Giulio Cesare in Egitto

foto © Monika Rittershaus

Georg Friedrich Händel, Giulio Cesare in Egitto

Zurigo, Opernhaus, 15 marzo 2026

★★★★

Delitto sul Nilo, aria sul ponte: il Giulio Cesare di Livermore va in crociera

La produzione di Giulio Cesare in Egitto di Davide Livermore ambienta l’opera su un piroscafo anni Venti sul Nilo. Regia spettacolare e cinematografica, direzione energica diGianluca Capuano e orchestra brillante. Trionfa Cecilia Bartoli come Cleopatra, affiancata dallo splendido Cesaere di Carlo Vistoli: uno spettacolo visivamente ricco e musicalmente coinvolgente.

Nata a Montecarlo, passata poi per Monaco e Vienna, approda ora a Zurigo la produzione di Giulio Cesare in Egitto firmata da Davide Livermore. È uno di quegli spettacoli che si presentano con il passo deciso delle imprese ambiziose: molta tecnologia, una forte impronta teatrale e una lettura musicale che punta a conciliare modernità e rispetto dello spirito barocco. Non è poco. E non è neppure semplice, perché l’opera di George Frideric Handel vive di un equilibrio delicatissimo tra retorica degli affetti, spettacolo e introspezione.

Livermore sceglie una strada ormai tipica della sua poetica: cambiare l’epoca ma non l’anima del dramma. Così l’antico Egitto sparisce e l’azione si sposta negli anni Venti del Novecento. La storia non si svolge più tra palazzi tolemaici e deserti mitologici, bensì su un elegante piroscafo da crociera che naviga lungo il Nilo. Un’idea che fa immediatamente pensare al cinema e alla letteratura d’intrattenimento del primo Novecento, in particolare a quell’immaginario reso celebre da Agatha Christie e dal suo Death on the Nile. Non è un riferimento casuale: Livermore ama disseminare nei suoi spettacoli allusioni cinematografiche, quasi a suggerire come il melodramma barocco possieda una naturale vocazione visiva che il linguaggio del cinema può amplificare.

Il piroscafo – significativamente battezzato “Tolomeo” – diventa così il luogo simbolico in cui si incontrano e si scontrano amore, ambizione e vendetta. Le scenografie del collettivo Giò Forma trasformano il palcoscenico in un vero transatlantico: ponti, cabine, corridoi, saloni da ballo. Non una semplice ambientazione, ma un microcosmo. A completare l’illusione intervengono le videoproiezioni di D-Wok, che mostrano il paesaggio del Nilo scorrere lentamente, tra templi, rovine e panorami desertici. Il risultato è un ambiente visivo in continuo movimento, quasi cinematografico, dove l’azione procede con ritmo sostenuto e con una fluidità scenica davvero notevole.

Naturalmente, quando la tecnologia entra in scena in modo così massiccio il rischio è quello di cadere nell’effetto speciale fine a sé stesso. Qui, fortunatamente, non accade. La regia cerca infatti di dialogare con la struttura drammatica dell’opera, dove il mondo barocco degli affetti – amore, gelosia, vendetta, disperazione – viene tradotto in immagini moderne ma non banalizzate. Livermore alterna momenti spettacolari a passaggi più intimi, mantenendo viva la dimensione teatrale della musica händeliana.

Uno degli esempi più riusciti di questa poetica è l’aria di Cleopatra «V’adoro pupille». Qui la regina d’Egitto non appare come una sovrana orientale circondata da schiave e incensi, ma come una diva da cabaret che si esibisce nel salone da ballo della nave. Luci soffuse, proiezioni luminose, atmosfera da nightclub: Cleopatra seduce Giulio Cesare con la disinvoltura di una star degli anni ruggenti, mentre gli altri personaggi si muovono intorno come in un ralenti onirico. Una scena sospesa tra sogno, spettacolo e seduzione, che restituisce perfettamente l’arte manipolatrice della regina.

Come spesso accade negli spettacoli di Livermore, la regia è ricca di citazioni, dettagli e controscene. Qui però la macchina teatrale appare particolarmente fluida e tecnicamente impeccabile. Peccato solo che in questa ripresa zurighese siano state aggiunte alcune gag francamente superflue. Una su tutte: quella delle ancelle trafitte dalla spada di Achilla, un momento che scivola in una comicità piuttosto grossolana e decisamente fuori tono. È un peccato, perché lo spettacolo possiede già molti tocchi umoristici ben calibrati. Tra questi funziona molto bene il finale, in cui un breve filmato risolve l’assassinio di Tolomeo XIII con una strizzatina d’occhio proprio ai meccanismi narrativi dei gialli della Christie. Una trovata divertente e coerente con l’ambientazione.

Uno degli aspetti più interessanti della produzione è l’equilibrio tra ironia e dramma. L’ambientazione anni Venti introduce inevitabilmente un tono più mondano e cinematografico, ma non svuota la profondità emotiva dell’opera. Anzi, il contrasto tra l’eleganza della crociera e la brutalità della lotta per il potere accentua la tensione drammatica della vicenda. Le scene di vendetta e di guerra convivono con momenti di seduzione e introspezione, secondo quella tipica dialettica barocca tra eros e morte che attraversa tutta l’opera. In questo senso la regia di Livermore mette bene in evidenza la dimensione tragico-comica già presente nel libretto di Nicola Francesco Haym, sottolineando il carattere spettacolare del dramma senza tradirne la sostanza.

