Silvio Stampiglia

Imeneo

foto © Alciro Theodoro da Silva

Georg Friedrich Händel, Imeneo

★★★☆☆

Göttingen, Deutsches Theater, 8 maggio 2016

(registrazione video)

Il conflitto tra amore e dovere nella penultima opera di Händel, un’“operetta”

Assieme al Faramondo anche l’Imeneo si gioca il titolo dell’opera più brutta di Händel: «We had nothing new yet but the operetta of Hymen, in my opinion the worst of all Handel’s compositions. Yet half of the songs are good» (Non c’è stato ancora nulla di nuovo se non l’operetta Imeneo, a mio parere una delle peggiori composizioni di Händel, anche se metà delle arie sono buone), scrive Charles Jennens, il librettista del Saul e del Messiah, in una lettera del 29 dicembre 1740 a pochi giorni dalla seconda (e ultima) ripresa dopo la prima del 22 novembre.

Anche in questo caso la musica si salva, quello che fa difetto è la mancanza di tensione drammatica: Rosmene deve scegliere tra due spasimanti, Tirinto e Imeneo. Ciò avviene al primo atto, ma ci vorranno altri due atti per la decisione. Questo è un soggetto tipico per l’opera seria, che però metterebbe in campo la solita molteplicità di incidenti, mentre qui l’azione è come sospesa per tutta l’opera.

Il libretto è la riscrittura anonima dell’omonimo componimento in due atti di Silvio Stampiglia messo in musica da Nicola Porpora nel 1723 a Napoli in occasione del matrimonio di un nobile di corte e poi in una versione in tre atti a Venezia nel 1726 come Imeneo ad Atene.

La scena è “Un piacevole giardino” ad Atene. L’opera si apre con il lamento di Tirinto sul suo amore Rosmene, una vergine della dea Cerere, rapita da barbari pirati assieme alla sua confidente Clomiri. Mentre piange con il padre di Clomiri Argenio, vengono a sapere che un uomo coraggioso e forte, Imeneo, travestito da fanciulla e rapito anche lui, ha ucciso i pirati mentre dormivano. Tutti gioiscono e Imeneo si aspetta che Rosmene lo sposi, anche se i veri sentimenti della giovane sono per Tirinto. Inoltre, Clomiri è innamorata di Imeneo e lo aiuta a capire che Rosmene è titubante a causa della sua relazione con Tirinto. Imeneo insiste sul fatto che Rosmene è ingrata, mentre Tirinto la chiama infedele. Entrambi la sollecitano a decidere chi sposare, ma lei finge la follia. Tirinto sostiene che è fuori di testa e lei alla fine sposa Imeneo: finalmente ha capito che il vero amore non è così importante come l’onore e il dovere. Rosmene chiede a Tirinto di essere felice per lei. Il coro alla fine dell’opera ribadisce che non ci si deve inchinare al proprio desiderio, ma alla ragione, non bisogna seguire i sentimenti e la fedeltà, ma la gratitudine e l’onore.

Scritto per cinque voci, Imeneo è una “serenata” ed è il penultimo lavoro espressamente scritto per il teatro: con Deidamia Händel si congederà dalle scene e scriverà da allora solo oratorii. Imeneo venne ancora proposto una volta a Dublino in forma di concerto in una nuova versione nel 1742. La prima produzione moderna è della Opernhaus di Halle nel 1960. Tre sono le edizioni discografiche disponibili: Rudolf Palmer (1986), Andreas Spering (2004) e Fabio Biondi (2016).

Non potendo mancare in un festival dedicato alle composizioni di Händel, a Göttingen Imeneo viene eseguito dal suo direttore Laurence Cummings con la solita padronanza stilistica e un cast efficace. Il baritono William Berger è il tronfio Imeneo, «Esser mia dovrà | la bella tortorella» è il suo programma; il controtenore James Laing è il lagnoso e melodrammatico Tirinto per il quale «sorge nell’alma mia | qual va sorgendo in cielo | picciola nuvoletta | che poi tuona e saetta»; il soprano Stefanie True la «semplicetta» Clomiri; il basso Matthew Brook è Argenio, che per convincere la ritrosa Rosmene tira in ballo la storia del leone che risparmia «su l’arena di barbara scena» l’uomo che gli aveva tolto la spina in Africa. Un gradino più in alto si colloca la Rosmene di Anna Dennis per qualità vocali che includono bel timbro, voce ottimamente proiettata e precise agilità.

