Eugène Labiche

Il cappello di paglia di Firenze

Nino Rota, Il cappello di paglia di Firenze

Genova, Teatro Carlo Felice, 15 dicembre 2024

★★★★★

La folle journée di Nino Rota

A quasi vent’anni dal debutto, il Cappello di paglia di Firenze firmato da Damiano Michieletto conserva intatta la sua freschezza. L’ingegnosa regia, la scenografia dinamica di Paolo Fantin, la direzione brillante di Giampaolo Bisanti e un cast eccellente, guidato da Paolo Bordogna, trasformano l’opera di Nino Rota in uno spettacolo irresistibile, confermando il valore di una produzione ormai divenuta esemplare.

Nel novembre del 2007 Damiano Michieletto veniva ancora presentato come un “giovane regista”. Fa quasi sorridere rileggerlo oggi, conoscendo il percorso che lo avrebbe portato a diventare uno dei più importanti protagonisti della regia lirica internazionale. All’epoca, però, quella definizione era perfettamente appropriata: aveva meno di trent’anni e si accingeva a firmare al Teatro Carlo Felice di Genova un nuovo allestimento de  Il cappello di paglia di Firenze di Nino Rota, spettacolo destinato a lasciare un segno ben più profondo di quanto si potesse immaginare.

La sua ascesa era stata rapidissima. Solo pochi mesi prima, al Rossini Opera Festival di Pesaro, aveva conquistato il prestigioso Premio Franco Abbiati grazie a una memorabile Gazza ladra, consacrazione definitiva di un talento che aveva già attirato l’attenzione della critica. Il pubblico del ROF lo aveva conosciuto nel 2004 con Il trionfo delle belle di Stefano Pavesi, rarissima opera del 1809 destinata a diventare una curiosità preziosa anche perché ispiratrice della rossiniana Matilde di Shabran. Ancora prima, nel 2003, Michieletto aveva debuttato al Festival di Wexford con Švanda dudák(Svanda il pifferaio) di Jaromír Weinberger. Una serie di scelte tutt’altro che convenzionali per un regista così giovane, già interessato a percorrere strade poco battute anziché affidarsi ai grandi classici del repertorio.

Quando l’opera di Rota approdò alla Scala lo scorso settembre avevo definito quella rappresentazione «una serata tutt’altro che memorabile», aggiungendo però che suscitava curiosità vedere cosa Michieletto avrebbe saputo fare con quel materiale. La risposta, rivedendo oggi il suo allestimento genovese, è tanto semplice quanto eloquente: Genova batte Milano uno a zero.

Il confronto, va detto, non dipende dal livello degli interpreti. Alla Scala il cast era formato dagli allievi dell’Accademia di perfezionamento per cantanti lirici del teatro, mentre al Carlo Felice salgono sul palcoscenico professionisti affermati; ma neppure la direzione d’orchestra costituisce il vero discrimine, poiché in entrambe le occasioni si è rivelata di eccellente qualità. A fare davvero la differenza è la messa in scena. Rivederla oggi sorprende forse ancora più che nel 2007: si fatica a credere che siano trascorsi tutti questi anni, tanto l’allestimento conserva intatte la sua freschezza inventiva, la precisione dei meccanismi teatrali e un’ingegnosità che appare ancora modernissima. La ripresa, del resto, introduce solo minime modifiche, rispettando integralmente l’idea originaria.

Michieletto affronta la vicenda con un ritmo quasi matematico, calibrato al secondo. Abbandona sia la Parigi della pochade di Eugène Labiche del 1851 sia quella evocata da Nino Rota nel 1945, per trasportare tutto nei coloratissimi anni Sessanta. Una scelta che dona leggerezza e vitalità senza tradire minimamente lo spirito dell’opera. Fondamentale il contributo dei costumi firmati, come sempre con impeccabile gusto, da Silvia Aymonino, capaci di caratterizzare ogni personaggio con eleganza e ironia.

La scenografia ideata da Paolo Fantin rappresenta uno dei punti di forza assoluti dello spettacolo. La sua genialità nasce dalla semplicità. Sei pannelli identici, ciascuno dotato di due porte, vengono continuamente spostati – spesso a vista – per costruire tutti gli ambienti richiesti dalla vicenda. I pannelli poggiano su una piattaforma girevole; oggi potrebbe sembrare una soluzione frequente, ma diciassette anni fa le piattaforme rotanti non erano ancora diventate un espediente tanto abusato. Il vero colpo di genio, però, consiste nell’aver collocato tutto su un piano inclinato. L’effetto è straordinario: l’intera azione assume un equilibrio precario, quasi surreale, che riflette perfettamente il vortice di equivoci, inseguimenti e nascondimenti su cui si fonda la commedia.

