foto © Daniele Ratti
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Pietro Mascagni, Iris
Torino, Teatro Regio, 5 novembre 2026
Dalle tenebre alla luce: il sole di Mascagni risorge sulle macerie del mondo
Al Teatro Regio di Torino, Iris di Mascagni chiude felicemente il Festival Verismo. Andrea Battistoni esalta con raffinata sensibilità le straordinarie suggestioni orchestrali, mentre Daniele Menghini ambienta la vicenda in un Giappone postatomico, tra macerie e simbolismi. Convincente la compagnia di canto, guidata da Erika Grimaldi. Uno spettacolo visionario, musicalmente prezioso, culminante in un finale di struggente bellezza poetica.
Le prime note con cui inizia quest’opera richiamano l’inizio del Rheingold wagneriano: là un misterioso pedale in mi bemolle, qui un ondeggiante motivo di semiminime dei contrabbassi – «La notte» è intitolato questo Andante sostenuto – col tam tam in pianissimo (pppp) e «lasciato vibrare». È un suono abissale, scuro, ruvido (tutti gli archi hanno la sordina) che poi sale, con studiata lentezza, ai violoncelli («I primi albori»), alle viole e infine, ma solo alla 39ª battuta, ai violini, quando la protagonista entra in scena accompagnata dall’arpa e dal violino primo solista («L’aurora»).
Stiamo parlando di Iris, l’opera di Mascagni con cui si completa il Festival Verismo del Teatro Regio di Torino. Una delle prime opere dal gusto orientaleggiante in voga tra fine Ottocento e primo Novecento in Italia. Gusto che sfocerà nella Madama Butterfly di Puccini, nella sua Turandot e in quella di Busoni. Ma in Francia già prima l’interesse si era volto verso l’Est. Limitandoci agli ultimi due decenni dell’Ottocento, pensiamo alla Lakmé di Delibes, alla Madame Chrysanthème di Messager o a L’Île du rêve di Hahn, ambientate rispettivamente in India, Giappone e Polinesia.
Con Iris, Pietro Mascagni ci trasporta in un Giappone misterioso, sensuale e vagamente pericoloso, dove il Sol Levante incontra il decadentismo. Siamo nel 1898. Mascagni ha già scritto Cavalleria rusticana, lascia la Sicilia del Verga e cambia completamente strada: con lo scapigliato Luigi Illica costruisce un’opera visionaria, simbolista, esotica, piena di colori orchestrali, profumi immaginari, fiori, sete, lanterne e personaggi dalle intenzioni poco raccomandabili. Al centro di tutto c’è Iris, giovane, bellissima e soprattutto innocente. Talmente innocente che, nel mondo dell’opera, la cosa dovrebbe immediatamente preoccuparci. Ma dietro il Giappone immaginato all’epoca – quando la geisha era guècha e il Fujiyama Fousiyama – Mascagni racconta qualcosa di molto occidentale e molto moderno: il modo in cui la società guarda, desidera, possiede e infine scarta ciò che non serve più.
Iris vive con il padre cieco e ama la natura, i fiori e la luce del sole. Una vita semplice, quasi idilliaca, finché sulla sua strada compare Osaka, giovane ricco e capriccioso che la desidera. Organizza brutalmente il suo rapimento con l’aiuto di Kyoto, personaggio assai intraprendente e dotato di un senso morale piuttosto elastico, e da questo momento Iris diventa un viaggio sempre più vertiginoso: dall’innocenza al desiderio, dalla luce all’oscurità, dalla bellezza alla crudeltà.
Atto I. La vicenda si svolge in un Giappone immaginario. Iris è una giovane ingenua e innocente che vive insieme al padre cieco, lontana dalle passioni e dalla corruzione del mondo. La sua esistenza è semplice, quasi infantile, dominata dall’amore per la natura, i fiori e soprattutto per il Sole, simbolo della vita e della bellezza. L’opera si apre infatti con il celebre “Inno al Sole”, che introduce immediatamente la dimensione simbolica della vicenda. Durante una festa, il giovane e ricco Osaka vede Iris e rimane affascinato dalla sua bellezza. Desiderando conquistarla, si rivolge a Kyoto, proprietario di una casa di piacere nello Yoshiwara. I due organizzano un inganno per rapire la ragazza. Davanti alla casa di Iris viene allestito uno spettacolo di marionette. La giovane, incuriosita, assiste alla rappresentazione e ne rimane completamente affascinata. Approfittando della confusione, gli uomini di Kyoto la rapiscono. Prima di allontanarsi, lasciano del denaro al padre cieco, facendo credere che Iris abbia volontariamente abbandonato la propria casa. Quando il vecchio scopre la scomparsa della figlia e trova il denaro, interpreta ogni cosa come la prova del suo disonore. Iris, intanto, viene condotta inconsapevolmente nello Yoshiwara.
