillantezza degli ottoni, il colore dei legni e la precisione delle percussioni. Gli interventi dei fagotti all’inizio e alla conclusione del lavoro rimangono particolarmente impressi nella memoria per bellezza del suono e intensità espressiva; la fanfara di trombe e tromboni nell’Amen possiede uno splendore sorprendente, mentre il battito dei timpani mantiene una precisione costante, contribuendo in maniera determinante alla tensione della partitura.

Il Coro Maghini si conferma una compagine di eccellenza, dalle prime note in pianissimo dei bassi sulle parole Stabat Mater sino all’Amen fugato conclusivo. Scappucci riesce a mantenere in equilibrio le due grandi masse sonore, coro e orchestra, senza sacrificare le voci dei quattro solisti, fra i quali figurano interpreti affermati sulla scena internazionale.

Per proiezione e bellezza del timbro, Maria Grazia Schiavo conferisce alla parte del soprano una particolare luminosità. Nell’aria Inflammatus et accensus il Rossini operista mostra alcune delle sue armi migliori e la cantante risponde con sicurezza e slancio. Un momento solistico di grande fascino è affidato anche al mezzosoprano José Maria Lo Monaco nella cavatina Fac ut portem Christi mortem; insieme, le due voci femminili danno poi vita al sorprendente duetto Quis est homo, una delle pagine più immediatamente teatrali dell’intera composizione.

L’aria del tenore, Cujus animam gementem, porta inevitabilmente con sé il ricordo di Luciano Pavarotti, che ne fu un interprete forse insuperabile. Anche per questo il confronto è arduo e la prova del pur apprezzabile Levy Sekgapane non riesce a soddisfare pienamente. Più convincente il basso Andrea Pellegrini, al quale Rossini affida l’intensa aria Pro peccatis suae gentis e, successivamente, la sorprendente pagina con coro a cappella Eja, Mater, fons amoris.

È ancora il canto senza accompagnamento orchestrale a creare uno dei momenti più sospesi della serata nel Quando corpus morietur, affidato alle quattro voci soliste a cappella: una musica rarefatta, quasi una visione del Paradiso, prima che l’Amen conclusivo riporti tutta la forza della costruzione rossiniana.

Alla fine, le numerose chiamate degli artisti e gli applausi intensi e prolungati raccontano con chiarezza la soddisfazione del pubblico. Ma forse il significato della serata va oltre il successo dell’esecuzione. Ascoltare oggi lo Stabat Mater proprio qui significa ritrovare qualcosa dell’intuizione originaria di Settembre Musica: portare la grande musica nei luoghi della città e permettere che quei luoghi, attraverso la musica, possano essere guardati e vissuti in modo diverso.

Nella chiesa di San Filippo Neri gremita, Rossini fa il resto: il dolore della Madre diventa teatro, il teatro diventa preghiera e la preghiera, attraverso la musica, torna a essere esperienza collettiva.

(anche su Le Salon Musical)

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MITO-Settembre Musica: Les Arts Florissants

foto © Fabio Miglio

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Marc-Antoine Charpentier

Les Arts Florissants H.487

La Descente d’Orphée aux Enfers H.488

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Les Arts Florissants, William Christie direttore

Torino, Auditorium Giovanni Agnelli, 9 settembre 2026

Christie e Les Arts Florissants: quando la musica vince la Discordia e commuove l’Inferno

Per MITO Settembre Musica torna a Torino una presenza particolarmente cara agli appassionati del Barocco: Les Arts Florissants, l’ensemble fondato nel 1979 da William Christie e diventato in quasi mezzo secolo uno dei protagonisti della riscoperta della musica francese del Sei e Settecento.

Americano di nascita e francese d’adozione, clavicembalista e direttore, Christie ha fatto molto più che riportare alla luce pagine dimenticate: ha restituito loro una lingua, un gesto, un colore, contribuendo in maniera decisiva a cambiare il nostro modo di ascoltare il Barocco francese. Dal 2020 condivide la direzione musicale dell’ensemble con Paul Agnew, da tempo figura centrale del gruppo.

Il nome scelto da Christie è già una dichiarazione d’amore e d’intenti: viene da Les Arts florissants H.487 — Les Arts florissans nella grafia originale —, “Idylle en Musique” composto da Marc-Antoine Charpentier nel 1685. Nel concerto torinese gli si affianca un altro piccolo capolavoro teatrale dello stesso autore, La descente d’Orphée aux enfers, “Petit opéra en deux actes”.

Charpentier scrisse Les Arts florissants per i musicisti al servizio di Marie de Lorraine, duchessa di Guisa, nella cui residenza parigina lavorò per molti anni. Il libretto anonimo mette in scena il familiare universo seicentesco dell’allegoria: Musica, Poesia, Pittura e Architettura, sotto il regno della Pace, vivono una stagione felice. Sono, letteralmente, “arti fiorenti”.

A turbare l’armonia arriva la Discordia, seguita da Guerrieri e Furie. La Pace invoca allora Giove, che con una pioggia di fulmini ricaccia i nemici negli Inferi, ristabilendo l’ordine. Sullo sfondo è evidente l’omaggio alla Francia di Luigi XIV e all’idea che sotto un potere capace di garantire pace e stabilità anche le arti possano raggiungere il massimo splendore. Ma Charpentier va oltre la celebrazione politica e trasforma l’allegoria in materia musicale: alla grazia luminosa delle Arti contrappone l’agitazione della Discordia, facendo coincidere il ritorno dell’ordine con quello dell’armonia sonora.

Non stupisce che Christie abbia scelto proprio questo titolo per battezzare il suo ensemble. “Far rifiorire le arti” poteva diventare il motto ideale di un gruppo nato per restituire vita a un repertorio che attendeva di essere nuovamente ascoltato. Charpentier sarebbe diventato uno dei suoi autori d’elezione: già nel 1981 Christie incise Les Arts florissants, contribuendo alla riscoperta dell’opera e del suo compositore.