La scena si presenta come una grande scatola bianca sospesa sul fondale completamente nero del palcoscenico. Su questo candore spiccano pochi, calibratissimi tocchi di rosso vivo: il divano della Baronessa di Champigny, le poltroncine dell’appartamento di Anaide, il suo stesso abbigliamento, il telo di spugna del povero Beaupertuis e perfino le lenzuola del letto che attende invano lo sposo. Piccoli dettagli cromatici che diventano punti focali dello sguardo e contribuiscono alla vivacità visiva dell’insieme.

La piattaforma continua a ruotare senza tregua e con essa sembra girare un’intera città. I personaggi attraversano incessantemente dodici porte, correndo da una casa all’altra, da una piazza all’altra, in una Parigi che non funge semplicemente da sfondo ma si trasforma quasi in un protagonista aggiunto della narrazione.

Corre il suocero con le sue scarpe troppo strette e con il piccolo alberello d’arancio che porta ostinatamente con sé. A ogni giro della scena l’alberello perde qualche foglia, impoverendosi progressivamente fino a ridursi a un esile scheletro vegetale, salvo rifiorire miracolosamente quando, al termine della giornata, gli sposi riescono finalmente a ritrovarsi soli. Corrono anche gli sfortunati invitati del corteo nuziale, inizialmente festosi sulle note di «Tutta Parigi noi giriam, lieti e felici siam», ma sempre più esausti dopo il diluvio, fino a trasformare il coro nel disilluso «Tutta Parigi noi giriam, stanchi, sfiniti, morti siam».

Fra i momenti più poetici emerge il temporale. Michieletto lo trasforma in un’autentica immagine surrealista degna di René Magritte: dal soffitto piovono ombrelli, mentre le magnifiche luci di Luciano Novelli rinunciano a qualsiasi realismo naturalistico per immergere il palcoscenico in intensi bagni di blu e di verde, creando un’atmosfera sospesa fra sogno e comicità.

Alla guida dell’Orchestra del Teatro Carlo Felice, particolarmente brillante e reattiva, Giampaolo Bisanti valorizza tutta la ricchezza della partitura di Rota. Il compositore costruisce infatti un irresistibile pastiche musicale in cui convivono citazioni e suggestioni che spaziano da Rossini a Wagner, da Ravel fino al jazz, in un continuo gioco di rimandi colti e spiritosi. Anche il libretto acquista qui una vivacità sorprendente: i versi sembrano molto più arguti e scintillanti di quanto apparissero nella produzione scaligera, merito anche di interpreti che uniscono qualità vocali eccellenti a uno straordinario talento teatrale.

Su tutti domina Paolo Bordogna. Il suo Beaupertuis, marito geloso e ingenuamente ridicolo, è costruito con un’eleganza esemplare. Ogni gesto, ogni inflessione della voce, ogni minimo movimento appare studiato con estrema precisione, ma restituito con assoluta naturalezza e con un irresistibile senso del comico. Già nel primo atto aveva conquistato il pubblico nei panni del militare Emilio; qui canto e recitazione diventano davvero un unico linguaggio espressivo, inscindibile e di livello altissimo.

Non è da meno Sonia Ganassi, che offre una Baronessa di Champigny di grande presenza scenica, ironica e perfettamente consapevole del proprio carisma, tanto da risultare ormai quasi iconica nel ruolo. Ugualmente memorabile è Blagoj Nacoski, che si diverte a costruire un Achille di Rosalba volutamente flamboyant, accompagnato dal suo inseparabile cagnolino, per poi trasformarsi con irresistibile comicità nella stralunata Guardia.

Sul versante del puro belcanto si distingue Marco Ciaponi, tenore che continua a confermare le splendide qualità già ammirate in ruoli come Elvino, Des Grieux e Beppe/Arlecchino. Il timbro luminoso, il fraseggio elegante e la sicurezza tecnica gli consentono di affrontare con apparente naturalezza le numerose difficoltà della parte di Fadinard.

Benedetta Torre tratteggia una sposina timida e delicata, che canta con l’abbandono sentimentale di un’eroina romantica. Nell’estasi di «Trema nell’estasi d’amor il cuor beato!» sembra quasi evocare il linguaggio di Donizetti, fatto di trilli, agilità e leggere volatine.

Nicola Ulivieri presta al suocero Nonancourt una magnifica autorevolezza vocale e scenica. Il suo celebre tormentone «Tutto a monte!» acquista una forza comica irresistibile senza perdere compostezza ed eleganza. Giulia Bolcato offre ad Anaide, la proprietaria del fatidico cappello, una presenza tanto brillante sul piano scenico quanto convincente vocalmente.

