foto © Andreas Lander
Nico Dostal, Clivia
Magdeburgo, Opernhaus, 9 novembre 2025
(video streaming)
Nico Dostal (1895–1981) occupa una posizione singolare nella storia musicale del Novecento mitteleuropeo, sospesa tra la tradizione operettistica viennese e le trasformazioni imposte dal secolo. Nato a Korneuburg, presso Vienna, si formò in un clima ancora dominato dall’eredità di Johann Strauss figlio e soprattutto di Franz Lehár, ma seppe presto ritagliarsi una fisionomia personale. Dopo solidi studi musicali e un iniziale apprendistato teatrale, trovò il successo negli anni Trenta soprattutto a Berlino, allora centro vitale dell’operetta tedesca.
Durante il periodo nazionalsocialista la sua carriera proseguì senza scosse apparenti, ma proprio questa continuità contribuì, nel dopoguerra, a una certa marginalizzazione critica. Nel secondo Novecento Dostal rimase legato all’immagine di autore “minore”, artigiano elegante più che innovatore. Tuttavia, una rilettura storica mette in luce la sua importanza come testimone di un genere in transizione, capace di traghettare l’operetta verso forme ibride, al confine con il musical e la cultura di massa.
Composta nel 1933, Clivia è l’opera che consacrò Nico Dostal come uno dei protagonisti della nuova operetta mitteleuropea tra le due guerre. In un momento storico in cui il genere viennese tradizionale mostrava segni di stanchezza, Dostal seppe rinnovarne il linguaggio innestando elementi di modernità ritmica, sensualità melodica e un gusto esotico perfettamente in linea con l’immaginario degli anni Trenta. Ambientata in una repubblica sudamericana fittizia, Cliviagioca con il fascino dell’altrove, ma lo fa con ironia e consapevolezza, trasformando l’esotismo in un elegante pretesto teatrale.
La partitura rivela una scrittura raffinata, capace di fondere la cantabilità lirica con influssi jazzistici e danzanti, senza mai rinunciare a una solida costruzione formale. Le arie mostrano un istinto melodico immediato, sostenuto da un’orchestrazione ricca di colori e di sottintesi emotivi. Sul piano drammaturgico, Clivia riflette con leggerezza temi di potere, identità e seduzione, tipici dell’operetta tardo-weimariana, ma filtrati attraverso un sorriso disincantato. Opera di confine tra operetta classica e musical europeo nascente, Clivia resta una testimonianza preziosa di un genere che, proprio nel momento della sua crisi storica, seppe reinventarsi con intelligenza e brillantezza.
Primo atto. Estancia tra le montagne. L’americano E. W. Patterton è un influente magnate della finanza che intrattiene loschi rapporti d’affari con la Repubblica di Boliguay. Proprio ora, però, una rivoluzione ha sconvolto il paese e il generale Juan Olivero è stato proclamato presidente, mandando all’aria i suoi piani. Ma Patterton non sarebbe Patterton se non sapesse trovare una via d’uscita: con il denaro, in fondo, si può sistemare tutto. Così fonda senza indugio una società cinematografica e, insieme alla troupe – di cui fa parte anche la celebre attrice Clivia Gray – parte per Boliguay, ufficialmente con l’intenzione di girarvi un film. Alla frontiera, tuttavia, le autorità negano l’ingresso al gruppo, poiché agli stranieri non viene concessa l’autorizzazione al lavoro. Caudillo, proprietario dell’estancia dove la troupe fa tappa, conosce una soluzione: una delle donne del gruppo dovrebbe sposare per finta un cittadino boliguayano; in questo modo otterrebbe la cittadinanza e potrebbe entrare nel paese insieme a tutta la troupe. Poiché Clivia è una giovane bellezza molto ambita, Patterton la sceglie subito come vittima designata. Lei intuisce che Patterton non persegue fini nobili, ma d’altra parte il piano la incuriosisce. Occorre soltanto trovare un boliguayano disposto a sposarla. Il reporter del Chicago Times che accompagna la troupe riceve l’incarico di cercare un candidato adatto. Non passa molto tempo prima che ritorni con il gaucho Juan Damigo. Egli rifiuta il denaro offertogli, ma alla vista della bellezza di Clivia accetta rapidamente di sposarla.
