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Richard Strauss, Vier letzte Lieder per soprano e orchestra
I. Frühling – Allegretto
II. September – Andante
III. Bei Schlafengehen – Andante
IV. Im Abendrot – Andante
Johannes Brahms, Sinfonia n° 4 in mi minore op. 98
I. Allegro non troppo
II. Andante moderato
III. Allegro giocoso
IV. Allegro energico e passionato
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Orchestra Filarmonica del Teatro Regio Torino
Bertrand de Billy direttore, Maria Bengtsson soprano
Torino, Teatro Regio, 23 marzo 2026
Trasparenze del congedo: Strauss e Brahms secondo de Billy
“Congedi” è un titolo che promette molto – e mantiene ancora di più. Il nuovo appuntamento della stagione dell’Orchestra Filarmonica del Teatro Regio di Torino si presenta infatti come un raffinato gioco di specchi tra fine e compimento, tra memoria e trasfigurazione. Sul podio, il direttore parigino Bertrand de Billy, tra i più lucidi e musicalmente rigorosi interpreti della scena contemporanea, guida un programma che accosta due vertici assoluti: i Vier letzte Lieder (Quattro ultimi Lieder) di Richard Strauss e la Sinfonia n. 4 di Johannes Brahms. Non si tratta di una semplice giustapposizione di capolavori, ma di un vero e proprio percorso estetico. Due “addii” profondamente diversi: quello di Strauss, sospeso e luminoso, e quello di Brahms, rigoroso e implacabile. Due modi di guardare al tempo che finisce, e forse anche alla musica stessa.
I Vier letzte Lieder occupano un posto unico nel repertorio del Novecento. Composti tra il 1946 e il 1948, negli ultimi anni di vita di Strauss, questi Lieder su testi di Hermann Hesse e Joseph von Eichendorff non sono un testamento nel senso drammatico del termine, ma piuttosto una forma di contemplazione. Il compositore, ormai ottuagenario, non alza la voce: la abbassa. Non proclama, ma osserva. E ciò che osserva è il lento dissolversi delle cose nella luce.
La scrittura orchestrale riflette perfettamente questo atteggiamento. Certo, l’eredità del tardo romanticismo è tutta presente: i colori sono ricchi, le armonie ampie, il respiro largo. Ma qualcosa è cambiato. L’orchestra si alleggerisce, si fa porosa, attraversata da silenzi e trasparenze. Non è più il grande organismo teatrale di Salome o Elektra, bensì uno spazio sonoro che accoglie la voce e la accompagna con discrezione, quasi con pudore. Il risultato è una musica che sembra esistere sul confine: tra Lied e sinfonia, tra intimità e vastità.
I quattro Lieder disegnano un itinerario che è insieme naturale e metafisico. Frühling (Primavera) apre con un gesto quasi impaziente, un desiderio di ritorno alla vita che ha però il sapore della memoria. September rallenta il tempo: le foglie cadono, i colori si spengono, e l’orchestra respira in lunghe frasi sospese. In Beim Schlafengehen (Andando a dormire) il discorso si interiorizza ulteriormente, fino al celebre assolo di violino che sembra aprire una soglia. Infine Im Abendrot (Al tramonto): non una conclusione, ma una quiete. Qui la musica non finisce, semplicemente si posa.
In questo contesto, l’interpretazione di de Billy si rivela particolarmente pertinente. Il direttore evita ogni tentazione di opulenza sonora fine a sé stessa e privilegia una lettura fondata sulla chiarezza e sulla misura. L’orchestra risponde con un suono levigato ma mai pesante, in cui le linee interne emergono con naturalezza. I dettagli timbrici – legni, corni, archi divisi – non sono effetti, ma elementi strutturali di un discorso attentamente calibrato. Soprattutto, colpisce il modo in cui de Billy costruisce il rapporto tra voce e orchestra. Nei Vier letzte Lieder il rischio è sempre quello di trasformare il Lied in una scena sinfonica, schiacciando la linea vocale sotto il peso dell’orchestra. Qui avviene l’opposto: l’orchestra respira con la voce, la sostiene, la incornicia senza mai sovrastarla. Ne nasce un equilibrio raro, in cui la parola cantata mantiene tutta la sua intelligibilità e il suo peso espressivo.