Con La descente d’Orphée aux enfers il viaggio cambia direzione. Euridice è morta per il morso di un serpente e Orfeo decide di scendere nel regno dei morti per riprendersela. La sua unica arma è il canto, capace di commuovere le anime infernali e lo stesso Plutone. Charpentier concentra il mito in un teatro intimo e potentissimo, nel quale l’efficacia della musica non viene proclamata ma mostrata: Orfeo canta e l’Inferno ascolta.

Plutone gli concede di ricondurre Euridice tra i vivi a condizione che non si volti a guardarla. Ma Charpentier interrompe l’opera prima della catastrofe: non vediamo Orfeo voltarsi né assistiamo alla seconda perdita di Euridice. Restiamo sulla soglia, in una sospensione nella quale speranza e inquietudine convivono.

Le due partiture mostrano così volti complementari di Charpentier: da una parte il teatro allegorico, luminoso e politico; dall’altra il teatro del mito e degli affetti. In entrambi, però, alla musica è attribuito un potere concreto: può ricomporre ciò che la Discordia ha spezzato, placare le Furie e persino sospendere, per un istante, le leggi della morte.

Christie riserva però una sorpresa ulteriore al pubblico di MITO. Insieme alle registe Marie Lambert-Le Bihan e Stéphane Facco e al coreografo Martin Chaix propone una vera messa in scena dei due lavori. Se già Les Arts florissants beneficia di una realizzazione elegante e dinamica, è soprattutto La descente d’Orphée aux enfers a trovare una sorprendente forza teatrale. Con mezzi ridottissimi — alcune corde, una macchina del fumo, luci colorate — il palcoscenico dell’Auditorium Agnelli si trasforma progressivamente nel regno dei morti. L’essenzialità non diventa povertà, ma al contrario stimola l’immaginazione: pochi elementi, governati con precisione, bastano a suggerire il passaggio dal mondo dei vivi a quello delle ombre.

A dare unità alla serata è naturalmente Christie, che dal clavicembalo distende sulle due partiture il suo inconfondibile gusto per il fraseggio, la misura e il colore. Non c’è nulla di esibito nella sua direzione: il gesto musicale sembra nascere dall’interno della partitura, con quella naturalezza che può derivare soltanto da una frequentazione lunga decenni. Magistrale la risposta dei dieci strumentisti del ristretto ensemble — sei archi, due flauti, arciliuto e percussioni — capaci di ottenere una tavolozza timbrica sorprendentemente ricca senza mai appesantire la trasparenza della scrittura. Ne La descente d’Orphée aux enfers si fanno apprezzare in modo particolare le viole da gamba di Myriam Rignol e Mathilde Vialle, determinanti nel creare quel colore scuro, morbido e dolente che accompagna la discesa nell’oltretomba.

L’unico limite viene proprio dall’Auditorium Agnelli: l’ampiezza della sala non favorisce pienamente una musica nata per spazi più raccolti, nella quale il dettaglio strumentale, la parola e le minime sfumature dinamiche chiederebbero una prossimità maggiore. La qualità dell’esecuzione riesce in larga parte a compensare il problema, ma resta il desiderio di poter ascoltare una musica così intima in un ambiente acusticamente più complice.

Il versante vocale e teatrale è affidato ai giovani solisti diplomati alla 12ma edizione dell’Académie Le Jardin des Voix. Eccone i nomi in ordine alfabetico: Kevin Arboleda-Oquendo, Josipa Bilić, Camille Chopin, Sarah Fleiss, Sydney Frodsham, Tanaquil Ollivier, Bastien Rimondi, Attila Varga-Tóth e Matthieu Walendzik. Accanto ai quattro danzatori, tutti sono chiamati a un impegno scenico notevole, affrontando movimenti coreografici tutt’altro che elementari e dimostrando una preparazione che va ben oltre la dimensione strettamente vocale.

È proprio questa disponibilità a diventare insieme cantanti-attori-danzatori a costituire uno degli elementi più riusciti dello spettacolo. Le comprensibili acerbità di interpreti all’inizio della carriera sono largamente compensate dalla presenza scenica, dalla dedizione e dall’entusiasmo con cui affrontano un debutto tanto prestigioso. Il risultato è un teatro vivo, nel quale il canto non resta mai separato dal gesto e la musica di Charpentier ritrova quella fusione fra parola, movimento e suono che appartiene alla sua natura più autentica.

Fra tutti emerge Richard Pittsinger nel ruolo di Orphée, haute-contre di eccellente livello. Il timbro luminoso, l’eleganza della linea e la sicurezza tecnica gli consentono di dare al protagonista una nobiltà mai manierata. Ma è soprattutto nella capacità di far coincidere virtuosismo vocale ed espressione che Pittsinger convince: il suo Orfeo non conquista l’Inferno con la potenza, bensì con la bellezza e la persuasione del canto, rendendo immediatamente credibile il cuore stesso del mito.

Ed è forse questo il gioco di specchi più bello della serata: ascoltare Les Arts Florissants interpretare Les Arts florissants e poi seguirli, insieme a Orfeo, fino agli Inferi. Un ensemble che da quasi cinquant’anni porta nel nome l’utopia di Charpentier torna al compositore dal quale tutto ebbe inizio e, grazie a Christie, ai suoi musicisti e a una nuova generazione di interpreti, dimostra ancora una volta che certe arti continuano magnificamente a fiorire.

(anche su Le Salon Musical)

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Intervista a Vincenzo Milletarì

foto © Marco Borrelli

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Nella nuova generazione di direttori italiani, Vincenzo Milletarì si distingue per un percorso singolare. La sua formazione e i primi passi professionali si sono svolti infatti nell’Europa del Nord, in un ambiente musicale che ha profondamente segnato la sua sensibilità artistica. Il confronto con culture e tradizioni interpretative diverse ha affinato nel tempo una personalità direttoriale riconoscibile, nella quale il rigore della preparazione si accompagna alla naturalezza del gesto, alla cura del dettaglio e a una particolare attenzione per il dialogo con l’orchestra..

