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My Name is Orson Welles
Torino, Museo Nazionale del Cinema, 31 marzo 2026
Genio in movimento: Orson Welles tra cinema, teatro e disegno
My Name Is Orson Welles al Museo Nazionale del Cinema di Torino racconta il genio multiforme di Welles: regista, attore, autore e artista visivo. Tra cinema, teatro e radio, emerge un creatore totale, ossessionato dall’illusione e dalla sperimentazione, capace di reinventare i linguaggi e anticipare la modernità dei media contemporanei.
Arriva a Torino fino al 5 ottobre, negli spazi vertiginosi della Mole Antonelliana, la mostra My Name Is Orson Welles, ideata dalla Cinémathèque Française e ora ospitata dal Museo Nazionale del Cinema. Non è semplicemente un’esposizione: è un incontro ravvicinato con una delle personalità più sfaccettate, irregolari e magnetiche del Novecento. Un artista che ha fatto della molteplicità la propria cifra e dell’invenzione continua il proprio destino.
Orson Welles non è stato solo un regista. È stato, piuttosto, un sistema solare attorno al quale hanno orbitato linguaggi, forme e mestieri. Attore dalla presenza scenica imponente e dalla voce inconfondibile, autore teatrale, scenografo, costumista, illusionista, scrittore e instancabile disegnatore: ogni ambito creativo per lui rappresentava una soglia da attraversare, mai un recinto in cui restare.
Nato nel 1915 a Kenosha, nel Wisconsin, Welles manifesta precocemente un talento fuori scala. Ancora adolescente, si muove tra teatro e arti visive con una naturalezza che sorprende e disorienta. Il suo ingresso nella scena artistica americana è rapido e travolgente: a poco più di vent’anni fonda il Mercury Theatre, laboratorio creativo in cui mette in scena Shakespeare con una libertà e una modernità che lasciano il segno. Il suo Macbeth ambientato ad Haiti o il Giulio Cesare in chiave contemporanea non sono semplici adattamenti, ma veri atti di riscrittura.
È però la radio a consacrarlo al grande pubblico. Nel 1938, con la celebre trasmissione de La guerra dei mondi, Welles dimostra il potere assoluto del racconto e della messa in scena sonora: milioni di ascoltatori credono che l’invasione aliena sia reale. È il primo, clamoroso esempio della sua capacità di giocare con l’illusione, di piegare il linguaggio fino a farlo diventare esperienza viva.
Quando arriva al cinema, Welles è già un artista completo. Il suo esordio con Quarto potere (1941) non è soltanto uno dei film più importanti della storia: è una dichiarazione di poetica. Con una libertà formale inaudita per l’epoca, sperimenta profondità di campo, montaggi audaci, strutture narrative frammentate. Ma soprattutto costruisce un’opera in cui ogni elemento – dalla regia alla scenografia, dalla recitazione all’uso della luce – è pensato come parte di un organismo unico. Non a caso, Welles interviene in ogni fase della creazione, disegnando, progettando, riscrivendo, controllando ogni dettaglio.
Questa tensione totalizzante lo accompagnerà per tutta la carriera. Film come L’orgoglio degli Amberson, La signora di Shanghai, Otello e L’infernale Quinlan testimoniano una ricerca incessante, spesso ostacolata da produzioni difficili e da un sistema industriale che fatica a contenere la sua autonomia. Welles è, in fondo, un autore indipendente prima ancora che il termine diventi di moda: gira in Europa, finanzia i propri progetti, reinventa continuamente i modi di fare cinema.
Ma ridurre Welles al solo cinema sarebbe un errore. Il teatro resta sempre una presenza centrale, così come il piacere del palcoscenico e della trasformazione. Attore straordinario, capace di passare da Shakespeare al noir, da ruoli tragici a interpretazioni ironiche e auto-parodiche, Welles fa del proprio corpo e della propria voce strumenti espressivi assoluti. Ogni personaggio diventa una maschera da indossare e, al tempo stesso, da smascherare.
Accanto a questo, emerge una dimensione meno nota ma fondamentale: quella visiva e grafica. Welles disegna incessantemente. I suoi schizzi, spesso realizzati durante le lavorazioni dei film, non sono semplici appunti ma veri progetti estetici. Scenografie, costumi, inquadrature nascono prima sulla carta, in una continua osmosi tra immaginazione e realizzazione. È un artista rinascimentale nel senso più pieno del termine, capace di pensare per immagini ancora prima che per parole.
La mostra torinese restituisce proprio questa complessità. Attraverso centinaia di materiali – fotografie, documenti, bozzetti, clip cinematografiche – il percorso espositivo ricostruisce non solo la carriera, ma l’officina creativa di Welles. Si entra nei suoi processi, nei suoi tentativi, nelle sue ossessioni. Si scopre un autore che non smette mai di cercare, di reinventarsi, di sfidare i limiti tecnici e produttivi.
Ciò che emerge con forza è la coerenza profonda di un artista apparentemente dispersivo. Dietro la molteplicità dei linguaggi, infatti, si riconosce una stessa tensione: quella verso l’illusione e la sua smontatura. Welles è sempre stato un grande prestigiatore, non solo in senso metaforico. Amava i trucchi, i giochi di prestigio, l’arte dell’inganno. E il suo cinema – come il suo teatro, la sua radio, i suoi disegni – funziona allo stesso modo: costruisce mondi per poi rivelarne la fragilità.
In questo senso, la sua opera è sorprendentemente contemporanea. In un’epoca dominata dalle immagini e dalla loro manipolazione, Welles ci ricorda che ogni rappresentazione è una costruzione, ogni racconto una scelta. La sua modernità sta proprio qui: nell’aver intuito, con decenni di anticipo, la natura ambigua e potente dei media.
L’approdo della mostra a Torino non è casuale. Il Museo Nazionale del Cinema, con la sua vocazione a raccontare il cinema come esperienza totale, è il luogo ideale per accogliere un artista che ha sempre rifiutato le definizioni. Negli spazi della Mole, la figura di Welles sembra ritrovare una dimensione naturale: quella di un universo in espansione, fatto di stratificazioni, rimandi e continue metamorfosi.
Visitare questa mostra significa, dunque, attraversare non solo la storia di un grande autore, ma anche interrogarsi sul senso stesso del fare arte. Welles non offre risposte facili. Al contrario, complica, moltiplica, confonde. Ma è proprio in questa complessità che risiede il suo fascino inesauribile.
“My name is Orson Welles”, dichiarava con ironica solennità. Un’affermazione semplice, quasi tautologica. Eppure, dietro quel nome, si nasconde un intero universo creativo, ancora oggi capace di sorprenderci.
⸪
