Stabat Mater

Tiziano Scarpa, Stabat Mater

172 pagine, Einaudi, 2008

Nella Venezia settecentesca c’erano istituzioni che si facevano carico delle bambine abbandonate alla nascita. Queste venivano accolte e si dava loro un’istruzione, per lo più musicale, per esibirle in chiesa dietro una grata che ne celava la vista al pubblico: «Noi siamo una parvenza che secerne musica. Siamo fantasmi che soffiano una sostanza impalpabile. Noi risultiamo belle perché siamo misteriose e spargiamo bellezza nell’aria, la menzogna della musica maschera la nostra afflizione». Da queste istituzioni si poteva uscire da vive solo se riconosciute dalla madre naturale, che dopo tanti anni si riprendeva la figlia, oppure per andare sposa a un vecchio o a un secondogenito che si era innamorato della voce ascoltata in chiesa.

Una di queste istituzioni era l’Ospitale della Pietà, dove incontriamo Cecilia, nome dato dalle suore a una neonata di poche ore abbandonata sulla porta. Figlia di una prostituta, o di una vedova il cui marito era morto in guerra, o di una madre con già troppi figli, Cecilia era dunque stata salvata dal destino di essere gettata appena nata in un canale. Ma la ragazza, ora sedicenne, sogna talora di cantare sott’acqua, dentro le nere acque di un rio veneziano: «Noi siamo pesci abissali, cantiamo il nostro non essere mai venuti al mondo. La musica si propaga nell’acqua nera. Gli uomini e le donne della città camminano sulle rive, scorrono sulle loro barche. Noi siamo le sirene che cantano dal fondo dell’acqua torbida, nessuno ascolta il nostro canto nero». Cecilia spera sempre di ritrovare la madre a cui scrive lettere, ora dure ora accorate, su fogli di musica scartati. Le sue parole si mescolano alle note dei Miserere o degli Alleluja, scritte di nascosto nella notte, quando è insonne e allora vaga per il silenzioso edificio.

Allorché il vecchio don Giulio viene sollevato dall’incarico, a istruire le fanciulle arriva il giovane don Antonio. Antonio Vivaldi. E la musica che le ragazze suonano diventa diversa: «In un’ora io sono stata musicalmente grandine, musicalmente afa, musicalmente gelo, musicalmente tepore, musicalmente piedi intirizziti, musicalmente pioggia leggera, musicalmente suolo ghiacciato che fa male cadendoci sopra, musicalmente prato tenero, sono musicalmente stata dentro il sonno di un guardiano di capre, dentro un cane che abbaia, dentro gli occhi di una mosca, sono musicalmente stata nuvola nera, passo ubriaco, bestia terrorizzata e pallottola che lo uccide». Il prete dai capelli rossi fa scoprire alle allieve come tramite i suoni sia possibile produrre stati d’animo a loro sconosciuti.

Singolare romanzo questo di Tiziano Scarpa, Premio Strega nel 2009. Testo di grande intensità, dalla scrittura tesa e raccontato in un crescendo implacabile. La Venezia che emerge dalle sue pagine non è la città scintillante di stucchi dorati e rutilante di colori: è una città scura, minacciosa, solcata da rii scuri dalle acque fetide. E angusta, a misura dei passi di una bambina che, confinata tra le quattro mura di un vecchio palazzo, scoprirà nella musica la forza per un atto di ribellione: Cecilia riesce a fuggire dall’Ospitale travestita da uomo e prende la via del mare sulle labili tracce della madre. Il coraggio glielo ha dato proprio quella musica.