Renato Verga – Il cognome Milletarì racconta un’origine meridionale, e nel suo caso conduce alla Sicilia, di cui è originaria la sua famiglia, e a Taranto, dove è nato. Quando entra la musica nella sua vita e quando, invece, nasce l’idea della direzione d’orchestra? Quali incontri e quali ascolti hanno segnato il passaggio da una vocazione ancora intuitiva alla scelta del Conservatorio di Milano e, infine, del podio?
Vincenzo Milletarì – Ho deciso molto presto di diventare musicista, già nella prima adolescenza. Ho iniziato con il jazz e sono arrivato alla musica classica attraverso la composizione. A Milano ho capito definitivamente che la musica sarebbe stata la mia vita: volevo viaggiare, conoscere persone, mettermi continuamente in discussione. Non desideravo né un lavoro impiegatizio né la solitudine del compositore: volevo essere, in qualche modo, imprenditore di me stesso. La direzione d’orchestra riuniva tutto questo e da adolescente sono stato folgorato da Karajan; più tardi ho avuto la fortuna di conoscere Abbado e seguirne gli ultimi anni a Bologna e Lucerna. Jazz, musica contemporanea, composizione, Karajan, Abbado: da lì è nata la scelta. Prima Milano, poi Brescia e infine Copenaghen, dove sono diventato realmente un direttore d’orchestra.

RV – La sua carriera ha avuto fin dall’inizio una forte dimensione internazionale, con debutti importanti soprattutto in Svezia, Norvegia e Danimarca. Come nasce questa precoce affinità con il Nord Europa? È stata una concatenazione di occasioni professionali o ha trovato nella cultura musicale scandinava qualcosa di particolarmente congeniale al suo modo di intendere il mestiere?
VM – Sono italiano e sono fiero di esserlo, ma come direttore sono stato formato all’estero. Gli anni decisivi sono stati quelli di Copenaghen: lì ho imparato il mestiere, tenuto i primi concerti e ricevuto i primi inviti. Anche il debutto all’Opera di Copenaghen nacque quasi per caso. Dirigevo un’orchestra amatoriale; il direttore artistico venne a un concerto e mi invitò per alcune recite del Viaggio a Reims. Devo moltissimo alla Scandinavia. Danimarca e Svezia mi hanno dato una cosa fondamentale per un giovane direttore: la possibilità di cominciare davvero e, soprattutto, di continuare.

RV – Stoccolma, in particolare, sembra essere diventata una seconda patria artistica. Quanto ha inciso l’esperienza all’Opera di Stoccolma sulla sua formazione di direttore? E che cosa significa, per un giovane maestro, crescere all’interno di un teatro e misurarsi nel tempo con la stessa orchestra, anziché passare continuamente da un’istituzione all’altra?
VM – Stoccolma è stata fondamentale. Ci sono arrivato quasi per caso, ancora studente, come cover e assistente per una Raymonda. Poi sono arrivati una recita, una produzione, due produzioni, fino a quasi cento rappresentazioni in dieci anni. La cosa più preziosa è stata poter crescere insieme al teatro: da ragazzo seduto dietro al direttore fino a tornare ogni stagione per dirigere produzioni e concerti. È una continuità rara e un enorme attestato di fiducia. Oggi quel percorso prosegue a Göteborg, con una prospettiva diversa: tre anni nei quali provare a costruire insieme a orchestra e coro un suono e un’identità.

RV – Un altro luogo importante del suo percorso è Praga, dove ha diretto titoli centrali del repertorio italiano, da Rigoletto e La traviata a Tosca e Madama Butterfly. Che cosa accade quando Verdi e Puccini vengono affrontati attraverso una sensibilità e una tradizione orchestrale mitteleuropee? Dirigere il nostro repertorio fuori dall’Italia le ha fatto scoprire qualcosa che, proprio perché appartiene così profondamente alla nostra cultura musicale, tendiamo talvolta a dare per acquisito?
VM – C’è un paradosso: spesso pensiamo che gli stranieri conoscano poco il repertorio italiano, mentre molti lo studiano con una passione straordinaria. Leggono lettere e biografie, conoscono le partiture e amano questa musica proprio perché non appartiene alla loro tradizione nazionale. Inoltre, molti teatri europei possiedono una vera tradizione italiana. A Praga ho trovato ancora i materiali del Rigoletto diretto da Nello Santi; a Copenaghen e Stoccolma hanno lavorato a lungo Giuseppe Patanè e Pier Giorgio Morandi. È affascinante scoprire che una parte della nostra memoria interpretativa è custodita fuori dall’Italia. In certi teatri Verdi e Puccini non sono affatto “repertorio straniero”: fanno parte della loro storia.

RV – Il suo debutto professionale in Italia arriva nel 2020, a trent’anni, con Il trovatore in forma di concerto allo Sferisterio di Macerata, quando alle spalle aveva già un significativo percorso internazionale. È una traiettoria curiosamente inversa rispetto a quella tradizionale: prima il riconoscimento all’estero, poi l’Italia. Si è mai sentito un “cervello in fuga”, oppure partire è stato semplicemente il modo più naturale per diventare il direttore che voleva essere?
VM – Non mi sono mai sentito un cervello in fuga, perché, come direttore, il cervello me l’hanno formato in Danimarca. Non sono scappato dall’Italia: ho scelto di andare altrove. Volevo conoscere il mondo e sperimentare un sistema di formazione diverso. Tornare in Italia è stato quasi un secondo apprendistato, perché ogni Paese ha un proprio modo di provare, lavorare e vivere il teatro. Oggi è proprio questo che trovo stimolante: capire rapidamente che cosa un’orchestra e un teatro si aspettano da te, sapendo che può cambiare completamente da un Paese all’altro.

RV – Da allora il rapporto con l’Italia si è intensificato: L’aio nell’imbarazzo a Bergamo, Suor Angelica e Il trovatore con l’Orchestra Sinfonica di Milano, fino alla riscoperta di Marina di Umberto Giordano con I Pomeriggi Musicali e poi gli impegni al Petruzzelli, al San Carlo e in altri teatri italiani. Ha la sensazione che si sia finalmente aperto un nuovo capitolo italiano della sua carriera? E trova differenze sostanziali fra il modo di fare teatro musicale in Italia e quello che ha conosciuto nel resto d’Europa?
VM – Quest’anno è stato molto italiano e ne sono felice. Bari, soprattutto, ha significato tornare a casa: da pugliese, fare musica con musicisti pugliesi ha avuto un valore particolare. La differenza più evidente con l’estero è organizzativa, ma oggi l’Italia sta vivendo una trasformazione più interessante: un enorme ricambio generazionale nelle orchestre. Sta arrivando la “generazione Erasmus”: giovani italiani che hanno studiato e lavorato all’estero, insieme a molti musicisti stranieri. Portano esperienze, suoni e prassi differenti. È un processo che può cambiare profondamente le nostre orchestre. All’estero hanno imparato molto dalla tradizione italiana; ora noi possiamo riportare in Italia ciò che abbiamo imparato fuori. È questo scambio a far crescere un’orchestra.