Ben assortito anche il gruppo dei comprimari: Didier Pieri è l’anziano zio Vezinet, sordo ma provvidenziale deus ex machina grazie al suo decisivo regalo; Gianluca Moro interpreta con efficacia il domestico Felice; Franco Rios Castro anima con vivacità il Caporale delle guardie; Marika Colasanto completa il quadro nei panni della modista. Sempre coinvolgente il Coro del Teatro Carlo Felice, preparato con cura da Claudio Marino Moretti, che partecipa con entusiasmo all’inesauribile macchina comica dello spettacolo.

Vale infine la pena ricordare un episodio curioso legato alla storia di questa produzione. Nel 2007 le rappresentazioni previste a Genova furono addirittura ridotte a causa di uno sciopero che colpì la serata inaugurale. Ancora più meritoria appare quindi la decisione del Teatro Carlo Felice di riportare in scena questo allestimento, autentico piccolo gioiello della regia italiana contemporanea. Il caloroso successo ottenuto dal pubblico dimostra quanto quella scelta sia stata felice. Rimane soltanto un rammarico: dopo la prima sono previste appena due repliche. Davvero troppo poche per uno spettacolo che, a distanza di quasi vent’anni, continua a sprigionare la stessa contagiosa energia del suo debutto.

Il cappello di paglia di Firenze

foto © Brescia e Amisano

Nino Rota, Il cappello di paglia di Firenze

Milano, Teatro alla Scala, 14 settembre 2024

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Cosa rara: una farsa italiana del ‘900

Nino Rota non è più considerato solo come autore di musiche per film (Fellini, Visconti, Scorsese…), ma è stato rivalutato come uno dei compositori italiani della seconda metà del Novecento. Autore di molta musica da camera, vocale e per orchestra, ha al suo attivo anche una decina di opere per il teatro. Quest’anno al Festival della Valle d’Itria è stato recuperato il suo Aladino e la lampada magica, alla Scala ritorna invece Il cappello di paglia di Firenze, 26 anni dopo la felice produzione di Pier Luigi Pizzi con un giovane baffuto Juan Diego Flórez, spettacolo registrato dalla televisione italiana e disponibile su youtube. Prima ancora, nel 1958, c’era stata la storica produzione di Strehler, tre anni dopo la prima palermitana.

Scritto per divertimento nel 1945, Il cappello di paglia di Firenze si proponeva a un pubblico che aveva voglia di svagarsi dopo cinque lunghi anni di guerra in un’Italia dai gusti semplici che si divertiva alle ingenue rime del libretto e alla sequenza di musiche orecchiabili. La storia è quella raccontata nel vaudeville di Eugène Labiche e Marc-Michel Un chapeau de paille d’Italie del 1851. Che la vicenda di cappelli, calessi e nobildonne fedifraghe potesse interessare un pubblico di un secolo dopo stremato dalle privazioni e dalle tragedie è comprensibile, non so quanto ancora possa interessare il pubblico di oggi. Ma probabilmente mi sbaglio: lo spettacolo sta ottenendo un buon successo e persino un regista come Damiano Michieletto riproporrà la sua vecchia versione fra pochi mesi al Teatro Carlo Felice di Genova!

Il vaudeville di Labiche era stato portato al cinema nel 1928 in un film muto di René Clair che aveva esaltato la frenesia della vicenda in cui Fadinard, un giovane benestante sul punto di sposare Hélène Nonencourt, quando sta per raggiungere lei e gli invitati in un calesse il suo cavallo mangia accidentalmente il cappello di paglia di Madame Beaupertuis, appartata in un boschetto del Bois de Vincennes con il tenente Émile Tavernier. Scoperti, i due amanti impongono a Fadinard di trovare immediatamente un sostituto al cappello perché il marito è particolarmente geloso. Inizia così una giornata convulsa in cui il giovane cerca di recuperare un cappello uguale per evitare che il marito scopra la tresca della moglie. Fadinard si reca dunque prima da una modista che non riesce a soddisfare la sua richiesta, ma che gli dà l’indirizzo della baronessa di Champigny, la quale ha appena comprato lo stesso cappello. Poi, dopo essersi sposato, si reca alla villa della baronessa a Passy, dove viene scambiato per un violinista che deve esibirsi in un concerto privato. Anche gli invitati alla festa di nozze arrivano alla villa, convinti che si tratti del ristorante dove si terrà il pranzo di nozze. Dopo varie peripezie, che includono anche un passaggio in prigione, alla fine tutto si risolverà per il meglio.

Il testo di Labiche viene adattato a libretto dal compositore stesso e dalla madre Ernesta Rinaldi. Molti personaggi della pièce originale vengono eliminati, i cinque atti ridotti a quattro – il secondo atto di Labiche diventa l’Intermezzo I nell’opera di Rota –, ma lo spirito del lavoro viene fedelmente conservato anche se in un libretto di mediocre qualità, con rime ingenue dove “balordo” rima con “sordo”, “Minardi” con “tardi”, “guancial” con “stral” e “guanti di Svezia” – in originale “gants de suède”, ossia scamosciati – con “inezia”. 