Lo spettacolo scorre con grande agilità anche grazie a numerosi tagli. Intere arie vengono eliminate e alcuni da capo abbreviati. Una scelta non dettata da esigenze musicologiche:  il teatro voleva mantenere la durata complessiva dello spettacolo sotto le tre ore e venti minuti. Determinante in questo senso è anche la conduzione musicale di Gianluca Capuano, che adotta tempi piuttosto sostenuti. Fortunatamente l’intervallo cade dopo il primo atto, permettendo di conservare intatto il valore drammaturgico del magnifico duetto tra Cornelia e Sesto, «Son nata a lagrimar». È uno dei momenti emotivamente più intensi dell’opera e chiude l’atto con un senso di sospensione quasi tragica. Dopo il secondo atto, invece, il passaggio al terzo avviene con la chiusura del sipario e luci spente, scelta che mantiene la tensione narrativa.

Se la dimensione visiva rende lo spettacolo accattivante, il cuore pulsante resta comunque la musica. Sul podio Capuano guida con sicurezza La Scintilla, ottenendo un’esecuzione di grande vitalità. Il direttore dimostra una conoscenza profonda del linguaggio barocco, ma evita qualsiasi rigidità filologica. Il suo approccio unisce la cura per gli strumenti storici a una forte teatralità del gesto musicale. L’orchestra non accompagna semplicemente i cantanti, dialoga con loro e ogni aria trova un colore preciso, ogni affetto una tinta orchestrale. Nei momenti patetici le sonorità si fanno leggere e sospese; nelle arie eroiche il ritmo si accende e i tempi diventano più incalzanti. Il risultato è un flusso musicale continuo, energico e teatrale.

Al centro magnetico dello spettacolo c’è naturalmente Cecilia Bartoli. La sua Cleopatra appare inizialmente capricciosa, brillante, perfettamente inserita nell’atmosfera mondana del piroscafo. Ma, scena dopo scena, il personaggio rivela un volto più fragile e umano, soprattutto nelle grandi arie patetiche del secondo e terzo atto. Dal punto di vista vocale la Bartoli sfoggia ancora una volta la tecnica che l’ha resa una figura di riferimento nel repertorio barocco. Le colorature sono precise, fulminee, ma mai esibite come puro virtuosismo. Ogni ornamentazione nasce dal testo, dal significato della parola. In «Piangerò la sorte mia» il canto si fa quasi sussurrato, trasformando la linea melodica in un flusso emotivo di straordinaria intensità. A questo si aggiunge un carisma scenico rarissimo: ogni gesto, ogni accento contribuisce a costruire una Cleopatra complessa, capace di passare con naturalezza dalla seduzione ironica alla disperazione più autentica. Una presenza che cattura lo spettatore fin dalla prima apparizione.

Accanto a lei spicca il controtenore Carlo Vistoli nel ruolo del protagonista. Il personaggio di Cesare fu scritto da Händel per il celebre castrato Senesino, e richiede quindi una tessitura ampia e impegnativa. Vistoli affronta la parte con sicurezza tecnica e con una vocalità ben timbrata, particolarmente efficace nel registro centrale. Il suo Cesare non è tanto il monumentale conquistatore romano, quanto un condottiero ironico e disincantato. Nel corso dell’opera emerge anche una dimensione sentimentale più intima, soprattutto nelle arie liriche. Tra i momenti più riusciti spicca «Va tacito e nascosto», eseguita con notevole controllo del fiato e grande precisione stilistica. Molto bella anche «Aure, deh, per pietà». Proprio per questo dispiace ancora di più che venga sacrificata una pagina come «Quel torrente che cade dal monte», aria di bravura e momento spettacolare del terzo atto. Come ha dimostrato altrove, l’artista rivela anche qui una presenza scenica straordinaria che conferisce eccezionalità teatralità al suo personaggio.

Max Emanuel Cenčić propone di Tolomeo una caratterizzazione volutamente fatua e provocatoria, talvolta al limite della caricatura, sostenuta comunque da una vocalità ancora capace di slanci acuti brillanti. Usa al meglio i suoi mezzi vocali anche Anne Sofie von Otter per conferisce al personaggio di Cornelia una nobiltà malinconica di grande intensità emotiva. Il giovane controtenore Kangmin Justin Kim interpreta Sesto con energia e slancio giovanile, mettendo bene in luce la dimensione vendicativa del personaggio senza perdere sensibilità nei momenti più lirici. Tra le presenze più solide va ricordato anche Renato Dolcini, un Achilla vocalmente autorevole, dotato di bel timbro e di notevole sicurezza tecnica. I ruoli secondari sono affidati a Karima el Demerdasch, Nireno en travesti, e a Evan Gray, Curio.

Alla fine arrivano quindici minuti di applausi, una standing ovation e il bis del coro conclusivo. Un successo caloroso che conferma ancora una volta come il repertorio barocco, se affrontato con intelligenza teatrale e con un alto livello musicale, sappia conquistare anche il pubblico contemporaneo.

Questa produzione dimostra infatti quanto le opere del Settecento possano essere reinterpretate in chiave moderna senza perdere la propria identità. Quando ricerca musicale, invenzione scenica e qualità interpretativa si incontrano, il risultato è un’esperienza teatrale completa: spettacolo, emozione e intelligenza convivono sullo stesso palcoscenico. E Händel, tre secoli dopo, continua a parlare con sorprendente vitalità al nostro presente.

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