RV – Proprio Marina di Giordano la porta verso una partitura lontana dal grande repertorio abituale. Che cosa cerca un direttore in un’opera dimenticata, sulla quale il peso della tradizione interpretativa è inevitabilmente minore? Questa assenza di modelli rappresenta soprattutto una libertà o, al contrario, una responsabilità ancora maggiore?
VM – Marina ha richiesto un lavoro molto intenso. Nella scrittura verista il segno grafico non dice sempre tutto: bisogna cercare il senso musicale che sta dietro la notazione. Il tempo era poco e quindi è stato fondamentale lavorare prima con i solisti, cercando insieme naturalezza nel fraseggio e nel respiro. Un’opera con poca storia interpretativa offre più libertà, ma chiede anche più responsabilità. Una strada poco battuta ha rovi, fossi e buche; il grande repertorio, a volte, assomiglia a un’autostrada. La libertà è maggiore, ma bisogna costruirsi la strada.

foto © Marco Borrelli

RV – Il suo repertorio operistico resta finora fortemente legato alla grande tradizione italiana. Qual è invece il suo rapporto con il teatro musicale contemporaneo? La interessa il confronto con un compositore vivente e quindi con una partitura che non possiede ancora una propria storia interpretativa? E quanto può essere stimolante, per un direttore, contribuire non alla rilettura di una tradizione ma alla sua nascita?
VM – Il mio rapporto con la musica contemporanea è assolutamente naturale. Mi sono formato nel Nord Europa, dove dirigerla era parte integrante degli studi e continua a esserlo nella programmazione. Credo che ogni stagione dovrebbe lasciare spazio alla nuova musica. Lo dico anche da ex compositore: senza nuove opere, il repertorio diventa un museo. La cosa interessante è che molti compositori stanno superando i dogmi del secondo Novecento per cercare una voce personale. E infatti alcune nuove composizioni cominciano finalmente a essere riprese: non nascono più necessariamente per morire dopo la prima esecuzione.

RV – Sul versante sinfonico emerge una particolare attenzione per il mondo slavo: Dvořák, Skrjabin, Rimskij-Korsakov, Rachmaninov. Che cosa la attrae di questo universo musicale? È soprattutto una questione di colore, di scrittura orchestrale, di tensione narrativa, oppure riconosce in questi autori una sensibilità alla quale si sente intimamente vicino?
VM – Skrjabin è il compositore che vorrei approfondire maggiormente. Lo amo da ragazzo, inizialmente per la musica pianistica; da compositore, poi, ho imparato ad ammirarne soprattutto la genialità armonica. Come direttore vorrei affrontarne più spesso il repertorio sinfonico. Dopo la Seconda Sinfonia, vorrei dirigere la Terza e il Poema dell’estasi. Trovo Skrjabin profondamente sottovalutato. Il modo in cui arriva alle soglie della serialità è meno razionale di quello della Scuola di Vienna, ma forse proprio per questo infinitamente più poetico.

RV – Opera e sinfonia pongono il direttore di fronte a due forme diverse di responsabilità. Nel teatro il gesto deve confrontarsi con la voce, la parola, la scena e il tempo drammatico; nel repertorio sinfonico il rapporto con l’orchestra è più diretto. Dove sente maggiore libertà? E quali sono oggi i compositori nei quali riconosce maggiormente la propria sensibilità, e quelli ai quali sente invece di non essere ancora arrivato?
VM – Buca e palcoscenico sono due mondi diversi. Ci sono compositori operistici con i quali, nonostante abbia diretto molta opera, mi sento meno a mio agio, e autori sinfonici che sento invece molto vicini. Una certezza, però, è Verdi. Quando lo dirigo provo una tranquillità profondamente umana e musicale. Forse perché sono italiano, forse perché è il compositore che ho frequentato di più. Con Verdi non sento di dover cercare una lingua: ho la sensazione di parlarla.

RV – Riccardo Muti ha avuto un ruolo centrale nella sua formazione. Qual è la lezione più profonda che ha ricevuto da lui, al di là della tecnica del gesto? E quali altre figure, fra maestri incontrati personalmente e grandi direttori del passato, hanno contribuito a formare la sua idea dell’interpretazione?
VM – La scoperta più folgorante, conoscendo Muti, è stata la sua umanità. Mi ha insegnato soprattutto a non avere paura dell’errore: si impara, per citarlo, «sbattendo il naso contro il muro». Accettare di essere fallibili rende più liberi anche musicalmente. Abbado è stato un altro incontro decisivo, soprattutto sul piano umano. Morandi, invece, mi ha insegnato il mestiere concreto: la buca, il palcoscenico, i problemi quotidiani del teatro e il modo di risolverli. E poi c’è Karajan, inevitabilmente. Sono nato nel 1990: appartengo a una generazione cresciuta quando la sua iconografia era ancora potentissima. Il suo poster è rimasto sopra il mio letto per anni.

RV – Oggi abbiamo accesso immediato a decine di esecuzioni della stessa opera o della stessa sinfonia. È una ricchezza straordinaria, ma può diventare anche un condizionamento. Quanto ascolta le incisioni altrui quando studia una partitura? E come si conquista una voce personale senza cadere né nell’imitazione dei grandi modelli né, all’estremo opposto, nella ricerca dell’originalità a ogni costo?
VM – Quando studio una partitura non ascolto altre esecuzioni. Posso farlo prima, ma dal momento in cui comincia il lavoro smetto. Spesso torno ad ascoltare quell’opera soltanto anni dopo averla diretta. Una voce personale, del resto, non si conquista alla prima esecuzione. Nasce tornando più volte sulla stessa musica, finché si trova il proprio respiro dentro il linguaggio di un compositore. Con il tempo si capisce anche chi si è: dove si è forti, dove si è fragili, che cosa appartiene davvero al proprio gusto. La direzione, in fondo, è un’intera vita di autoanalisi.

