Dialogues des Carmélites

  1. Muti/Carsen 2004
  2. Nagano/Černjakov 201051Cq6jMNK4L

★★★★☆

1. «Ho meditato sulla morte ogni ora della mia vita, e ora tutto questo non mi serve a niente»

Nel 1947 Georges Bernanos aveva scritto un dramma basato su un racconto di Gertrud von Le Fort sulla vicenda storica del monastero delle Carmelitane di Compiègne nel periodo del Terrore della Rivoluzione francese seguito alla confisca dei beni ecclesiastici (1794).

Messo in scena nel ’52 stimolò l’interesse dell’editore Ricordi che suggerì a Poulenc un adattamento operistico della storia. Poulenc ci lavorò tre anni e l’opera andò in scena alla Scala nel 1957 in italiano, ripresa subito dopo in francese a Parigi.

Seconda opera del compositore, dopo Les mamelles de Tirésias (1947) e prima de La voix humaine (1959), I dialoghi delle Carmelitane rappresenta il temporaneo ripiegamento sulla spiritualità e il cattolicesimo di un musicista apertamente omosessuale.

L’argomento e lo svolgimento del musicista non sono di quelli che tengono inchiodati alla sedia, ma ci sono momenti, come la morte della madre superiora o il finale con il martirio delle suore, di grandissima efficacia teatrale e questi sono messi ben in luce dalla regia di Robert Carsen in questa produzione della Nederlandse Opera di Amsterdam riallestita al teatro degli Arcimboldi di Milano nel 2004 con l’orchestra del teatro alla Scala e la direzione di Muti. Assieme allo scenografo Michael Levine il regista ambienta la vicenda in uno spazio vuoto tagliato da fasci di luci e si immedesima con intensità nella storia. Stupendo il finale in cui le suore, sole sul palcoscenico con in fondo appena percepibile nell’ombra la folla minacciosa, intonano in coro il Salve Regina in pianissimo. Poi una a una sotto il terribile sibilo di una ghigliottina si distendono a terra con le braccia a croce. Alla fine rimane Blanche da sola a intonare l’inno prima che il rumore della lama non mozzi anche a lei la voce in gola.

Musicalmente l’opera in tre atti è composta da dodici quadri separati da interludi. Il canto è un recitativo declamato che deve molto a quello del Pelléas et Mélisande, mentre nell’orchestra si riconoscono riferimenti al linguaggio di Musorgskij. Il massimo dell’intensità e della passione è affidato al duetto di Blanche col fratello nel secondo atto con le suore velate che con i loro corpi formano quasi una grata che divide i due fratelli.

Non sono solo femminili le voci di quest’opera, il marchese De La Force e suo figlio hanno parti rilevanti, ma sono le donne qui a dominare: dalla vecchia priora morente, una intensa Anja Silja che rende con grande verità la paura della solitudine nella morte del suo personaggio, alla giovane e spensierata soeur Constance, una bravissima Laura Aikin. Nelle vesti di soeur Blanche Dagmar Schellenberger dipinge con buona tecnica vocale una novizia fragile, quasi nevrotica, ma che poi accetta con fermezza il martirio. Pochi mesi dopo la stessa cantante vestirà ahimè gli abiti della Vedova allegra a Zurigo.

Riccardo Muti cerca di non sopraffare i cantanti data la non eccezionale acustica del teatro ed evidenza con la sua orchestrazione le raffinatezze della partitura.

Nessun extra e sottotitoli anche in italiano.

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★★★★☆

2. La Corte d’appello di Parigi e la minaccia alla libertà di espressione 

È di pochi giorni fa (ottobre 2015) la notizia che la Corte d’Appello di Parigi ha condannato la casa editrice BelAir a cessare la vendita di questo blu-ray e la trasmissione in rete dello spettacolo perché gli eredi di Bernanos non hanno apprezzato la messa in scena del regista Dmitrij Černjakov.

È un fatto di una gravità inaudita poiché per la prima volta in Francia si mette in discussione la creatività artistica e la libertà di espressione. Autore ed eredi hanno sì la facoltà di beneficiare dei diritti economici derivanti da un’opera, ma un lavoro dell’intelletto non è gelosa proprietà dei capricciosi discendenti, bensì patrimonio dell’umanità e come tale deve “subire” la legittima interpretazione che ne viene data nel tempo. Spiace poi che ne sia vittima un regista che, accanto ad alcune sbandate (La Traviata alla Scala ad esempio), ha dimostrato grande intelligenza e senso del teatro in spettacoli memorabili come La sposa dello zar appena uscito in disco, La leggenda della città invisibileIl Principe Igor del MET, Chovanščina, per citarne solo alcuni.

Gongoleranno le vestali della tradizione mummificata nostrana, ma questa è una pagina molto triste per la cultura e per la libertà di espressione artistica. La produzione era andata in scena nel 2010 alla Bayerische Staatsoper di Monaco con la direzione musicale di Kent Nagano.