Secondo atto. Salone dell’hotel. La troupe cinematografica è finalmente riuscita a entrare a Boliguay e alloggia nel più elegante hotel della capitale. Per preparare il colpo di Stato contro il governo, Patterton ha invitato numerosi politici dell’opposizione e altre personalità influenti. Come copertura organizza una festa nel salone dell’hotel. Patterton ignora però che i servizi segreti del paese ospitante hanno già scoperto il complotto e che tra i suoi invitati si nascondono alcuni agenti sotto copertura. Sebbene Clivia e Juan Damigo si siano sposati solo per finta, tra loro nasce un sentimento sempre più profondo, fino a innamorarsi davvero. Quando la festa giunge al culmine, scatta la trappola: la troupe viene arrestata e finisce in prigione. È allora che gli ignari scoprono la vera identità del gaucho Juan Damigo: si tratta di Olivero, l’attuale presidente della Repubblica.
Terzo atto. Sala delle conferenze nel palazzo presidenziale. Olivero non riesce a concentrarsi sugli affari di Stato, perché il pensiero di Clivia continua a tormentarlo. Dopo tutto ciò che è accaduto, dubita del suo amore; allo stesso tempo, però, non è certo che Clivia sia stata soltanto una pedina nelle mani di Patterton per il suo folle piano. In suo aiuto interviene il reporter Lelio Down, che nel frattempo si è innamorato di Yola, la cugina di Olivero, e gli suggerisce un’idea risolutiva: dovrebbe permettere a Clivia e Patterton di fuggire. Dal comportamento della donna capirebbe se il suo amore per lui è sincero. Il piano di Lelio Down viene messo in atto. Patterton sa ormai che i suoi progetti di colpo di Stato sono completamente falliti; si rassegna e riesce a fuggire oltre confine. Clivia invece si reca dal presidente e dichiara pubblicamente di essere stata più o meno costretta da Patterton a contrarre il matrimonio di facciata; ora però desidera trasformare quell’unione fittizia in un vero matrimonio. Olivero comprende così che Clivia lo ama sinceramente. Tra le acclamazioni del popolo per il presidente e la futura First Lady si conclude l’operetta.
l teatro di Magdeburgo mette in scena l’operetta di Dostal ispirandosi a una storica versione della Komische Oper di Berlino e integrando elementi di attualità. Il regista Julien Chavaz immagina la vicenda come il sogno di Louis, un ragazzino di otto anni che da grande vuole diventare un giornalista famoso, con un articolo pubblicato sulla prima pagina del New York Times. Mentre il nonno presta poca attenzione a questo desiderio, la nonna gli offre alcuni saggi consigli prima di esortarlo a sbrigarsi: lo scuolabus sta aspettando. Ma Louis si è già addormentato di nuovo e inizia il sogno del grande titolo che ci porta direttamente sul set di un film. Non strettamente necessaria, la nuova cornice narrativa non nuoce comunque alla drammaturgia: mette in prospettiva la vicenda, ma allunga i tempi di uno spettacolo che supera così abbondantemente le tre ore.
Il regista allestisce uno spettacolo opulento, visivamente molto ricco, con grandi numeri di scena, vivaci coreografie (Daniela Ojeda Yrureta) e una scenografia funzionale e ironica di Mariia Bokovna e dello stesso Chavaz, il quale si mostra abile nel mescolare i generi e nell’esaltare l’umorismo del testo di Charles Amberg. Nel cast si mescolano voci di musical e di operetta. Gli interpreti si dimostrano attori-cantanti di bella voce, come Anja Backus (Clivia Gray), o di spigliata personalità scenica, come Carmen Steinert (Louis Londres en travesti), Andreas Biongard (Juan Damigo) e Benjamin Sommerfeld (Patterton).
Il forte impatto visivo e sonoro della produzione è affidato alla bacchetta di Kai Tietje, che conquista con l’orecchiabilità delle melodie e il beat jazzistico latente nella partitura.
È probabile che il titolo rimanga un unicum e difficilmente riappaia nei cartelloni lirici internazionali, ma in definitiva si è trattato di una piacevole scoperta.
⸪