Premesso che non è facile per un regista rendere digeribile al pubblico di oggi (quello dell’epoca di Händel almeno poteva passeggiare, mangiare, chiacchierare, giocare, flirtare…) la vicenda di una signorina in un «lovely grove» che si tormenta per due ore sulla scelta tra due spasimanti, la lettura della regista e coreografa Sigrid t’Hooft si basa sulla ricreazione di quello che si pensa fosse lo spettacolo dell’epoca, con lo scenario (sempre lo stesso) dipinto, il sipario con gli amorini, i costumi di seta, i nastri, le parrucche, i parasoli, i gesti, le mossettine, le pose da statuine di biscuit – come se un quadro di Watteau si fosse animato all’improvviso – e con l’illuminazione a candele, de riguer per completare la finzione. Due ore poi non sembrano sufficienti alla t’Hooft, che aggiunge interludi ballati dalla sua compagnia Corpo Barocco su musiche tratte dalle suite per clavicembalo e dalla Water Music. E qui i passettini e i saltelli “storicamente informati” imperversano per un’altra mezz’ora buona. Bisogna dire però che rispetto alla sua produzione di Amadigi di Gaula, sempre a Göttingen nel 2012, la scelta della t’Hooft qui è più giustificabile e qualche gag godibile.

L’ascoltare per la seconda volta il larghetto di Tirinto «La mia bella, perduta Rosmene» e le interminabili riprese di «Se potessero i sospir’ miei» della sua prima aria – succede solo questo infatti nei primi venti minuti – mette a dura prova anche un fanatico dell’opera barocca come me. Per fortuna molte arie sono deliziose, ma questa volta voglio i rinfreschi e le carte da gioco anch’io…

Serse

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Bassorilievo del palazzo di Serse, Persepoli (Iran), IV secolo a.C.

Georg Friedrich Händel, Serse

★★★☆☆

Reggio Emilia, Teatro Municipale Valli, 31 marzo 2019

Händel bonsai a Reggio Emilia

Un bel tipo questo Serse, l’Assuero della Bibbia. Re di Persia tra il 485 e il 465 a.C., innamoratosi di un platano (!) lo coprì di ornamenti d’oro e fece “fustigare” e “marchiare a fuoco” le acque dell’Ellesponto colpevoli di aver distrutto il ponte di barche da lui costruito per collegare Europa e Asia – secondo quanto riportato da  Erodoto e ripreso dai librettisti di Francesco Cavalli, Giovanni Bononcini e Georg Friedrich Händel, i compositori che hanno messo in musica un Serse o Xerse.

Ci si aspetterebbe quindi un ruolo particolarmente connotato in scena per il monarca achemenide, come ha fatto Valer Sabadus nello spassoso allestimento di Stefan Herheim a Düsseldorf appena due mesi fa. Qui invece, sul palcoscenico del Valli di Reggio Emilia nei panni del personaggio titolare abbiamo una bella ragazza elegantemente vestita, che dipana in maniera impeccabile le agilità delle poche arie con da capo di questa strana partitura che segna il periodo in cui Händel abbandona le scene del teatro inglese: di lì a poco la sua inarrestabile teatralità il sassone la trasferirà negli oratorii religiosi.

Nonostante l’eccellente fucina di controtenori italiani – è di ieri il successo di Carlo Vistoli nell’Orfeo ed Euridice o di Raffaele Pe nel Rinaldo o di Filippo Mineccia nella rara La finta pazza, per citarne giusto tre – nel nostro paese i ruoli previsti per evirati cantori  vengono assegnati a voci femminili. Così è per Serse, in origine creato sulla figura di Gaetano Majorano (“il Caffarelli”) alla prima del 15 aprile 1738, che qui viene affidato ad Arianna Vendittelli. Il giovane soprano romano dispiega una tecnica vocale e una bellezza di timbro inappuntabili, ma il personaggio non esce mai fuori e così è anche per le altre parti: il ruolo di Arsamene venne sì scritto da Händel per un soprano, Maria Antonia Marchesini (“la Lucchesina”), ma proprio per evidenziarne il ruolo sottomesso rispetto al fratello sovrano, mentre qui questo aspetto si perde del tutto trattandosi di due cantanti entrambe femminili. Marina de Liso (Arsamene), Delphine Galou (Amasre), Monica Piccinini (Romilda) e Francesca Aspromonte (Atalanta) sono tutte eccellenti interpreti specializzate in questo repertorio, hanno però timbri vocali piuttosto simili e nella totale mancanza di drammaturgia che le evidenzi diventano indistinguibili donne in ambasce amorose che si alzano dalle rispettive coiffeuse per esporre la loro aria o scambiare qualche battuta con gli altri personaggi nei brevi recitativi, qui ulteriormente sforbiciati, e poi risedersi in attesa del prossimo turno. Il tutto si svolge in un proscenio orribilmente piastrellato, a ridosso dell’orchestra che è a livello della platea, con movimenti limitati e movenze convenzionali senza che ci sia dietro una qualche cura attoriale. La parte “realmente” maschile nel cast vocale è espressa dalla vivacità e dal sicuro mestiere di Luigi de Donato (Ariodate) e Biagio Pizzuti (Elviro).

