foto © Mattia Gaido e Daniele Ratti
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Georges Poulenc, Dialogues des Carmélites
Torino, Teatro Regio, 31 marzo 2026
Paura, fede e rivoluzione: le Carmelitane di Carsen sfidano il tempo
Al Teatro Regio debutta finalmente Dialogues des Carmélites di Francis Poulenc nell’acclamato allestimento di Robert Carsen. Diretti con finezza da Yves Abel, i cantanti danno vita a un intenso dramma sulla paura e la fede. Regia essenziale e potente, culmina in un finale di grande suggestione, accolto da calorosi applausi.
Avere 29 anni e non dimostrarli: poche produzioni operistiche possono vantare una simile freschezza, eppure è esattamente ciò che accade con l’allestimento di Dialogues des Carmélites firmato da Robert Carsen. Nato ad Amsterdam nel 1997, questo spettacolo è diventato nel tempo una sorta di classico contemporaneo, uno di quegli allestimenti che non solo resistono agli anni ma sembrano, a ogni ripresa, acquisire nuova profondità. Dopo una lunga e prestigiosa circolazione internazionale – memorabile la tappa milanese del 2004 al Teatro degli Arcimboldi sotto la bacchetta di Riccardo Muti, fissata anche in DVD – lo spettacolo approda finalmente a Torino, segnando un debutto atteso e, per certi versi, sorprendente.
Sorprendente perché, incredibilmente, Dialogues des Carmélites di Francis Poulenc non era mai stato rappresentato al Teatro Regio di Torino. Un’assenza difficile da spiegare, considerando che si tratta di una delle opere più significative del secondo Novecento, capace come poche altre di coniugare modernità linguistica e intensità drammatica. Un capolavoro che, fin dal debutto al Teatro alla Scala nel 1957, ha saputo imporsi come pietra miliare del repertorio operistico contemporaneo.
L’opera affonda le sue radici nel dramma omonimo di Georges Bernanos, a sua volta ispirato alla tragica vicenda storica delle sedici carmelitane di Compiègne, ghigliottinate durante il Terrore nel 1794, nel pieno della Rivoluzione francese. Ma ridurre Dialogues a una semplice trasposizione storica sarebbe fuorviante: ciò che Poulenc costruisce è un dramma interiore, un viaggio nell’anima attraversato da paure, dubbi e improvvise illuminazioni.
Il cuore pulsante dell’opera è infatti la paura: paura del mondo, della violenza della Storia, della morte e, soprattutto, della solitudine. Una paura che prende forma nel personaggio di Blanche de la Force, giovane aristocratica fragile e inquieta, incapace di trovare un posto nel mondo e destinata a cercare rifugio nel Carmelo proprio mentre la Francia scivola verso il baratro rivoluzionario. La sua è una traiettoria spirituale che si sviluppa attraverso una scrittura musicale di straordinaria finezza.
Poulenc rinuncia alle tradizionali forme chiuse dell’opera per costruire un tessuto continuo di dialoghi musicalizzati, in cui il recitativo diventa elemento strutturale portante. Il rapporto tra parola e musica è strettissimo: la declamazione è chiara, incisiva, sempre al servizio del testo. Il risultato è un flusso teatrale ininterrotto, quasi cinematografico, in cui la musica “respira” insieme alla scena. A livello armonico, il compositore alterna tensioni acute a momenti di austera semplicità modale, sostenuti da un’orchestrazione trasparente e da una raffinatissima sensibilità timbrica.
A rendere giustizia a questa complessità è la direzione di Yves Abel, profondo conoscitore del repertorio francese e già legato a questo allestimento fin dalla sua creazione. La sua concertazione si distingue per chiarezza e controllo: ogni dettaglio emerge con precisione, senza mai sacrificare la tensione drammatica. Abel costruisce un equilibrio sonoro attentissimo, mantenendo sempre vivo il respiro teatrale e accompagnando il racconto con un ritmo incalzante. Colpisce in particolare la gestione delle dinamiche, dal pianissimo sospeso al pieno orchestrale, e la cura quasi pittorica dei colori.
Peccato, però, che l’acustica del Regio non sempre giochi a favore dei cantanti. Quando l’orchestra si espande, il suono tende a sovrastare le voci, che faticano a emergere con la necessaria incisività. Un limite strutturale che, in un’opera così centrata sulla parola, si fa inevitabilmente sentire.
Il cast, nel complesso, si rivela comunque di alto livello. A partire da Ekaterina Bakanova, già apprezzata dal pubblico torinese come Manon, che qui affronta il ruolo di Blanche con intensità e sensibilità. La sua interpretazione scava nel personaggio, restituendone tutte le fragilità e le contraddizioni. Il timbro luminoso e il fraseggio elegante le consentono di modellare ogni sfumatura emotiva, dando vita a una protagonista credibile e toccante.