RV – C’è poi il momento più privato del mestiere: il direttore solo davanti alla partitura. Quando arriva alla prima prova, quanto dell’interpretazione è già definito nella sua mente e quanto deve ancora nascere dall’incontro con l’orchestra? In altre parole: un direttore deve presentarsi davanti ai musicisti con delle risposte o, prima ancora, con le domande giuste?
VM – Un direttore deve arrivare con un’idea chiara, perché l’orchestra ne ha bisogno. Ma deve essere altrettanto pronto ad abbandonarla quando l’acustica, i musicisti, le voci o un solista gli mostrano una possibilità migliore. Con un’orchestra che conosci bene, la cosa più interessante è poter arrivare anche con delle domande: «Ho due idee, proviamole. Vediamo insieme quale suono o quale fraseggio funziona». L’autorevolezza non consiste nell’avere sempre una risposta. A volte consiste nell’avere la sicurezza di poter lasciare aperta una domanda.

RV – Anche l’idea stessa di direttore d’orchestra è profondamente cambiata. La figura novecentesca del maestro depositario di un’autorità quasi assoluta sembra appartenere a un’altra epoca. Che cosa significa oggi essere autorevoli davanti a un’orchestra? E che consiglio darebbe a un giovane che sogna questa professione? È lo stesso consiglio che avrebbe voluto ricevere quando, adolescente a Taranto, decise di dedicarsi a quello che — mi conceda una nota personale — considero “il mestiere più bello del mondo”?
VM – Il mestiere è cambiato, ma non credo abbia senso dire semplicemente se in meglio o in peggio. Anche nel Novecento l’idea di autorità si è trasformata: Karajan comunicava con i musicisti in modo diverso da Toscanini. Oggi l’autorevolezza non viene automaticamente dal podio: bisogna costruirsela. È questo che direi a un giovane: non confondere mai il podio con il potere. Il podio è il luogo in cui hai la possibilità e la responsabilità di fare musica al livello più alto possibile. Naturalmente esistono anche il successo, le fotografie, le interviste, i tappeti rossi. Ma sono il contorno, non il mestiere. Il mestiere vero sono le prove, i viaggi, le persone, gli incontri difficili e quelli straordinari, il lavoro che conduce al concerto. Se ami soprattutto quella parte, allora forse hai scelto la professione giusta.

RV – Guardando alla strada percorsa da Taranto a Milano, dalla Scandinavia a Praga e poi nuovamente all’Italia, c’è una partitura che sente di dover ancora “meritare”, un’opera o una sinfonia alla quale non vuole arrivare troppo presto? E, più ancora che un teatro o un titolo da aggiungere al curriculum, quale direttore vorrebbe diventare?
VM – Sono contento del percorso fatto e non ho fretta rispetto al futuro. Ci sono titoli che sono stato felice di non dirigere troppo presto. Uno è Don Giovanni: forse soltanto adesso comincio a comprenderne davvero la grandezza. Lo stesso vale per Simon Boccanegra e Don Carlo, che richiedono una maturità non soltanto musicale, ma profondamente verdiana. Con Puccini ho cercato di procedere per gradi: dopo La bohème, Tosca, Madama Butterfly, Turandot e Suor Angelica, vorrei arrivare a Manon Lescaut e La fanciulla del West. Non credo che tutte le partiture vadano dirette appena se ne presenta l’occasione. Alcune bisogna aspettare di essere pronti a meritarle.

⸪

MITO-Settembre Musica: Orchestra Filarmonica della Scala

foto © Andrea Veroni

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Sergej Rakhmaninov, La roccia op.7, fantasia sinfonica

Sergej Rakhmaninov, Suite dall’opera Aleko 
Introduzione – Danza delle donne – Intermezzo – Danza degli uomini

Pëtr Il’ič Čajkovskij, Sinfonia n° 4 in fa min op. 36
Andante sostenuto. Moderato con anima
Andantino in modo di canzona
Scherzo. Pizzicato ostinato – Allegro
Finale. Allegro con fuoco

Orchestra Filarmonica della Scala, Riccardo Chailly direttore

Torino, Auditorium Giovanni Agnelli, 8 settembre 2026

Chailly, la Russia e il Fato: una Filarmonica della Scala travolgente

Scambio di orchestre tra Torino e Milano per MITO Settembre Musica 2026: lunedì la Filarmonica di Torino si è esibita al Teatro Dal Verme, martedì la Filarmonica della Scala è arrivata al Lingotto Agnelli dove Riccardo Chailly ha scelto un programma interamente russo, accostando Pëtr Il’ič Čajkovskij e Sergej Rachmaninov: due compositori separati da una generazione, ma uniti dall’idea che la musica possa raccontare, senza bisogno di parole, ciò che accade nelle zone meno tranquille dell’animo umano.

Fra i due corre anche un significativo legame biografico. Quando il giovanissimo Rachmaninov si affacciò sulla scena musicale russa, Čajkovskij era già il compositore più celebre del paese e riconobbe subito il talento del collega. La sua morte, nel 1893, colpì profondamente Rachmaninov, che gli dedicò il Trio élégiaque n. 2. Riunirli nello stesso programma significa dunque raccontare anche un ideale passaggio di testimone.

Ad aprire il concerto è il ventenne Rachmaninov con La roccia (Утёс), fantasia per orchestra op. 7 del 1893. Molti dei caratteri della sua musica sono già presenti: atmosfere notturne, colori scuri, malinconia, la capacità di trasformare un paesaggio esteriore in paesaggio dell’anima.

