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Giuseppe Verdi, Alzira
Lima, Teatro Nacional, 28 novembre 2018
(video streaming)
La «sventurata Alzira» celebra l’indipendenza del Perù
Alzira è stata scelta dal Ministero della Cultura del Perù per celebrare il bicentenario dell’indipendenza del paese visto il soggetto ambientato all’epoca della prima dominazione spagnola. Molto liberamente tratto da Alzire, ou les Américains (1736) di Voltaire, il libretto di Salvadore Cammarano (1) era pronto fin dal 1844, ma fu considerato inadatto da Verdi, che lo mise inizialmente da parte per concentrarsi sulla Giovanna d’Arco. L’opera debuttò quindi al San Carlo di Napoli il 12 agosto 1845 (2) con tiepido giudizio di pubblico e critica. Il compositore stesso considerava questa sua ottava e breve opera «proprio brutta».
Prologo. Il prigioniero. Siamo nel Perù del XVI secolo, in una vasta pianura attraversata dal fiume Rímac. Il conflitto fra gli spagnoli e le popolazioni peruviane è già in corso. I guerrieri peruviani guidati da Otumbo hanno catturato Alvaro, anziano governatore spagnolo e padre di Gusmano. Vogliono torturarlo e ucciderlo per vendicare le violenze subite dagli spagnoli. Improvvisamente ritorna Zamoro, capo dei guerrieri peruviani, che tutti credevano morto. Zamoro stesso era stato catturato dagli spagnoli e sottoposto a torture per ordine di Gusmano. Nonostante ciò, impedisce ai suoi uomini di uccidere Alvaro e gli restituisce la libertà. Questo gesto sarà fondamentale nel seguito dell’opera: Alvaro contrae nei confronti di Zamoro un vero e proprio debito di vita. Otumbo racconta poi a Zamoro che Alzira, la donna che ama, e suo padre Ataliba sono caduti sotto il controllo degli spagnoli. Zamoro decide di raggiungerla e liberarla.
Atto I. Vita per vita. La scena passa a Lima. Alvaro, ormai anziano, cede il governo del Perù al figlio Gusmano. Si cerca apparentemente una pacificazione con le popolazioni indigene e Ataliba riconosce l’autorità spagnola. Ma dietro questa pace c’è una condizione: Gusmano vuole sposare Alzira, figlia di Ataliba. Alzira rifiuta. È convinta che Zamoro sia ancora vivo e continua ad amarlo. Il padre cerca di convincerla ad accettare Gusmano anche per proteggere il proprio popolo, ma lei preferisce la morte a un matrimonio imposto.Ed ecco il grande colpo di scena: Zamoro appare vivo davanti ad Alzira. I due amanti si ritrovano. Zamoro racconta ciò che ha subito e Alzira gli conferma di non aver mai accettato volontariamente Gusmano. Ma Gusmano li sorprende. La situazione diventa immediatamente politica oltre che sentimentale: Gusmano e Zamoro sono contemporaneamente rivali in amore e nemici in guerra. Gusmano ordina che Zamoro venga arrestato e condannato a morte. A questo punto interviene Alvaro. Riconosce in Zamoro l’uomo che gli aveva salvato la vita nel Prologo e pretende che il figlio faccia altrettanto: una vita in cambio di una vita. Gusmano è costretto a liberare Zamoro. Ma non rinuncia alla vendetta: gli ordina di tornare dai suoi guerrieri e gli annuncia che si ritroveranno sul campo di battaglia.
Atto II. La vendetta d’un selvaggio. La guerra è ripresa. Questa volta gli spagnoli hanno la meglio e Zamoro viene nuovamente catturato. Gusmano può finalmente vendicarsi del rivale e lo condanna a morte. Alzira si trova davanti a una scelta terribile. Per salvare Zamoro, accetta di sposare Gusmano a condizione che questi conceda la grazia al prigioniero. Gusmano accetta. Ma Zamoro riesce nel frattempo a fuggire grazie all’aiuto dei suoi uomini, travestendosi da soldato spagnolo. Quando apprende che Alzira sta per sposare Gusmano, interpreta inizialmente la notizia come un tradimento. Non sa che Alzira ha accettato quelle nozze esclusivamente per salvargli la vita. Zamoro decide allora di vendicarsi. Durante i festeggiamenti per le nozze riesce a introdursi nel palazzo e pugnala Gusmano. Ed è qui che arriva il vero capovolgimento dell’opera. Gusmano, morente, non chiede vendetta. Rivela a Zamoro che Alzira aveva accettato di sposarlo soltanto per salvarlo. Poi perdona il proprio assassino, unisce Alzira e Zamoro e riceve infine la benedizione del padre Alvaro prima di morire.
«Sino ad alcuni decenni orsono si riservava a quest’opera un giudizio poco lusinghiero, relegandola tra la produzione minore dei cosiddetti ‘anni di galera’. Ma in realtà la sinfonia e il finale del primo atto non sfigurano accanto ad altri lavori coevi; il secondo atto non ha cadute di livello e possiede un finale che va annoverato tra gli esiti più alti conseguiti da Verdi sino ad allora. Il musicista aveva accettato volentieri di collaborare con Cammarano, probabilmente il librettista più abile e ricco d’esperienza del tempo, che era inoltre assai influente nell’ambiente napoletano; e il soggetto gli era congeniale (per di più, Cammarano aveva rappresentato Zamoro come un eroe esule e vittima dell’ingiusta sorte: tra Ernani e Manrico). Tuttavia, a dispetto del suo buon livello, il libretto di Alzira era strutturato in singole scene in sé conchiuse, prive di quell’unità e concisione drammatica così necessaria a Verdi. Questi, abituato a non indugiare più di tanto sui versi di Cammarano, non concesse adeguato spazio alle esigenze imposte dagli estesi pezzi chiusi previsti dal librettista e finì per comporre un’opera di insolita e frettolosa brevità, che lasciò sconcertato il pubblico napoletano, avvezzo alle liriche atmosfere del ‘bel canto’. Ciò contribuì non poco alla sua fredda accoglienza e alla sua scarsa fortuna. Presto lasciata in ombra da altri titoli verdiani, Alzira è stata riproposta al pubblico solo nel 1967 all’Opera di Roma, sotto la direzione di Bruno Bartoletti, con i ruoli dei protagonisti affidati a Gianfranco Cecchele e a Virginia Zeani. Da allora, l’opera ha goduto di ulteriori riprese ed è rientrata abbastanza spesso in repertorio». (Antonio Polignano).