Protagonista vocale è il soprano Maria Bengtsson, interprete di grande finezza stilistica. La sua formazione germanica e la lunga frequentazione del repertorio mozartiano e straussiano si riflettono in un canto di notevole purezza. Il timbro è luminoso, la linea sempre sorvegliata, il fraseggio elegante senza essere manierato. Bengtsson non cerca effetti: lavora sul dettaglio, sulla parola, sull’arco della frase. Nei Lieder di Strauss questa impostazione si rivela ideale. La sua è una lettura che rinuncia consapevolmente a ogni eccesso di peso o di dramma, privilegiando invece una dimensione lirica e introspettiva. Il suono resta trasparente, mai sovraccarico; le frasi si distendono con naturalezza; il testo emerge con chiarezza. Il risultato è un’interpretazione che restituisce pienamente il carattere crepuscolare dell’opera, senza indulgere in sentimentalismi.
Se Strauss guarda alla fine come a una dissolvenza nella luce, Brahms affronta il medesimo tema con ben altra severità. La Sinfonia n. 4 in mi minore op. 98, composta tra il 1884 e il 1885, è l’ultimo capitolo del suo percorso sinfonico e uno dei vertici assoluti dell’Ottocento. Qui il discorso si fa più concentrato, più essenziale. Nulla è lasciato al caso: ogni elemento nasce da una logica interna ferrea.
Il primo movimento si costruisce su un tema di apparente semplicità, ma di straordinaria fecondità generativa. Da questa cellula iniziale si sviluppa l’intero tessuto musicale, in un processo continuo che evita contrasti facili e punta invece su una tensione interna costante. Il secondo movimento introduce un clima più raccolto, con colori orchestrali che evocano una dimensione quasi arcaica. Il terzo, spesso definito “giocoso”, in realtà è tutt’altro che leggero: la sua energia è controllata, incanalata in una forma solidissima.
Il vertice della sinfonia è naturalmente il finale, una passacaglia costruita su un tema derivato da Bach. Qui Brahms compie un’operazione straordinaria: recupera una forma antica e la trasforma in un veicolo di espressione modernissima. Le variazioni si susseguono con implacabile coerenza, costruendo un arco drammatico che non ha bisogno di effetti esterni. La tragedia, se così si può chiamare, è tutta interna alla forma.
Anche in questo caso, de Billy propone una lettura che rifugge ogni monumentalità. Il suono orchestrale è compatto ma mai pesante; le sezioni dialogano con chiarezza; il contrappunto emerge in tutta la sua evidenza. Laddove una certa tradizione tende a sottolineare il peso e la densità della scrittura brahmsiana, qui si privilegia la leggibilità.
Nel finale, questa scelta si rivela particolarmente efficace. Ogni variazione è definita con precisione, ogni linea trova il proprio spazio. L’ascoltatore può seguire il percorso formale senza smarrirsi, cogliendo la logica interna dell’intero movimento. Il rigore costruttivo diventa così esso stesso elemento espressivo.
Nel complesso, la direzione di de Billy si distingue per una sobrietà che non è mai aridità, ma controllo. La tensione non nasce da contrasti esasperati o da rallentamenti retorici, bensì da una gestione continua e consapevole del tempo musicale. Il risultato è una lettura che privilegia la coerenza, la linearità, la chiarezza.
Il pubblico torinese, variegato e numeroso, ha colto pienamente la qualità di questa proposta. Gli applausi, calorosi e prolungati, non si sono rivolti soltanto al direttore e alla solista, ma anche ai professori d’orchestra, protagonisti di una prova di grande livello, impreziosita dai numerosi interventi solistici previsti dalle partiture.
“Congedi”, dunque, ma più che un addio, un invito all’ascolto profondo: di ciò che resta, di ciò che si trasforma, di ciò che nella musica continua a parlare anche quando sembra svanire.
⸪