Ottavio Dantone e la sua fida Accademia Bizantina dipanano con la solita maestria le note di questa peculiare opera händeliana. La lettura del direttore mette in evidenza la sobria eleganza della partitura dal colore generalmente omogeneo – predominano gli archi, tre soli sono gli strumenti a fiato – ma con accensioni vigorose nei momenti “drammatici” che si concretizzano nelle poche arie con ripresa variata, riservate quasi solo al personaggio eponimo, in cui però le agilità vengono intese più in senso espressivo che virtuosistico. Il libretto è vistosamente decurtato, molte arie sono cassate, altre ridotte (è rimasto un verso su quattro in alcuni casi) e viene lasciato a casa il coro: in totale è stata omessa quasi un’ora di musica!

La “regia” Gabriele Vacis la confina dietro un sipario trasparente sul palcoscenico rialzato di quattro gradini: una ventina di giovani corrono, saltellano o spostano oggetti in quella che può essere definita una scenografia vivente quasi del tutto avulsa dalla vicenda e dalla musica, non priva talora di una sua piacevolezza estetica (l’ombrellone che si trasforma in medusa), ma fondamentalmente sterile e superflua. Vero personaggio è il platano oggetto degli amori del re, qui in versione bonsai oppure ripreso in un video che inquadra da un drone nelle varie stagioni il platano del parco della Tesoriera di Torino che – oh! – potrebbe essere stato piantato proprio nel 1738…

Serse

Georg Friedrich Händel, Xerxes

★★★☆☆

Düsseldorf, Opernhaus, 29 gennaio 2019

(video streaming)

Xerxes = Sex Rex

Serse è un unicum nella carriera teatrale di Händel: un lavoro che ha il tono leggero della commedia e una forma musicale che al posto delle lunghe arie con da capo presenta brevi arie quasi sempre prive della ripresa e intervallate da fitti recitativi. Lo scarso successo ottenuto dal lavoro spingerà il compositore verso gli oratorii.

Presentato nel 2015 arriva alla Deutsche Oper am Rhein, l’allestimento di Stefan Herheim ricrea il settecentesco King’s Theatre a Haymarket dove l’opera venne presentata il 15 aprile 1738. Ma non è solo nella scenografia di Heike Scheele – fondali, sipari, quinte, tutto scrupolosamente dipinto – e nei fantasiosi e ironici costumi di Gesine Völlm che il regista norvegese realizza la sua lettura vagamente camp: ci presenta anche le rivalità delle prime donne, il backstage dello spettacolo con i macchinisti, le comparse e le interazioni con gli strumentisti in orchestra, i quali si prestano simpaticamente al gioco. Qui la realtà si mescola alla finzione teatrale e il coro finale sarà cantato dai coristi in abiti di tutti i giorni davanti al sipario che si è chiuso sul mondo fittizio dell’opera.

Il regista evidenzia con divertimento le vicende amorose coinvolgenti improbabili personaggi storici che ai tempi di Händel dovevano fare il verso a personaggi dell’epoca. Anche il prorompente erotismo del protagonista titolare è messo in burla quando viene ribattezzato Sex Rex nella lunga scena del “coito a distanza” con Amastre. E qui il da capo della sua aria «Più che penso alla fiamma del core» è de rigueur. I da capo diventano poi ben quattro, e ogni volta con un’arma diversa proposta da Atalanta per uccidere la rivale Romilda in un’esilarante escalation durante l'”aria di furore” «Se bramate d’amar chi vi sdegna». In italiano sono cantate l’iniziale «Ombra mai fu» e poche altre arie, altrimenti è utilizzata la versione in tedesco di Eberhard Schmidt, ulteriormente adattata dal regista, in quanto la produzione è coprodotta con la Komische Oper che ammette solo opere nella lingua locale.