L’altro personaggio chiave della vicenda è la priora del Carmelo, Madame de Croissy, “vecchia” di 59 anni – come ci informa Soeur Constance nella sua disarmante franchezza: «Mais quoi, à cinquante-neuf ans n’est-il pas grand temps de mourir?»… – malata e in preda ai dubbi su una fede fino allora incrollabile. Questo è un momento che le gloriose voci della liriche hanno trasformato in una indimenticabile scena madre, e non fa eccezione Sylvie Brunet-Grupposo, voce Falcon e interprete di grande temperamento e forte presenza scenica tali da rendere il personaggio fisicamente e psicologicamente credibile per intensità drammatica e verità emotiva.
Come nella Suor Angelica pucciniana il personaggio di Genovieffa concentrava in sé l’ingenuità della giovinezza sacrificata, qui abbiamo Soeur Constance. Il suo rapporto con Blanche rappresenta uno dei pochi spiragli di tenerezza in un’opera dominata dall’angoscia. Le dà voce Francesca Pia Vitale con disarmante grazia e un affascinante strumento vocale. Meno convincente, invece, la Madame Lidoine di Sally Matthews, la cui linea vocale appare talvolta discontinua e segnata da eccessi espressivi.
Ma non ci sono solo voci femminili in Dialogues des Carmélites, l’opera incomincia anzi con personaggi maschili prima che faccia la sua comparsa in scena Blanche. Il padre e il fratello ricordano con preoccupazione l’assalto alla carrozza da parte della folla inferocita – siamo nell’aprile 1789 e queste sono le prime avvisaglie di quello che scuoterà il paese. I cantanti sono Jean-François Lapointe e Valentin Thill: solida e autorevole la voce del baritono, limpida e chiara quella del tenore che si farà ancora ascoltare nel terzo quadro del secondo nel commovente ma teso colloquio con la sorella nel parlatorio in cui le altre monache con i loro corpi fungono da schermo divisorio.
Rimangono molti altri personaggi da citare, non meno importanti, a cui hanno fornito la loro efficace presenza i mezzosoprani Antoinette Dennefeld (la vice Priora Mère Marie de l’Incarnation) e Lorrie Garcia (la decana Jeanne de l’Enfant); i tenori Krystian Adam (il cappellano) e Matthieu Justine (primo commissario); i baritoni Isaac Galán (carceriere e secondo commissario) e Roberto Accurso (un ufficiale e il servitore Thierry); Martina Myskohkid (Soeur Mathilde) e Eduardo Martinez (il medico Monsieur Javelinot), questi ultimi due artisti del Regio Ensemble. Prezioso com esempre l’apporto dei maestri del coro del teatro istruito da Gea Garatti Ansini.
Ma è soprattutto la regia di Carsen a lasciare il segno. Ripresa da Christophe Gayral, si fonda su un principio di radicale essenzialità. Questa scelta produce una sorta di astrazione scenica: invece di riprodurre realisticamente il convento o i luoghi della Rivoluzione, Carsen costruisce un ambiente simbolico nel quale corpi, movimenti e luce diventano i principali strumenti drammaturgici. Le scene di Michael Levine riducono lo spazio a una geometria pura: tre pareti, pochi oggetti, nessun compiacimento decorativo. Il risultato è un ambiente astratto, quasi mentale, in cui ogni elemento diventa segno.
Carsen rinuncia deliberatamente alla ricostruzione storica per concentrarsi sul nucleo spirituale del dramma. Le figure collettive – monache, rivoluzionari, folla – sono disposte secondo precise geometrie, creando immagini di forte impatto simbolico. Il rapporto tra individuo e comunità, tema centrale dell’opera, si traduce così in una drammaturgia dello spazio, in cui i corpi diventano architettura.
Determinante è anche il lavoro sulle luci, firmato dallo stesso Carsen insieme a Cor van der Brink. I contrasti di chiaroscuro, le improvvise aperture luminose, le zone d’ombra costruiscono un vero e proprio racconto parallelo. La luce non si limita a illuminare: interpreta, suggerisce, accompagna i passaggi interiori dei personaggi.
E poi c’è il finale, uno dei più sconvolgenti della storia dell’opera. Carsen evita qualsiasi realismo: niente ghigliottina in scena. La morte delle monache si consuma in una progressiva sottrazione, mentre le voci si spengono una a una sul Salve Regina. I corpi cadono, lentamente, seguendo una coreografia di Philippe Giraudeau, fino a riempire il palcoscenico di assenze. Un’immagine potentissima, che chiude lo spettacolo in un cerchio quasi perfetto, riportando lo sguardo al punto di partenza.
Il pubblico del Regio accoglie con entusiasmo questa produzione, tributando ovazioni a tutti gli interpreti e allo stesso Carsen, di passaggio a Torino mentre è impegnato a Roma con Il trionfo del Tempo e del Disinganno di Georg Friedrich Händel.
Quasi trent’anni dopo la sua nascita, questo Dialogues des Carmélites continua a interrogare, commuovere e sorprendere. Segno che, quando teatro e musica trovano un equilibrio così raro, il tempo smette semplicemente di contare.
⸪
