Senza titolo – La luz de un lago

Romeo Castellucci, Senza titolo

Torino, Fondazione Merz,  12 ottobre 2024

El Conde de Torrefiel, La luz de un lago

Torino, Teatro Astra,  12 ottobre 2024

Il suono in scena

Il titolo è quello delle prime opere astratte che neppure nell’indicazione volevano cedere a un suggerimento visivo o concettuale, ossia Senza titolo. Si tratta della installazione performativa commissionata dalla Triennale di Milano, in contemporanea con Bérénice, con cui Romeo Castellucci inaugura la 29esima edizione del Festival delle Colline Torinesi.

Negli spaziosi locali della Fondazione Merz, il pubblico entrando in piccoli gruppi trova un tubo dorato sospeso nel nulla. Guardando meglio, su uno dei cavi a cui è agganciato il tubo si nota un filo elettrico e un piccolo microfono. Una persona entra da destra – saranno persone diverse per aspetto, etnia sesso, età, ma tutti accomunati dalla lunga capigliatura –  immerge i capelli in  una bacinella piena d’acqua, si avvicina alla barra e con movimento della testa la percuote con i capelli bagnati. Ne scaturisce un suono frusciante il cui volume dipende dalla forza con cui avviene il movimento, ma anche dalla lunghezza e dalla massa di capelli, suono che viene restituito riverberato nello spazio da altoparlanti. Dopo pochi minuti un’altra persona viene a sostituire la precedente in un gesto iterato da gente qualunque che si scopre performer con un inedito strumento. Da soli o a coppie, con un ritmo del tutto casuale scelto dai partecipanti, si consuma un rito sonoro di grande suggestione in cui il corpo, come sempre negli spettacoli di Castellucci, è elemento totalizzante. «È incredibile vedere come lo stesso gesto possa essere vissuto in maniera completamente differente», dice il regista, «e come questa sequenza di persone sia una sorta di ritratto dell’umanità che scorre in un unico comune movimento oscillatorio che può ricordare un gesto di protesta o di preghiera. Potrebbe far pensare alla preghiera del giunco dell’ebraismo ortodosso che si compie di fronte al muro del pianto. Mentre i capelli sono anche fiamme o colpi di frusta, un suono di campana su questo tubo vuoto che risuona quasi come un appello per chi ascolta. Più che uno spettacolo è dunque un’azione e una contemplazione perché lo sguardo viene privato dall’elemento della curiosità e della sorpresa o dell’informazione. Quindi si concentra e riduce. Se non fosse così complicata, questa parola si potrebbe dire che si purifica».

Le orecchie accarezzate dai suoni della installazione di Castellucci – mentre l’anno scorso furono messe a dura prova da Il Terzo Reich – sono invece assalite senza pietà dai decibel che El Conde de Torrefiel, nelle persone di Tanya Beyeler e Pablo Gisbert, riversa sugli spettatori del Teatro Astra subito dopo. La luz de un lago è il titolo di quanto si vede sul palcoscenico. Il teatro proposto dalla compagnia spagnola è un “teatro della mente” che non rinuncia comunque alla narrazione, qui affidata a una voce fuori campo, ma soprattutto a delle didascalie che come sopratitoli aiutano a comprendere quello che visivamente non viene neanche lontanamente suggerito. Neppure dal titolo dello spettacolo si può avere qualche informazione. Su schermi mobili vengono proiettate immagini sgranate in cui la danza forsennata di pixel colorati rimanda a immagini del tutto indecifrabili. La narrazione è quella di quattro storie matrioska contenute una dentro l’altra in cui i protagonisti di una sono gli spettatori di quella precedente. Andando all’inverso di quanto viene “non-rappresentato”, veniamo a sapere di non meglio specificati attivisti che nel 2036, all’inaugurazione della stagione della Fenice, gettano escrementi dalla galleria sugli spettatori di platea – non esattamente i foglietti tricolori della sequenza iniziale di Senso, il film di Visconti del 1954… Nel teatro veneziano va in scena la prima della nuova opera lirica Marianne e il mare, che tratta della vicenda della biologa transgender Marianne morta nell’oceano, donna che avevamo incontrato prima nella metropolitana di Parigi nel 2024 mentre leggeva un libro con la storia d’amore di due greci che nel 2008 si incontrano in un cinema di Atene per fare sesso mentre sullo schermo viene proiettato un film che ha come protagonisti tre giovani che si conoscono al concerto dei Massive Attack a Manchester nel 1995, vicenda che era stata raccontata per prima con un generoso sonoro per immergere gli spettatori prima nell’atmosfera del concerto rock e poi, seguendo i tre giovani, in una discoteca. Di tutto questo il pubblico viene informato unicamente dalle didascalie, per il resto in scena c’è il nulla, o meglio tre tecnici che per tutta la serata  spostano gli schermi per poi dipingerli di nero e farli sparire alla vista, cancellarli. Come il senso del teatro di questo spettacolo.