La partitura è una parodia di disparati linguaggi musicali ed è tutta scritta à la manière de: l’ouverture ammicca a Mozart, i concertati e i crescendi a Rossini, i gorgheggi di Elena al belcanto donizettiano, il temporale addirittura alla Walchiria di Wagner, mentre nei fiati si sente Stravinskij. E ovviamente non mancano le musiche per film, soprattutto da Il birichino di papà. È un continuo mimare stili, accostare idee diverse una dopo l’altra senza però svilupparle o approfondirle. I personaggi sono bidimensionali, la caratterizzazione sommaria e non suscitano una particolare empatia.

Il compito di dar vita a questa musica piacevole, ma anche superficiale, è nelle mani di un esperto quale Donato Renzetti, che esalta la leggerezza e vivacità della partitura con suoni trasparenti e ritmi precisi a capo dell’ottima orchestra e coro dell’Accademia Teatro alla Scala. Anche i giovani interpreti sono allievi, provengono infatti dall’Accademia di perfezionamento per cantanti lirici del teatro e si alternano nelle diverse recite. Sono tutti preparati e più o meno carismatici. Il 14 settembre è Andrea Tanzillo l’infaticabile Faninard: brillante vocalmente e ottimo attore, qualche acuto non perfettamente a fuoco non compromette una performance caldamente applaudita dal pubblico. L’Elena di Maria Martín Campos è sicura e spigliata; l’Anaide di Greta Doveri ha un bel timbro sensuale adatto alla parte della moglie infedele; giustamente manierata la baronessa di Champigny di Dilan Saka; lo spassoso zio Véziner di Paolo Antonio Nevi è il personaggio che salva la situazione essendo il cappello tanto bramato nel suo pacco regalo. Folta è la schiera di cantanti provenienti dall’estremo oriente: Xhieldo Hyseni è il suocero Nonancourt che ripete allo sfinimento il suo mantra «Tutto a monte!»; Wonjun Jo è Emilio; Haiyang Guo Felice; Tianxuefei Sun Achille di Rosalba e Guardia; Fan Zhou la Modista. Tutti superano la barriera linguistica con efficienza dimostrandosi ottimi attori.

Per la sua messa in scena Mario Acampa ricorre a una trovata tutt’altro che inedita: «Ho trasposto l’azione al 1955, anno in cui debuttò l’opera», scrive il regista, «e ho immaginato che il protagonista fosse un addetto alle pulizie di un cappellificio francese, la “Chapellerie E. Rota & fils”. Durante l’ouverture mostro una giornata tipo di Fadinard, un uomo alla base della scala sociale, maltrattato dagli operai della fabbrica e infine picchiato da un cliente. Un pugno fatale gli fa battere la testa e da quel momento inizia il sogno. Quello che avviene nel corso dell’ouverture si svolge nella dimensione della realtà ed è di mia invenzione, il seguito è esattamente quello che è scritto nel libretto, ma letto nell’ottica del sogno di Fadinard. Un elemento concettuale importante è che l’artefice del sogno è la modista, la titolare della fabbrica, e nella mia visione si chiama Ernesta, proprio come la madre del compositore. Lei, come un deus ex machina, farà muovere i personaggi che interagiscono con il protagonista per rendergli la vita impossibile». Un espediente non proprio necessario per animare una vicenda già complicata di sé, in cui la regia lavora per accumulo di controscene e gag che finiscono per distrarre l’attenzione. La scenografia di Riccardo Sgaramella ricorre – che grande novità! – a una piattaforma girevole con una struttura architettonica che ruotando forma i diversi ambienti in cui si sviluppa l’azione. La rotazione rende bene il ritmo da capogiro della vicenda, ma confonde anche abbastanza le idee dello spettatore, che deve riconoscere con prontezza nel vorticare della stessa la casa di Fadinard (atto I), il negozio della modista (Intermezzo I), la villa della baronessa di Champigny (atto II), la casa di Beaupertuis (atto III) o la piazza immersa nella notte (atto IV). Lo horror vacui del regista porta a mimare dietro una finestra quello che racconta il personaggio al proscenio ottenendo l’effetto di chi spiega una barzelletta e ne sminuisce così l’effetto comico. Le coreografie di Anna Olkhovava non si distinguono per necessità e originalità e i costumi Chiara Amaltea Ciarelli mescolano con eccessiva disinvoltura epoche differenti. Efficace è invece il gioco luci di Andrea Giretti.

Insomma, una serata tutt’altro che memorabile che però accende la curiosità per quello che saprà fare Michieletto a dicembre di questa farsa italiana un po’ datata nel testo e nella musica.