Il re pastore 

Wolfgang Amadeus Mozart, Il re pastore

★★★☆☆

Venezia, Teatro La Fenice, 15 febbraio 2019

2000px-Flag_of_the_United_Kingdom.svg Click here for the English version

A Venezia un’altra possibilità per l’adolescente Mozart

Seconda proposta veneziana del giovane Mozart da parte dell’infaticabile Federico Maria Sardelli. Il re pastore è l’ultimo dei lavori di circostanza dopo l’Ascanio in Alba, scritto per le nozze dell’arciduca Ferdinando a Milano, e Il sogno di Scipione, destinato all’arcivescovo Colloredo. Qui l’occasione è il passaggio a Salisburgo del Principe Elettore Massimiliano III celebrato nella magnanimità dei personaggi maschili di quest’opera: i despoti dell’epoca dei lumi hanno sempre amato sentirsi decantare le loro virtù personali in parallelo a quelle degli umili pastori – modestia, fedeltà e sollecitudine per il proprio gregge – così da legittimare il diritto naturale ad esercitare il potere.

Nell’aprile 1775 quando Il re pastore fu rappresentato a Monaco, Mozart aveva 19 anni. Cinque anni erano dunque passati dal Sogno di Scipione e mentre là il modello di riferimento era l’opera seria con la sua rigida successione di recitativi secchi e arie solistiche, qui è il modello pastorale a prevalere con la sua semplice drammaturgia, una struttura musicale più flessibile con arie armonicamente meno rigide, spesso con strumento solista obbligato, pezzi di insieme e recitativi accompagnati. Se nel Sogno Mozart guardava al passato, qui sembra presagire il futuro con momenti che anticipano l’Idomeneo.

Il testo di Pietro Metastasio, che è del 1755 ed è stato messo in musica da almeno 25 compositori tra cui Hasse e Gluck, per Mozart viene ridotto in due atti da Giambattista Varesco, il librettista dell’Idomeneo. Vi si narra di Alessandro il Macedone che, conquistata la città di Sidone, ne sopprime il tiranno usurpatore e decide di ripristinare sul trono il legittimo erede Abdalonimo che, spodestato, vive ignaro da pastore col nome di Aminta.

Atto primo. In un prato. La città di Sidone si vede da lontano. Elisa è con il suo amante Aminta, il pastore. Lei gli assicura che la guerra tra il re Alessandro e Stratone, il tiranno di Sidone, non influenzerà il loro amore reciproco. Dopo aver deposto Stratone, Alessandro cerca il legittimo erede di Sidone. Pensa che Aminta sia l’erede legittimo. Viene da Aminta sotto mentite spoglie e gli propone di portarlo da Alessandro. Aminta vuole rimanere un pastore. Nel frattempo, Agenore incontra la sua amata Tamiri, figlia di Stratone. Tamiri è confortata nel sapere che Agenore la ama ancora. Elisa ottiene da suo padre il permesso di sposare Aminta. Aminta dice a Elisa che lui è il legittimo erede al trono e che suo padre è stato cacciato da Stratone quando era un bambino. Aminta promette di tornare da Elisa dopo aver rivendicato il suo trono. Aminta ama Elisa ma Alessandro suggerisce che quando Aminta viene acclamato re, i doveri reali hanno la precedenza sull’amore. Alessandro suggerisce a Tamiri di sposare Aminta per salire al trono di suo padre. Aminta non è d’accordo.
Atto secondo. Campo macedone. Elisa è impedita da Agenore di vedere Aminta. Egli scoraggia anche Aminta dal perseguirla. Alessandro dice ad Aminta di vestirsi come un re per essere presentato ai suoi sudditi. Decide anche che Tamiri sposi Aminta. Aminta è sconvolta. Agenore è sconvolto. Egli dà la notizia a Elisa. Tamiri non vuole sposare Aminta. Anche Agenore è tormentato dal previsto matrimonio. Tamiri dice ad Alessandro che lei e Agenore sono innamorati. Le donne si gettano alla mercé di Alessandro. Elisa lo prega di restituirle Aminta che dichiara il suo amore per Elisa. Rendendosi conto della potenziale ingiustizia che stava per infliggere, Alessandro dice ad Aminta di sposare Elisa e a Tamiri di sposare Agenore. Aminta viene incoronato re di Sidone.

Dopo una sinfonia iniziale diretta con grande vivacità da Sardelli, tre soprani e due tenori sono impegnati in 14 numeri musicali che sviluppano un’azione chiara e lineare ben diversa dai complessi intrighi degli altri drammi metastasiani. Aminta e Alessandro hanno tre arie a testa, gli altri personaggi due e ci sono poi un duetto e un tutti finale. Alla prima esecuzione era stato utilizzato un castrato per il personaggio di Aminta, il celebrato Tommaso Consoli, ma qui siamo in Italia dove la pratica dei controtenori non è ancora ben digerita e per il direttore Sardelli poi è fuori discussione. Nel ruolo titolare abbiamo quindi un soprano, l’eccellente Roberta Mameli che alla sicura vocalità affianca una vivace presenza scenica con cui accentua il carattere maschile del personaggio, un ragazzaccio che si arrampica sugli alberi ma che sa anche esprimere l’infinita dolcezza dell’aria «L’amerò, sarò costante» con violino obbligato, un gioiello di questa partitura che anticipa la sublimità della «Ruhe sanft» della Zaide di 5 anni dopo. Qui poi si gioca sull’ambiguità della dichiarazione: è ad Elisa che pensa Aminta, mentre Elisa crede invece che si tratti di Tamiri.

Predominano le voci femminili in questo spettacolo con l’intensa Tamiri di Silvia Frigato e la fresca spontaneità dell’Elisa di Elisabeth Breuer. Alessandro è Juan Francisco Gatell, un esperto in questo repertorio ma anche per lui le ardue acrobazie vocali richieste dalla parte non sono una facile impresa. Francisco Fernández-Rueda è Agenore. Sardelli sfronda senza pietà i recitativi metastasiani per diminuire la lunghezza dell’opera.

In origine Il re pastore non fu rappresentato in forma scenica e fu pertanto denominato “serenata”, qui invece al Teatro La Fenice la messa in scena c’è ed è affidata ad Alessio Pizzech con le scenografie di Davide Amadei e i moderni costumi di Carla Ricotti. Invece della «vasta e amena campagna irrigata dal fiume Bostreno» qui abbiamo una landa desertica dove un furgone abbandonato, dal cui finestrino spunta il tronco di un albero, funge da «rozzo angusto tetto» di Aminta. Nel secondo atto le rocce sono sostituite dalle alte siepi verdi della dimora di Alessandro con l’albero che perde le foglie per poi coprirsi di fiori nel festoso finale. Il regista cerca di riempire i “tempi morti” dei dacapo, non riuscendoci sempre in maniera efficace, ma dimostra intelligenza nella cura attoriale dei cantanti e non nasconde lo stato di gravidanza dell’interprete di Tamiri, ma utilizza l’occasione per rendere più intimo e toccante il suo rapporto con Agenore. Ed è su Tamiri che si accentra l’attenzione del regista, come se fosse il personaggio più interessante della vicenda facendole trascinare una valigia che contiene la spada che ha ucciso il padre tiranno, quasi un’Elettra che porti sempre con sé l’arma della vendetta.

Come riconosciuto dai grandi esegeti dell’opera di Mozart, Il re pastore sembra un lavoro che meriti di essere inserito in repertorio per le indubbie qualità della sua scrittura in sé, non solo perché fa presagire il genio delle opere che seguiranno.