Nella lettura del regista russo la vicenda viene sgombrata da tutte le implicazioni religiose e storiche, magari importanti per Poulenc, ma non per chi la mette in scena. Scelta discutibile, certamente, ma legittima per un artista. Tra i tanti, Picasso ha interpretato a suo modo Velázquez, Stravinskij Pergolesi, Carmelo Bene Shakespeare. Per andare sul sicuro e non incappare nelle ire dei litigiosi eredi bisogna limitarsi allora ad autori scomparsi da almeno cento anni?

Ecco la vicenda secondo la lettura di Černjakov.

Blanche de la Force soffre di attacchi di panico, «une horrible faiblesse» la definisce lei stessa. Non è aiutata dal padre e dal fratello che la trattano come un’incapace. Probabilmente soffre anche di un profondo senso di colpa: la madre è morta nel darla alla luce dopo un burrascoso viaggio in una carrozza assaltata dalla folla in tumulto. Vediamo infatti Blanche all’inizio dell’opera sperduta e strattonata da una folla in frenetico movimento, una folla che, anche se in abiti moderni, è parente di quella «multitude en panique» che di lì a pochi mesi – siamo infatti nell’aprile del 1789 nella pièce di Bernanos – prenderà d’assalto prigioni e conventi.

Per trovare il conforto che non trova in famiglia, Blanche si rifugia in un’austera comunità, una setta di donne turbate e al limite della paranoia, che si sono isolate dal resto del mondo. E fin qui siamo perfettamente coerenti col libretto. Al padre che la accusa di cedere ai consigli «d’une dévotion exaltée» e di voler abbandonare il mondo per dispetto, la figlia risponde: «Je ne méprise pas le monde, le monde est seulement pour moi comme un élément où je ne saurais vivre. Oui, mon père, c’est physiquement que je n’en puis supporter le bruit, l’agitation. Qu’on épargne cette épreuve à mes nerfs, et on verra ce dont je suis capable» (Io non disprezzo il mondo, il mondo per me è soltanto un elemento in cui non saprei vivere. Sì, padre mio, non riesco fisicamente a sopportare il rumore, la confusione. Mi si risparmi questa prova di nervi, e si vedrà di cosa sono capace).

Nella vecchia priora della comunità Blanche trova la madre che non ha mai avuto, ma quando la priora muore in maniera quasi degradante dopo una grave malattia, la lascia in angoscia: Blanche non si sente più così sicura nella comunità. La scelta di una nuova priora è poi motivo di ulteriore incertezza tra le donne.

Inutilmente il fratello di Blanche tenta di riportare a casa la sorella: il padre è malato e le cose fuori si mettono male per i nobili. Blanche rifiuta e rimane nel convento, che presto è infatti preso di mira dai rivoluzionari. Il padre confessore viene allontanato e, temendo ormai il peggio, madre Marie invita le consorelle ad accettare il voto del martirio.

Le donne devono abbandonare il convento e madre Marie va a cercare Blanche che vive una vita misera tra le rovine del castello di famiglia. Volendo a tutti i costi salvare il loro rifugio che le protegge dal mondo esterno, le donne si sono barricate al suo interno con delle bombole di gas velenoso. All’ultimo momento, mentre la polizia recinta la zona e la folla osserva sgomenta, arriva Blanche che salva una a una le consorelle, ma alla fine perde la vita nell’edificio che esplode.

Claustrofobica e inquietante è la messa in scena di Černjakov e perfettamente coerente con l’interpretazione dei personaggi quali soggetti nevrotici. Dal punto di vista teatrale e drammaturgico l’allestimento è incredibilmente efficace e visivamente magnifico. E per assurdo è proprio la sua lettura a-religiosa a mettere in luce le qualità della scrittura di Bernanos, piena di dubbi e incertezze in pieno contrasto con l’ostentata e tardiva conversione cattolica dello scrittore («Dieu s’est fait lui-même une ombre…» dice la madre superiora poco prima di morire).

La lettura di Černjakov è aiutata in questo anche dalla direzione lucida e analitica di Nagano (probabilmente neanche lui cattolico) e dalla magnifica Staatsorchester bavarese. Eccellente la compagnia di canto, dal Marchese de la Force, un inossidabile Alain Vernhes, a Bernhard Richter, ottimo tenore lirico nel ruolo del fratello di Blanche, dalla Blanche stessa di Susan Gritton, alle sorelle tutte di cui sarebbe lungo citare i nomi.

Gli iniziali dissensi nel momento in cui il regista sale sul palco per i saluti finali sono presto del tutto sommersi dai fragorosi applausi del pubblico di Monaco.

L’unica risposta possibile a questo episodio intollerabile di repressione artistica del tribunale francese sarebbe la ripresa dello spettacolo da qualche parte in Francia o altrove. Per poterne discutere, liberamente. A questo servono il teatro e la libertà d’espressione.

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