foto © Marcello Orselli
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Richard Strauss, Die Liebe der Danae (L’amore di Danae)
Genova, Teatro Carlo Felice, 13 aprile 2025
L’ultimo amore di Zeus
Nel pieno dell’incubo nazista, Strauss compone Die Liebe der Danae, favola luminosa tra le rovine d’Europa. Nata da un’idea di Hofmannsthal e completata nel 1940, l’opera fu eseguita solo in forma privata dopo l’attentato a Hitler. A Genova rivive in una regia ironica e sontuosa di Laurence Dale, diretta con raffinatezza da Michael Zlabinger e dominata dalla superba Angela Meade.
Altro che pioggia d’oro! Sarà una pioggia di bombe quella che nel ’42 si abbatterà sulle città tedesche. Richard Strauss aveva composto il suo penultimo lavoro per il teatro negli anni più tragici della tirannide nazista e non riuscirà a vederne la messa in scena perché morirà prima.
La “Heitere Mythologie” (gaia mitologia) Die Liebe der Danae nasceva nel 1920 come bozza di libretto di Hugo von Hofmannsthal, Danae o il matrimonio per convenienza. La morte nel 1929 del suo librettista di predilezione lo aveva profondamente abbattuto ed è solo quasi dieci anni dopo che Strauss aveva ripreso in considerazione l’idea, affidandone il libretto a quel Joseph Gregor che gli aveva già scritto la Daphne, un’altra vicenda mitologica.
Terminato nel 1940, in un primo tempo Strauss aveva deciso che Die Liebe der Danae non si sarebbe dovuta mettere in scena nei teatri tedeschi prima della fine della guerra, ma su insistenza del direttore Clemens Krauss, acconsentì che l’opera fosse presentata a Salisburgo l’11 giugno 1944, giorno del suo ottantesimo compleanno, evento poi posticipato al ferragosto dello stesso anno. Ma l’attentato a Hitler fece chiudere tutti i teatri tedeschi e Die Liebe der Danae potè essere eseguita solo in forma privata.
Un momento comunque di grande emozione per il vecchio maestro, che durante la prova d’orchestra alla fine della seconda scena del terzo atto parlò ai musicisti con voce rotta dalle lacrime: «Forse ci rivedremo in un mondo migliore». Le stesse parole che ascoltiamo prima che si alzi il sipario sulla produzione che il teatro Carlo Felice di Genova offre per la sua stagione lirica, prima esecuzione italiana nella versione originale in tedesco. Due figuranti, che rappresentano Strauss e la moglie, arrivano in platea e si sporgono sul golfo mistico mentre ascoltiamo la registrazione di quelle parole. In seguito si affacceranno da uno dei balconi che costituiscono la scenografia naturale del teatro genovese e saranno spesso sulla scena per ricordarci il periodo della composizione, assieme ai filmati dei bombardieri alleati nei cieli tedeschi, alle rovine della sala del trono del re Polluce assediato dai debitori e alle immagini di repertorio di Richard Strauss che passeggia nel giardino della sua villa.
Cantante passato definitivamente alla regia, di Laurence Dale ricordo una non memorabile Cambiale di matrimonio al ROF di cinque anni fa, mentre ora dell’opera di Strauss Dale fornisce una lettura che ricrea la vicenda mitologica con gusto e umorismo. Le scene e i costumi di Gary McCann e le luci di John Bishop inventano un ironico mondo visivo per la figlia venduta al re Mida per appianare i debiti. Un re Mida che è l’ennesima trasformazione di Zeus innamorato di Danae, la quale però s’invaghisce del messaggero Chrysopher, il “portatore d’oro”, e che preferirà una vita povera con l’uomo che ama, e che ha perso il suo tocco magico di trasformare in oro tutto quello che sfiora, piuttosto che il tempio d’oro promessogli dal re dell’Olimpo, ora sbeffeggiato dagli altri dèi perché soppiantato da un asinaio.
Quattro mimi/ballerini dorati sono l’unico riferimento favolistico in una rappresentazione che ironicamente trasforma le quattro conquiste di Zeus – Europa, Semele, Leda e Alcmene – in quattro regine di una corte superficiale che pensa solo al ballo. Ben realizzata tramite video la pioggia d’oro che ha incantato Danae – e che la musica realizza in maniera mirabile con i suoni luccicanti e argenti di glockenspiel, celesta e arpe – così come i passaggi di scena, fino al finale, apoteosi dell’amore umano “borghese” rappresentato dalla villa di Strauss a Garmisch.
La complessa e lussureggiante partitura viene ricreata dalle mani del giovane direttore austriaco Michael Zlabinger con competenza e sensibilità: le pagine più liriche, gli intensi momenti di svolta (come il bacio di Mida e la conseguente trasformazione di Danae in statua d’oro), quelli più “operettistici” trovano il perfetto equilibrio. Anche quello tra buca orchestrale e scena, ad eccezione del Jupiter di Scott Hendricks, che rimane spesso travolto dai marosi orchestrali, ma qui la colpa è nella voce del maturo tenore americano alle prese di un ruolo al di sopra delle sue possibilità e che risolve solo grazie alla consolidata presenza scenica. Peccato perché lo Jupiter de Die Liebe der Danae è un grande personaggio che ha molto in comune con il Wotan del Ring e col tema del crepuscolo e del congedo che qui è anche l’uscita di scena del compositore che si scopre alla fine della sua carriera. Eccellenza vocale invece è quella di John Matthew Myers, Mida travolgente per la bellezza del timbro e l’eleganza del fraseggio. E poi c’è quella forza della natura che è Angela Meade che, giocoforza, ricrea il personaggio del titolo con la sola sontuosissima voce piegata alle minime inflessioni espressive con acuti in pianissimo e un’intensità di tono che richiama infallibilmente i futuri Vier letzte Lieder.
Veramente ottimi gli altri personaggi, dal Merkur di Timothy Oliver, al Pollux di Tuomas Katajala, alla Xanthe di Valentina Farcas. Di pari livello i quattro re Albert Memeti, Eamonn Mulhall, Nicolas Legoux e John Paul Huckle, così come Europa, Semele, Leda e Alcmene a cui danno voce rispettivamente Agnieszka Adamczak, Anna Graf, Valentina Stadler e Hagar Sharvit. Eccellente il coro istruito da Claudio Marino Moretti ed efficaci le coreografie di Carmine de Amicis, anche regista collaboratore.
Applausi insistenti e meritatissimi da parte di un pubblico straboccante anche a causa dello sciopero che aveva fatto annullare la prima recita.