Atto II. Iris si risveglia nella casa di Kyoto, circondata da oggetti preziosi e da un lusso che non riesce a comprendere. Non sa dove si trovi né quale destino le sia stato preparato. La sua innocenza contrasta drammaticamente con l’ambiente dello Yoshiwara, nel quale la bellezza femminile viene trasformata in merce. Osaka si presenta alla giovane e tenta di sedurla. Iris, tuttavia, non comprende il significato delle sue avances e reagisce con paura e smarrimento. Proprio quell’ingenuità che inizialmente aveva affascinato Osaka finisce per stancarlo, e il giovane perde interesse per lei. Kyoto, deciso a ricavare comunque un profitto dalla ragazza, sceglie allora di esporla alla vista degli uomini dello Yoshiwara come una nuova cortigiana. Iris viene mostrata pubblicamente, magnificamente vestita, mentre una folla si raccoglie per ammirarla. Tra la gente compare anche suo padre. Il vecchio, convinto che Iris abbia scelto volontariamente quella vita, non ascolta le sue suppliche. Accecato dall’ira e dalla vergogna, la maledice e le getta del fango addosso. Per Iris è il colpo definitivo. Respinta dal padre e incapace di comprendere la crudeltà del mondo nel quale è stata trascinata, la giovane decide di fuggire. Disperata, si getta in un abisso che conduce alle fogne dello Yoshiwara.
Atto III. Nelle prime ore del mattino, alcuni straccivendoli scendono nelle fogne alla ricerca di oggetti di valore. Qui trovano Iris, gravemente ferita ma ancora viva. Inizialmente pensano di poterle sottrarre gli abiti e gli oggetti preziosi; quando la giovane dà segni di vita, spaventati, fuggono. Rimasta sola, Iris attraversa gli ultimi istanti della propria esistenza. Nel delirio le ritornano alla mente le figure degli uomini che hanno determinato la sua rovina: Kyoto, Osaka e suo padre. Le loro voci sembrano accompagnarla mentre progressivamente si distacca dal mondo terreno. Con il sorgere del giorno, però, l’atmosfera cambia. I primi raggi del Sole raggiungono Iris e la natura sembra risvegliarsi intorno a lei. La giovane ritrova simbolicamente quella luce alla quale era legata fin dall’inizio dell’opera. Iris muore, ma Mascagni trasforma la sua morte in una sorta di trasfigurazione poetica. I fiori sembrano accoglierla e la luce solare avvolge la protagonista mentre ritorna il grandioso “Inno al Sole” ascoltato all’apertura dell’opera. La struttura circolare acquista così il suo significato più profondo: alla violenza, all’egoismo e alla degradazione del mondo degli uomini si contrappone la purezza della natura. Iris, vittima innocente di una realtà che non è mai riuscita a comprendere, trova nella morte e nella luce del Sole quella liberazione che le era stata negata durante la vita.
L’orchestra di Mascagni qui non si limita ad accompagnare le voci, ma racconta ciò che i personaggi ancora ignorano, anticipa il pericolo, suggerisce il desiderio, trasforma la luce in materia sonora. E proprio nell’orchestra risiede una delle ragioni principali del successo di questa ripresa torinese, affidata alla direzione di Andrea Battistoni che restituisce alla scrittura mascagnana una ricchezza di sfumature sorprendente, quasi insinuando come l’etichetta di Verismo stia piuttosto stretta a questa partitura.
Il celebre Inno al Sole, che apre e chiude l’opera, si dispiega con una progressione sonora di straordinaria efficacia, senza sacrificare la trasparenza dei dettagli alla monumentalità dell’insieme. Ma è soprattutto nelle pagine più raccolte che emerge la qualità della concertazione: il coro delle lavandaie, il teatrino delle marionette, la sensualità insinuante della serenata «Apri la tua finestra», fino alla livida desolazione del terzo atto. Battistoni governa questi mondi sonori con precisione, fantasia timbrica e autentico trasporto, trovando nel Coro del Regio, preparato da Gea Garatti Ansini, un interlocutore di eccellente livello che ad ogni rappresentazione riesce a dare sempre qualcosa di più e meglio.
Il vero colpo di teatro arriva però dalla regia di Daniele Menghini, che rinuncia al Giappone da cartolina e trasferisce la vicenda in un paesaggio devastato dalla catastrofe atomica. Una scelta che potrebbe apparire provocatoria, ma che trova una propria, persuasiva coerenza drammaturgica. Le scene di Davide Signorini evocano un tempio buddhista distrutto, dominato da un grande Buddha dorato e disseminato di lanterne di pietra, desolatamente spente. Una figura spettrale attraversa le rovine riaccendendole, quasi cercasse di restituire sacralità a un mondo sopravvissuto alla propria distruzione. È abbigliato e si muove come un danzatore di Butō. Quando risuona l’Inno al Sole, un grande gong si solleva sul palcoscenico: non più un astro trionfante, ma il simulacro di una luce perduta.