Il difetto maggiore di Alzira è proprio il libretto, non tanto per le sparate intemerate – «L’odio, che atroce il cor ne accende, | de’ lor cadaveri si pascerà!» o «Nell’astro che più fulgido la notte in ciel sfavilla, | ivi è Zamoro e palpita, fatto immortal scintilla» non sono certo versi di immortale bellezza – quanto per l’inverosimiglianza della vicenda che termina con il fulmineo ravvedimento di Gusmano in punto di morte. La tesi con cui Voltaire voleva mostrare la suprema saggezza di uno spirito religioso libero dai fanatismi è del tutto assente nel testo di Cammarano in cui quello che viene rappresentato è il solito triangolo amoroso dove il baritono contrasta l’amore del tenore per il soprano. Qui, ancor meno che in Voltaire, non viene esplicitato il conflitto fra indigeni e conquistatori, entrambi dipinti come sanguinosi e rozzi. Il Discours sur l’origine et les fondements de l’inégalité parmi les hommes e il conseguente mito del “bon sauvage” di Rousseau è di vent’anni posteriore all’Alzire.
Dal punto di vista musicale, invece, più passa il tempo e più si apprezza questo primo Verdi, l’irruenza delle sue cabalette, il brio vocale e il timbro orchestrale, con particolari strumentali godibili come il fagotto che scandisce la prima aria di Zamoro del secondo atto e prima con la piacevole sinfonia. La concisione del lavoro fa premio su una scrittura certo non delle più raffinate, ma comunque efficace.

Non fa molto per renderla diversa il maestro Oliver Díaz alla guida dell’Orquesta Sinfónica Nacional con una direzione decisamente pesante. In scena un’Alzira di eccessivo temperamento, una Jaquelina Livieri manierata che grida molto e fa delle agilità una palestra acrobatica. Jorge Tello è un Gusmano rozzo che rende del tutto improbabile la sua conversione, mentre Juan Antonio de Dompablo è il più accettabile come Zamoro.
La regia di Jean Pierre Gamarra non brilla per invenzioni teatrali, il coro è sempre schierato immobile, i cantanti gesticolano a ruota libera. Abbastanza minimali le scene di Lorenzo Albani – una vasca di terra ed erba secca che a un certo punto si solleva – che firma anche i costumi che mescolano Ottocento e Cinquecento facendo distinguere a fatica locali e stranieri.
(1) Per un confronto tra l’originale di Voltaire e il libretto di Cammarano vedere qui.
(2) Prima ancora, la tragedia di Voltaire aveva ispirato Giuseppe Nicolini (Genova, 1797), Nicola Antonio Manfroce (Roma, 1810) e Nicola Antonio Zingarelli (Napoli. 1815).

⸪