Il titolo rimanda ai versi di Lermontov posti in testa alla partitura: una nube dorata trascorre la notte sul petto di una gigantesca rupe e al mattino riparte, lasciando la vecchia roccia sola nel deserto. Ma dietro la composizione c’è anche Durante il viaggio di Čechov, racconto di un incontro fugace fra un uomo tormentato e una giovane donna. Rachmaninov non traduce queste suggestioni in una narrazione letterale: gli interessano i contrasti fra immobilità e movimento, oscurità e luce, solitudine e apparizione.

Chailly coglie perfettamente questa natura sospesa della pagina. Non forza il giovane Rachmaninov verso il sentimentalismo del compositore maturo, ma ne mette in evidenza la qualità atmosferica e soprattutto la già sorprendente sapienza orchestrale. La Filarmonica risponde con una tavolozza raffinatissima: archi compatti senza diventare opachi, legni capaci di emergere come voci individuali, ottoni sorvegliati anche nei momenti di maggiore densità. Chailly lascia respirare le transizioni e costruisce i crescendi senza anticiparne il culmine: la tensione nasce dall’interno, per accumulo, anziché essere imposta dall’esterno.

Ancora più indietro porta Aleko, l’opera in un atto con cui Rachmaninov, appena diciannovenne, concluse nel 1892 gli studi al Conservatorio di Mosca. Tratta da Gli zingari di Puškin, racconta di un uomo che fugge dalla società in cerca della libertà ma scopre di non saperla concedere alla donna che ama e quando Zemfira sceglie un giovane zingaro, la gelosia di Aleko esplode nell’omicidio di entrambi. Come si vede, soggetto di sconcertante attualità.

Nella Suite orchestrale Chailly fa emergere il Rachmaninov uomo di teatro. È forse qui che l’intesa con la Filarmonica della Scala diventa più evidente: un’orchestra che porta nel proprio DNA il senso della scena, del gesto, dell’attesa. I cambi di atmosfera hanno immediatezza teatrale, le danze acquistano nervo senza diventare pesanti, mentre le grandi espansioni liriche conservano ampiezza e cantabilità. Chailly governa una massa sonora ricchissima con notevole chiarezza: anche nei fortissimi le sezioni restano leggibili, le voci interne non vengono sommerse e il colore non diventa mai semplice volume. È un Rachmaninov vigoroso ma non enfatico, nel quale il direttore mostra quanto il futuro sinfonista sia già contenuto nel giovanissimo autore d’opera.

Dopo l’intervallo, con la Sinfonia n. 4 in fa minore op. 36 di Čajkovskij, il concerto raggiunge il proprio centro di gravità. Composta fra il 1877 e il 1878, durante i mesi tormentati del matrimonio con Antonina Miljukova e dell’inizio del rapporto epistolare con Nadežda von Meck, la Quarta è dominata dall’idea del Fato: la forza inesorabile annunciata subito dagli ottoni e destinata a ritornare nei momenti decisivi.

Chailly ne offre una lettura di grande tensione ma tutt’altro che monolitica. La celebre fanfara iniziale non è soltanto fragorosa: ha peso, durezza e soprattutto una funzione strutturale. Da quel gesto il direttore fa discendere l’intero primo movimento, mantenendo saldo il lungo arco formale e impedendo che i continui contrasti emotivi si trasformino in episodi isolati. È proprio il controllo dell’architettura uno dei maggiori meriti dell’esecuzione: Chailly sa dove la musica deve arrivare e dosa tempi, accelerazioni e masse sonore con una lucidità che rende inevitabili anche le esplosioni più violente. In questa costruzione ha un ruolo determinante il timpano, incisivo ma mai debordante: i suoi interventi non aggiungono semplicemente potenza, ma scandiscono i punti di tensione della forma e danno al ritorno del Fato una concretezza quasi fisica.

Nel secondo movimento la Filarmonica mostra l’altra faccia della propria qualità: il canto malinconico non viene caricato di languore, ma respira con naturalezza, sostenuto dalla morbidezza degli archi e dalla qualità dei legni solisti. Chailly evita ogni compiacimento e lascia parlare la semplicità della linea, ottenendo una malinconia tanto più intensa quanto meno sottolineata.

Magnifico il gioco di precisione dello Scherzo, con gli archi in pizzicato: leggerissimi, mobili, perfettamente coordinati, capaci di creare quella singolare impressione di immagini che appaiono e scompaiono. Gli interventi dei legni e degli ottoni cambiano continuamente la prospettiva senza spezzare l’unità del movimento. Qui la virtuosità della Filarmonica non è esibizione, ma capacità di trasformare l’esattezza tecnica in fantasia.

Nel Finale Chailly libera invece tutta l’energia dell’orchestra. La festa popolare procede con slancio incalzante, ma senza perdere trasparenza; quando ritorna brutalmente il tema del Fato, l’effetto è tanto più impressionante perché preparato da un crescendo attentamente calibrato. Gli ottoni hanno potenza senza coprire il resto dell’orchestra, gli archi mantengono definizione anche alle velocità più sostenute e il timpanista è protagonista di una prova formidabile per precisione, energia e varietà d’accento: colpi secchi e nettissimi imprimono alla pulsazione un’urgenza drammatica senza mai appesantire il tessuto orchestrale. La conclusione acquista così una forza quasi fisica, ma non si riduce a una corsa verso il fortissimo: resta l’ambiguità di una vittoria conquistata più per volontà che per autentica liberazione.

È questo, in definitiva, il maggiore pregio della lettura di Chailly: coniugare controllo e abbandono, precisione e teatralità. La Filarmonica della Scala gli offre una qualità strumentale altissima, ma soprattutto una duttilità che permette di passare dal chiaroscuro di Rachmaninov alla violenza emotiva di Čajkovskij senza uniformarne i linguaggi. Il suono è pieno ma articolato, brillante senza diventare aggressivo; e dietro la spettacolarità si avverte sempre una precisa idea della forma.

Il pubblico del Lingotto lo comprende e l’entusiasmo raggiunge temperature altissime. La Filarmonica, del resto, non dimentica di appartenere al massimo tempio italiano della lirica e agli applausi risponde tornando idealmente a casa con la Sinfonia da La forza del destino, forse la più bella delle sinfonie verdiane. Dopo tanta Russia, Verdi arriva come un bis insieme naturale e irresistibile. Chailly e l’orchestra vi riversano slancio teatrale, eleganza e potenza, chiudendo una serata nella quale il virtuosismo non è mai stato fine a sé stesso, ma sempre posto al servizio dell’espressione.