Nella lettura di Menghini e nella drammaturgia di Michele Panella, Iris non vive in una «allegra casetta» col suo giardino e «colla piccola siepe di biancospine in fiore», in un precario rifugio post-atomico. La sua innocenza non nasce dall’idillio, ma dalla capacità di continuare a riconoscere la bellezza anche tra le macerie, tra i suoi amati fiori. Il contrasto con la brutalità degli altri personaggi acquista così una dimensione ancora più dolorosa. Iris è un fiore che morirà per il proprio profumo, come canta nel finale L’egoismo di Osaka, una delle tre voci misteriose che «favellano alla fantasia della morente Fanciulla».
Particolarmente riuscito è il teatrino delle marionette, realizzate da Riserva Canini Teatro, con movimenti di sorprendente naturalezza. La rappresentazione di Dhia e Jor diventa un inganno orchestrato per sedurre Iris, che confonde la promessa fiabesca di salvezza con il desiderio predatorio di Osaka.
Un altro simbolo attraversa lo spettacolo: una bambola recuperata tra le rovine, che Iris stringe a sé come un bambino. Nel contesto postatomico quell’oggetto richiama inevitabilmente le vittime innocenti della catastrofe, diventando insieme immagine dell’infanzia e presagio della sua distruzione. Quando, nell’aria della piovra «Un dì, ero piccina», i tentacoli del mostro si impossessano della bambola, la metafora della violenza subita dalla protagonista raggiunge una chiarezza quasi insopportabile.
Di forte impatto anche il secondo atto, dove la casa di piacere di Kyoto si solleva rivelando, al di sotto, donne segregate, rivestite d’oro e nascoste dietro maschere lucenti. Corpi trasformati in oggetti preziosi, esposti e commerciabili. I costumi di Nika Campisi contribuiscono efficacemente a questa visione di un’umanità deformata dal vizio, mentre le coreografie di Marco Caudera articolano con cura il movimento scenico e appropriato risulta il gioco luci di Gianni Bertoli.
Il terzo atto costituisce il vertice poetico dello spettacolo. Tra le macerie dei disperati frugano come avviene oggi tra i mucchi di rifiuti. Quando il corpo di Iris viene ritrovato, persino i cenciaioli, davanti alla morte, non sanno rinunciare al possesso e le sottraggono le vesti preziose disputandosene i brandelli. Ma tra i girasoli anneriti dalla contaminazione compare un fiore luminoso; altri scendono lentamente dall’alto, attraversando le tenebre. Iris rinasce simbolicamente nella natura che aveva amato, mentre l’Inno al Sole restituisce alla musica la sua originaria forza rigeneratrice. Un finale di notevole suggestione, nel quale Menghini evita il sentimentalismo e raggiunge una dimensione quasi rituale. La luce ritorna, ma non cancella ciò che è accaduto: illumina, piuttosto, l’incapacità degli uomini di riconoscere l’innocenza.
Sul versante vocale, Erika Grimaldi affronta la parte della protagonista con notevole sicurezza. La voce luminosa anche se un po’ metallica, ben sostenuta nell’acuto, sa trovare accenti delicati e pianissimi suggestivi, passando progressivamente dallo stupore infantile alla disperazione. Nell’aria della piovra il canto acquista incisività drammatica, anche se si potrebbe desiderare una maggiore esasperazione espressiva, quel languore inquieto e quasi febbrile che appartiene all’estetica della sua parte. Resta comunque una prova che ha entusiasmato il pubblico.
Angelo Villari disegna un Osaka vigoroso, vocalmente generoso, anche troppo. Vengono ben a proposito i richiami di Kyoto nei suoi confronti nel secondo atto: «La voce tua modula in suon più grave. Parla piano!». Nella serenata «Apri la tua finestra» c’è un po’ di Turiddu, ma anche qualche difficoltà nella zona più acuta e nell’intonazione, mentre nel duetto del secondo atto si dimostra più imperioso che propriamente seducente.
Eccellente Roberto Frontali nei panni di Kyoto, qui en travesti di vecchia tenutaria di bordello, ma nonostante il travestimento non c’è neanche una punta di grottesco: sono la sapienza dell’accento, la mordente ironia e un fraseggio che restituisce ogni sfumatura del suo cinismo a delineare il personaggio. Luca Tittoto, nel ruolo del padre cieco, offre una presenza vocale autorevole, capace di trasformare la maledizione della figlia in uno dei momenti emotivamente più inquietanti della serata. Efficaci come sempre gli interventi di Didier Pieri, particolarmente felice nell’«Elogio alla Luna» del Cenciaiolo. Nei ruoli minori si distinguono Leopoldo Lo Sciuto (Un merciaiolo), Bekir Serbest e Mattia Comandone (Cenciaioli) e Albina Tonkikh Artista del Regio Ensemble (Una guècha).
La produzione è stata salutata da un grandioso successo dal pubblico che ha applaudito con calore tutti gli artefici dello spettacolo.
Sottratta alla polvere delle classificazioni e ascoltata nella sua inquietante modernità, sembra che Iris abbia ancora molto da raccontare. Forse più di quanto Mascagni stesso avrebbe potuto immaginare.
⸪