Nonostante alcuni tagli, la lunghezza e la ripetizione delle schermaglie amorose porta a una certa stanchezza anche perché in scena ci sono sì interpreti validi e professionali, ma certamente non trascinanti. Arsamene è Terry Wey, Amastre Katarina Bradić, Ariodate Torben Jürgens, Romilda Heidi Elisabeth Meier, Atalanta Anke Krabbe ed Elviro Hagen Matzeit. L’unico nome di rilievo è quello di Valer Sabadus sempre preciso nelle agilità e scenicamente divertito e divertente, ma la cui esilità della voce fatica a superare gli strumenti della Neue Düsseldorf Hofmusik diretta con gusto da Konrad Junghänel.

Serse

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★★★★☆

 Una divertente commedia

La notorietà della terz’ultima opera del compositore sassone si deve alla popolarità dell’aria iniziale, che nella versione orchestrale è conosciuta come “largo di Händel” pur trattandosi di un larghetto, in cui il folle tiranno che salì al trono di Persia nel 485 a.C. è presentato per la dichiarazione d’amore che riserva a un platano del suo giardino. Nella versione della stampa inglese del libretto una premessa si affretta a dichiarare che «Some imbecilities, and the temerity of Xerxes (such as his being deeply enamour’d with a plane tree, and the building a bridge over the Hellespont to unite Asia to Europe) are the basis of the story. The rest is fiction.» (Alla base della storia ci sono alcune bizzarrie di Serse, come il suo amore per un platano o la costruzione di un ponte sull’Ellesponto per unire Europa e Asia. Tutto il resto è invenzione).

Il libretto, adattato da ignoto da quello di Silvio Stampiglia per una omonima precedente opera di Giovanni Bononcini del 1694 a sua volta basato su un altro Xerse di Nicolò Minato creato da Francesco Cavalli nel 1654, ha spunti di comicità più o meno volontaria, a cominciare dalla intricata vicenda. Il capriccioso Serse si è invaghito di Romilda, una ragazza borghese che ama, ricambiata, Arsamene, fratello di Serse. Anche Atalanta, sorella di Romilda, ama Arsamene mentre Amastre, una principessa straniera promessa a Serse, si è travestita da soldato per seguire in incognito come si mette la faccenda. Nel personaggio di Elviro, servo di Arsamene, si può poi quasi intravedere il Leporello che verrà cinquant’anni dopo e anche Atalanta ha una certa vivacità mozartiana soprattutto nell’aria che conclude il primo atto.