(anche su lesalonmusical.it)

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Intervista a Fabio Ceresa

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Il pomo d’oro di Antonio Cesti è andato in scena per le Festwochen der Alten Musik di Innsbruck, conquistando il pubblico. Tra gli artefici del successo c’è il regista Fabio Ceresa, che ha trasformato la monumentale macchina secentesca in uno spettacolo capace di parlare al presente senza rinunciare alla meraviglia barocca. Lo incontriamo all’indomani di questa straordinaria avventura teatrale.

Renato Verga – È stata una scommessa quasi temeraria: un titolo assente dalle scene per oltre tre secoli e mezzo, quarantasette personaggi, due serate e persino due atti da ricostruire! Adesso che la scommessa è stata vinta, qual è stata la cosa che ha sorpreso di più persino lei?
Fabio Ceresa – La sorpresa più grande è stata scoprire quanto  Il pomo d’oro, dietro la sua smisurata complessità, possieda una straordinaria naturalezza teatrale. Durante le prove quella folla di personaggi, arie, metamorfosi e avventure ha cominciato a trovare quasi da sola il proprio ordine; e il pubblico ha percorso con noi la stessa strada, senza mai percepirla come una fatica. Avevamo preparato una scalata all’Olimpo, e la cima sembrava irraggiungibile: ma evidentemente Mercurio ci ha messo a disposizione i suoi calzari alati.

Il pomo d’oro  © Birgit Gufler

RV – Alla vigilia della prima diceva di voler restituire al pubblico contemporaneo non la lettera, ma lo stesso senso di meraviglia provato dagli spettatori del 1668. Dalle reazioni di Innsbruck, ha avuto la sensazione che quella meraviglia sia davvero scattata? E come la si riconosce dalla platea?
FC – Credo di sì. La meraviglia è insieme una reazione, un’emozione e, soprattutto, un’energia. Nasce da una sorta di accordo non scritto tra il palcoscenico e la platea, tra chi agisce e chi guarda: da una reciproca disponibilità a fidarsi e a lasciarsi sorprendere. Quando quell’accordo si crea, lo si avverte quasi fisicamente: attraversa il teatro, tende un’unica corda tra la scena e il pubblico e la fa risuonare. A Innsbruck ho sentito accadere proprio questo. La meraviglia è forse quell’istante rarissimo in cui il palcoscenico e la platea si accorgono di avere il cuore che batte all’unisono.

RV – In scena avete fatto convivere il Barocco e il presente, le macchine teatrali e il video, l’opulenza e l’ironia. Dopo questo successo, pensa che il pubblico sia molto meno spaventato dalla cosiddetta “opera antica” di quanto spesso immaginiamo?
FC – Il pubblico non ha paura dell’opera antica: ha paura di annoiarsi. Se un’opera del Seicento riesce ancora a parlare di vanità, sesso, potere, denaro, gelosia, guerra e desiderio, non c’è nulla di archeologico. Forse siamo noi a essere troppo abituati a misurare la distanza che ci separa da questi capolavori, invece di accorgerci, qualche volta con un certo imbarazzo, di quanto poco siamo cambiati.

Dorilla in Tempe © Fabio Barettin

RV – Lei ha definito la regia de  Il pomo d’oro  una sorta di gigantesca scacchiera, costruita con “riga e compasso”. Ma quando uno spettacolo così matematicamente complesso prende finalmente vita, quanto spazio rimane per l’imprevisto, l’istinto, magari perfino per un piccolo salutare disordine?
FC – Moltissimo. Anzi, credo che più rigorosa è la struttura, più libertà può contenere. La geometria serve a impedire che quarantasette personaggi diventino quarantasette problemi; una volta costruita quella rete, gli interpreti possono abitarla, sporcarla, sorprenderci. Riga e compasso non servono a eliminare il caos: sono le redini che mettiamo alla Chimera per poterla cavalcare.

RV – Nel suo spettacolo gli dèi sono magnifici, vanitosi, litigiosi e spesso involontariamente ridicoli. Dalle loro beghe nasce una sofferenza molto concreta per gli uomini. Dopo averli frequentati così a lungo, ha trovato gli dèi di Cesti più barocchi o più contemporanei?
FC – Terribilmente contemporanei. Sono barocchi nell’eccesso, ma modernissimi nell’irresponsabilità: possiedono un potere enorme e non subiscono quasi mai le conseguenze delle proprie decisioni. Possono scatenare una guerra per una ferita narcisistica e poi tornare tranquillamente a banchettare sull’Olimpo. A pagare il conto sono sempre gli uomini. Da questo punto di vista, tre secoli e mezzo sono passati piuttosto in fretta.

La clemenza di Tito © Alan Humerose

RV – Il pomo d’oro  nacque per esibire la potenza degli Asburgo. Lei ha dovuto produrre la stessa impressione di magnificenza senza poter contare sulle “casse inesauribili” della corte imperiale. Nel teatro di oggi la scarsità di mezzi può diventare paradossalmente un motore della fantasia?
FC – Sì, purché non trasformiamo la povertà in una virtù: il teatro ha bisogno anche di mezzi. Ma il denaro da solo non produce meraviglia. Il Barocco ci insegna soprattutto l’arte della trasformazione: una tela dipinta può diventare un universo, una macchina può far apparire un dio. Quando non puoi competere economicamente con Leopoldo I, devi provare a batterlo sul terreno dell’immaginazione.

RV – A Innsbruck ha lavorato con una squadra molto articolata, costruendo un universo visivo fortemente riconoscibile. Un regista, in un progetto di queste dimensioni, deve essere soprattutto un autore, un direttore d’orchestra delle idee altrui o un abile diplomatico?
FC – Tutte e tre le cose, possibilmente non nello stesso momento. Il regista deve stabilire una grammatica comune, ma poi deve permettere agli altri artisti di parlare quella lingua con la propria voce. Con Nikolaus Webern, Giuseppe Palella, George Tellos, Davide Riminucci e tutti gli interpreti il lavoro è stato proprio questo: far sì che gli interpreti non eseguano un’idea, ma se ne approprino.

