Lady Sarashina

Péter Eötvös, Lady Sarashina

★★☆☆☆

Vienna, 4 luglio 2018

(video streaming)

Un’ora e dieci minuti non sono pochi

Ancora una volta l’Opéra de Lyon è stata la sede di una prima di Péter Eötvös, un’opera che il teatro ha commissionato al compositore ungherese – sì, queste cose succedono al di là delle Alpi, in una città di neanche cinquecentomila abitanti.

Il 4 marzo 2008 è andata dunque in scena Lady Sarashina, su libretto di Mária Mezei tradotto in inglese da Ivan Morris e basato su frammenti del memoriale di una signora vissuta in Giappone nell’XI secolo, autrice di un classico della letteratura giapponese, Il diario di Sarashina (更級日記 Sarashina nikki), in cui esprime il suo amore per la natura e i panorami del suo paese, descrive i siti che visita, i pellegrinaggi che fa.

L’opera di Eötvös è strutturata in nove quadri sulla voce narrante di Lady Sarashina mentre tutti gli altri ruoli sono sostenuti da un trio vocale. La ricca orchestrazione sostiene i banali racconti della donna – un gatto, i sogni, il karma, un incendio, la luna all’alba, la madre ecc. L’allestimento del debutto fu di Ushio Amagatsu, lo stesso di Tri sestry.

Dieci anni dopo, il lavoro di Eötvös è ripreso dall’Armel Festival al MuTh di Vienna nella messa in scena di András Almási-Tóth e diretto da Gergely Vajda. Il palcoscenico è occupato per tre quarti dall’orchestra e l’azione scenica avviene su un letto bianco inondato di luce blu con i personaggi dal viso a metà butterato e vestiti di scintillanti abiti di paillettes. L’unico riferimento al Giappone è la nazionalità di alcune delle interpreti. Nella vocalità predomina un canto declamato che utilizza i sussurri e il parlato come mezzo espressivo, ma l’assenza di una drammaturgia efficace rende l’operazione poco interessante e la personalità degli interpreti non è tale da coinvolgere lo spettatore. I quadri si succedono senza una vera tensione narrativa e i settanta minuti della rappresentazione sembrano non finire mai.

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