Atto I. Re Serse, alzando lo sguardo dalla contemplazione del suo amato platano, è colpito dal canto di Romilda, la figlia del suo vassallo Ariodate, comandante del suo esercito. Egli dice al fratello Arsamene di parlare a Romilda del suo amore, ma Arsamene e Romilda si amano e quindi egli si rifiuta di farlo. Serse decide allora di corteggiarla. Arsamene parla a Romilda della passione di Serse nei suoi confronti. Ma anche Atalanta, sorella di Romilda, è innamorata di Arsamene e quindi decide di incoraggiare il Re nel suo intento. Romilda però si oppone alle avance di Serse, il quale decide allora di bandire Arsamene. Giunge Amastre, la fidanzata di Serse, abbandonata da lui per Romilda. Amastre è una principessa straniera che era stata promessa in sposa a Serse ed è molto triste lontano dal futuro marito. All’insaputa del padre si è mescolata all’esercito di Serse, travestita da soldato. Ella lo osserva mentre riceve Ariodate alla testa del suo esercito di ritorno da una campagna vittoriosa. Il re annuncia che ricompenserà Ariodate provvedendo alle nozze di Romilda con un membro della famiglia reale. Amastre, udendo il re che parla della nuova passione di Serse, decide allora di non rivelare chi essa sia e giura vendetta. Arsamene invia una lettera a Romilda facendola recapitare dal suo servitore EIviro. Sebbene Atalanta non riesca a convincere Romilda che Arsamene le è infedele, decide di insistere nel suo intento dì conquistare il suo amore.
Atto II. Elviro, travestito da venditore di fiori, racconta ad Amastre della passione di Serse per Romilda. Egli consegna la lettera di Arsamene ad Atalanta, la quale promette di darla a Romilda e dice ad Elviro che la sorella ha ceduto alle proposte di Serse. Atalanta recapita poi la lettera al Re facendogli credere che è per sè e che è lei in realtà la donna della quale Arsamene è innamorato, mentre l’amore per Romilda è tutta una finzione. Serse mostra la lettera a Romilda, la quale sembra convinta del fatto che sia indirizzata ad Atalanta, pur continuando a respingere i tentativi di seduzione del Re. Amastre tenta il suicidio, ma viene fermata da Elviro. Lo stesso Elviro riferisce ad Arsamene quanto gli è stato raccontato da Atalanta; cioè che Romilda avrebbe ceduto al Re. Serse svela l’esistenza del ponte che mette in comunicazione con l’Europa, fatto costruire per consentire un’invasione armata. Trova Arsamene e gli comunica di sapere che in realtà è Atalanta la donna di cui è innamorato, ma egli afferma di amare Romilda. Elviro intanto assiste al crollo del ponte a causa di una tempesta. Amastre assiste all’ennesimo tentativo di seduzione di Serse verso Romilda. Ella interviene e riesce a sfuggire all’arresto solo grazie a Romilda che convince la guardia a rilasciarla. Romilda giura di restare fedele ad Arsamene.
Atto III. Romilda ed Arsamene scoprono che Atalanta ha complottato alle loro spalle per separarli. Atalanta si dichiara sconfitta e Arsamene si nasconde, mentre Serse comincia a minacciare Romilda, che impaurita accetta di sposarlo se suo padre darà il proprio consenso. Serse allora inizia a cercare Ariodate, mentre Arsamene si infuria con Romilda. Ottenuto da Ariodate il consenso per fare sposare Romilda con un membro della famiglia reale, Serse non rivela di essere lui stesso il futuro sposo, preferendo sposarsi il più presto possibile, prima che tutti contestino la mancanza di sangue reale della ragazza. Ariodate è convinto che Romilda sia destinata ad Arsamene. Serse torna da Romilda e rivendica i suoi diritti su di lei, ma lei gli dice di avere dei dubbi sulla propria virtù. Al che Serse è furibondo e ordina che suo fratello venga giustiziato. Romilda tenta allora di avvertire Arsamene del pericolo al quale egli sta andando incontro, ma lui pensa che lei stia cercando di liberarsi di lui. Ariodate attende gli sposi e quando Romilda ed Arsamene giungono, egli mette loro fretta affinché il matrimonio venga subito celebrato. Arriva Serse, ma è ormai troppo tardi: gli comunicano che essi sono ormai marito e moglie. Serse ordina allora ad Arsamene di uccidere Romilda, ma Amastre si fa avanti e rivela la propria identità e lo perdona per esserle stato infedele. A quel punto egli non può fare altro che acconsentire a sposarla.

Händel riveste la vicenda di musica ineffabile e con un taglio molto moderno dove supera il tradizionale modello dell’aria con da capo a favore di brevi spunti melodici intrecciati a recitativi e pezzi di insieme. L’orchestrazione è molto ricca con numerosi strumenti a fiato mentre i cori hanno la stessa festosa solennità che avranno quelli del Messiah tre anni dopo. Il pubblico dell’epoca non sembrò però apprezzare l’esperimento del compositore e l’opera dopo cinque rappresentazioni fu dimenticata per quasi due secoli.

L’allestimento del 1985, qui ripreso tre anni dopo, celebra i trecento anni della nascita del musicista. Qui siamo alla English National Opera di Londra dove tutte le opere sono date in lingua inglese per cui i leggiadri versi di Nicolò Minato e Silvio Stampiglia «Ombra mai fu | di vegetabile | cara ed amabile| soave più» diventano i più prosaici «Under thy shade | dear beloved tree | beauty and harmony | are both displayed». È lo stesso regista Nicholas Hytner, futuro direttore del National Theater, a farne la traduzione. Questo suo fortunato allestimento è ancora in scena oggi e la freschezza e l’umorismo con cui Hytner propone questa divertente commedia assieme alla scenografia di David Fielding, che ricrea i Vauxhall Gardens compresi di statua di Händel, continuano a incantare il pubblico. Charles Mackerras dirige un’orchestra non barocca con mano non sempre leggera su una propria revisione della partitura.

Il ruolo del titolo, che in origine fu del castrato Caffarelli, in questa edizione è affidato alla perfezione vocale del mezzosoprano Ann Murray, ma adeguati si rivelano anche gli altri interpreti inglesi pur non specialisti del canto barocco.