Maria de Rudenz © Clive Barda

RV – Prima di diventare regista ha lavorato a lungo alla Scala, accanto a maestri come Luca Ronconi, Deborah Warner e Peter Stein, confrontandosi anche con storici allestimenti di Strehler, Zeffirelli e Ponnelle. Che cosa rimane oggi di quella palestra nel Ceresa che affronta una macchina spettacolare smisurata come il lavoro di Cesti?
FC – Probabilmente il senso della disciplina. Alla Scala ho imparato che il grande spettacolo non nasce dall’accumulazione, ma dalla precisione: sapere perché una persona entra da una porta, perché una luce cambia in quel momento, perché un’immagine deve durare dieci secondi e non dodici. Ho avuto la fortuna di osservare artisti diversissimi fra loro; da ciascuno ho imparato soprattutto questo: che per uno stesso problema teatrale possono esistere soluzioni completamente diverse, purché siano tutte profondamente personali.

RV – Il suo percorso l’ha portata dalla Scala alla Fenice, dal Regio di Torino a Losanna, a Wexford e alla Korean National Opera. Esiste ancora, secondo lei, un modo specificamente italiano di mettere in scena l’opera, oppure la regia lirica è ormai una lingua internazionale quanto la musica?
FC – Non credo molto nei passaporti estetici: oggi la regia d’opera è inevitabilmente una lingua internazionale. Però gli accenti esistono. Forse di italiano porto con me una particolare attenzione al rapporto fra spazio scenico e bellezza visiva. Nella nostra tradizione l’estetica è una categoria dello spirito, un modo attraverso il quale il pensiero prende corpo e diventa visibile. Perché la forma senza contenuto è vuota, certamente; ma a teatro il contenuto senza forma rischia di diventare cieco.

Macbeth

RV – Lei non è soltanto regista, ma anche librettista. Quando mette in scena un libretto scritto da qualcun altro, il librettista Ceresa è un alleato prezioso del regista Ceresa o una presenza ingombrante che gli suggerisce continuamente: «Io questa scena l’avrei scritta diversamente»?
FC – Cerco di fare in modo che il librettista e il regista non si incontrino mai: credo che si troverebbero reciprocamente insopportabili. Del resto lavorano ai due estremi opposti della vita di un’opera. Il librettista arriva per primo: genera le idee, le organizza, si occupa dell’embrione e cerca di immaginare che cosa potrà diventare. Il regista arriva per ultimo, quando ormai tutto è stato scritto, composto, orchestrato, e deve occuparsi del parto. Uno fantastica su una creatura che ancora non esiste; l’altro deve riuscire a farla nascere.

RV – Nel suo percorso ha messo in scena molti titoli del teatro barocco. Che cosa continua ad attirarla verso questo mondo? È la libertà concessa da una tradizione scenica meno ingombrante, il gusto della meraviglia o c’è qualcosa di più profondo nel Barocco che sente vicino alla sua idea di teatro?
FC – Del Barocco mi affascina soprattutto il rapporto di fiducia con l’interprete. Come la scrittura musicale lascia spazi che l’esecutore è chiamato a completare, così fa il libretto: le didascalie spesso indicano poco più di un luogo, mentre dall’Ottocento in poi diventano una vera partitura della scena, sempre più precisa e prescrittiva. È una conquista del teatro moderno, perché permette alla volontà dell’autore di attraversare il tempo, ma è anche un confine con cui il regista deve confrontarsi. Nel Barocco, invece, l’autore si ferma consapevolmente un passo prima e ci affida ciò che non ha scritto. Quei vuoti non sono lacune, ma spazi creativi: non libertà dall’autore, ma la libertà che l’autore ha previsto per noi.

Andrea Chénier

RV – Dopo tanto Barocco, viene quasi spontaneo guardare all’estremo opposto: Wagner. È un autore che sente nelle sue corde?
FC – Forse, dopo aver frequentato tanto a lungo ciò che sentiamo vicino, arriva il momento di desiderare ciò che ci è estraneo. Per la nostra sensibilità di italiani Wagner è certamente un mondo più lontano: un’altra lingua, un’altra idea del tempo, del teatro, persino del rapporto fra parola e musica. Ed è proprio questa distanza ad affascinarmi. Per un regista significa misurarsi con qualcuno che ha già concepito un intero universo e provare a guardarlo da un punto che ancora non conosciamo. È un pensiero che intimidisce, naturalmente. Ma se un’opera non ti fa un po’ paura, forse non vale la pena affrontarla.

RV – Prossimamente la aspettano  Macbeth  e  La traviata. Per un regista è più vertiginoso essere il primo a riaprire una strada dopo trecentocinquant’anni o entrare in una strada che prima di lui hanno percorso in molti?
FC – Forse la seconda. Con  Il pomo d’oro  non c’era quasi nessuno spettro da combattere: bisognava inventare una strada. Con  Traviata  o  Macbeth, invece, in teatro arrivano insieme al pubblico decine di allestimenti, immagini, ricordi, aspettative. Di fronte a un capolavoro celeberrimo la difficoltà non è trovare qualcosa di nuovo a tutti i costi: è riuscire a guardarlo come se non sapessimo già che cosa significa.

RV – Abbiamo cominciato parlando di meraviglia. Ma oggi, dopo tanti spettacoli, palcoscenici e incontri con pubblici molto diversi, che cosa riesce ancora a meravigliare Fabio Ceresa quando si spengono le luci in sala e si apre il sipario?
FC – Il momento in cui uno spettacolo smette di appartenerci. Durante le prove lo accompagni come un bambino: gli insegni a stare in piedi, a camminare, impari a conoscerne ogni respiro. Poi arriva il pubblico e quel bambino comincia a muoversi da solo: prende strade che non gli avevi insegnato e scopre cose che tu non avevi previsto È forse questa la meraviglia che continuo a cercare: il momento in cui ciò a cui hai insegnato a camminare, improvvisamente, apre le ali e inizia a volare.

Nerone © Priamo Tolu

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