Tre ore di musica stipate su un unico disco, audio e immagine in 4/3 sono di conseguenza quello che sono. Sottotitoli in italiano e nessun extra.

  • Xerxes, Düsseldorf, 29 gennaio 2019
  • Serse, Reggio Emilia, 31 marzo 2019

Partenope

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★★★☆☆

Brillante produzione rovinata da una scriteriata ripresa televisiva

Il dietro le quinte offerto come extra sul primo dei due dischi, girato con un telefonino o comunque un apparecchio a bassissima definizione, avrebbe dovuto mettere in guardia sulla ripresa televisiva dello spettacolo che risulta estremamente amatoriale, discontinua, incongrua e in definitiva altamente fastidiosa. Il regista Uffe Borgwardt sembra interessato soprattutto alla dentatura irregolare di Christophe Dumaux, ai peli del naso di Andreas Scholl, ai baffi finti di Tuva Semmingsen, ai lustrini degli abiti di Inger Dam-Jensen e alle nuche degli spettatori dell’ultima fila del teatro. Si rimpiange ancor più il non aver assistito di persona alla recita.

Peccato, perché la produzione registrata nell’ottobre 2008 nel danese Teatro Reale con la messa in scena di Francisco Negrin e Louis Désiré è estremamente gradevole, spiritosa, molto ben cantata e la sua ambientazione contemporanea ben adatta alla storia, un poligono amoroso molto moderno.

La regina Partenope festeggia il fatto di aver innalzato una nuova cerchia di mura attorno alla città omonima (Napoli) e… ah sì, c’è anche una battaglia, ma il regista la mette in burla. Poco importante è la vicenda storico-mitologia, al compositore interessano le relazioni interpersonali dei personaggi. Partenope è innamorata di Arsace che però si era promesso a Rosmira la quale, nelle vesti maschili del principe Eurimene, viene a riprendersi il suo amato. L’amore di Armindo per Partenope potrebbe risolvere la faccenda, poi però entra in scena un altro innamorato della regina e le cose si complicano.

Partenope (titolo che l’opera di Händel condivide con gli omonimi lavori di Luigi Mancia, Leonardo Vinci, Giuseppe Scarlatti, Johann Hasse, Antonio Caldara e Martin y Soler, per nominarne solo alcuni) è un adattamento del libretto di Silvio Stampiglia che era stato precedentemente proposto dal compositore alla Royal Academy of Music, ma respinto perché ritenuto troppo frivolo e “non commerciale”: «Il peggior testo che abbia mai letto in vita mia […] Il signor Stampiglia cerca di essere comico e spiritoso. Se ci è riuscito in Italia, ciò è semplicemente dovuto alla depravazione del gusto di quel pubblico. Sono certo che sarà accolto con disprezzo qui in Inghilterra.» (Owen Swiney, impresario teatrale dell’epoca).

Il Sassone, al culmine della sua fama londinese, si rivolge quindi al King’s Theatre per il suo sedicesimo allestimento in quel teatro. La maestria di Händel nel vestire di musica arie, duetti e pezzi d’insieme questa strana commedia raggiunge qui la perfezione. Al debutto nel 1730 il ruolo del titolo fu affidato a un’assidua interprete delle opere di Händel, quella Anna Maria Strada, diva del momento, di cui la Marty dice peste e corna nell’Affare Makropulos.

Alla bacchetta (o meglio, al clavicembalo) del direttore danese Lars Ulrik Mortensen è affidata la direzione del Concerto Copenhagen, uno degli innumerevoli complessi barocchi sorti negli ultimi decenni, che non sfigura al confronto di altri più blasonati ensemble.

Il cast si avvale di due star internazionali quali Andreas Scholl e Christophe Dumaux: il primo nel ruolo di Arsace e il secondo in quello minore di Armindo. Entrambi sono eccellenti ed applauditissimi, ma il controtenore francese la vince in quanto a bellezza della voce. Locali, o quasi, sono le due ottime interpreti femminili: Inger Dam-Jensen (soprano danese), capricciosa regina Partenope, e ancor più Tuva Semmingsen (mezzosoprano norvegese), Rosmira, e perché sia fotografata in topless sulla copertina del disco dopo aver indossato mustacchi e vesti maschili per tutta la serata lo scoprirà solo chi arriva alla fine dell’opera…