Concerto

Benjamin Appl

Gustav Mahler, “Lieder und Gesänge aus der Jugendzeit”, 1. Frühlingsmorgen; George Butterworth, “Six Songs from a Shropshire Lad”, I. Loveliest of Trees; Gustav Mahler, “Rückert-Lieder”, II. Ich atmet’ einen Linden Duft; George Butterworth, “Six Songs from a Shropshire Lad”, II. When I was one-and-twenty; Gustav Mahler; “Rückert-Lieder”; I. Blicke mir nicht in die Lieder!; George Butterworth, “Six Songs from a Shropshire Lad”, III. Look not in my eyes; Gustav Mahler, “Rückert-Lieder”, V. Liebst du um Schönheit; George Butterworth, “Six Songs from a Shropshire Lad”, IV. Think no more, Lad; Gustav Mahler, “Rückert-Lieder”, IV. Um Mitternacht; George Butterworth, “Six Songs from a Shropshire Lad”, V. The Lads in their hundreds; Gustav Mahler, “Rückert-Lieder”, III. Ich bin der Welt abhanden gekommen; George Butterworth, “Six Songs from a Shropshire Lad”, VI. Is my team ploughing?; Gustav Mahler, “Des Knaben Wunderhorn”, Revelge

Gustav Mahler, “Des Knaben Wunderhorn”, Aus! Aus!; Erich Wolfgang Korngold, “Zwölf Lieder ‘So Gott und Papa will'”, VI. Aussicht; Alma Mahler, Fünf Lieder, V. Ich wandle unter Blumen; Erich Wolfgang Korngold, Der Knabe und das Veilchen; Alma Mahler, “Fünf Lieder”, III. Laue Sommernacht; Erich Wolfgang Korngold, “Sechs einfache Lieder”, IV. Liebesbriefchen; Alma Mahler, “Fünf Lieder”, IV. Bei dir ist es traut; Gustav Mahler, “Des Knaben Wunderhorn”, Nicht wiedersehen; Anonimo, Terezin Song; Ilse Weber, Ade Kamerad; Adolf Strauss, Ich weiß bestimmt, ich werd’ dich wiedersehen; Ilse Weber, Ich wandre durch Theresienstadt; Ilse Weber, Wiegala; Gustav Mahler, “Des Knaben Wunderhorn”, Urlicht

Benjamin Appl baritono, James Baillieu pianoforte

Ginevra, Grand Théâtre, 15 maggio 2025

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Gustav Mahler & Co.

La stagione del Grand Théâtre di Ginevra comprende anche quattro recital di celebrati cantanti del momento: i soprani Lisette Oropesa e Aušrinė Stundytė, il controtenore Jakub Józef Orliński e il baritono Benjamin Appl.

Dopo gli esordi come giovane corista tra i Regensburger Domspatzen e specialista della musica di Bach, Appl è apprezzato in un vasto repertorio che spazia da Telemann a Luciano Berio, da Schubert a György Kurtág. Oltre all’attività concertistica, il cantante è frequentemente chiamato a interpretare musica oratoriale – oltre a Bach, Brahms, Haydn, Britten… – e personaggi d’opera, da Papageno nello Zauberflöte ad Arlecchino nella Ariadne auf Naxos. Appl ritorna a Ginevra per la terza volta dopo una Winterreise nel 2019 e una sostituzione improvvisa di Sir Simon Keenlyside nel 2023. Nel concerto odierno a Gustav Mahler affianca altri compositori della sua epoca.

Nella prima parte della serata, infatti, a Lieder tratti da diverse raccolte mahleriane si alternano songs di George Butterworth (1885-1916), compositore londinese collezionista di canti popolari e danzatore folk. Tra il 1911 e il 1912 Butterworth mise in musica undici poesie tratte da A Shropshire Lad di A. E. Housman, così come aveva anche fatto pochi anni prima Ralph Vaughan Williams. Ognuna dei sei songs qui scelti risponde idealmente a un titolo mahleriano: così al Frühlingsmorgen, della raccolta “Lieder und Gesänge aus der Jugendzeit” su testi di Richard Leander, segue Loveliest of Trees nella esaltazione della stagione primaverile e della gioventù. Qui al tiglio i cui rami battono alla finestra in Mahler, risponde il ciliegio fiorito di Butterworth. Lo stesso tiglio lo troviamo in Ich atmet’ einen Linden Duft dei “Rückert-Lieder” che ha la sua controparte in When I Was One-and-Twenty. E così via, con il gioco di sguardi del Blicke mir nicht in die Lieder e Look not in My Eyes, quello amoroso di Liebst du um Schöhnheit e Think no more, Lad. 

Con Um Mitternacht, contrapposto a The Lads in Their Hundreds, si evidenzia però la diversa statura dei due compositori: alle insondabili profondità del notturno canto mahleriano si contrappone la musicalmente semplice ballata di Butterworth dove ragazzi arrivano alla fiera di Ludlow prima di partire per la guerra «dove moriranno nella gloria e non diventeranno mai vecchi». Lo stesso avviene nel successivo Ich bin der Welt abhanden gekommen, sempre di Friedrich Rückert, dove lo straziante addio alla vita, appena consolato dal fatto di sopravvivere nell’amore e nel canto, ha la sua controparte nel più prosaico Is my team ploughing? dove l’amata si consola col migliore amico del fidanzato morto. Conclude la prima parte della serata Revelge, una musica beffarda che avrebbe potuto scrivere Kurt Weill, che però doveva ancora nascere all’epoca della composizione del ciclo de “Il corno magico del fanciullo”… Qui Benjamin Appl dimostra il temperamento che fino a quel momento non era stato così evidente: il baritono tedesco è un grande liederista, ma le sue interpretazioni, perfettamente intonate con fraseggio impeccabile, non commuovono, anche a causa di un timbro chiaro che manca di armonici nel registro basso, armonici di cui era ricca invece la voce di Dietrich Fischer Dieskau di cui Appl è stato allievo e a cui dedicherà il secondo bis, lo schubertiano Du holde Kunst. In Revelge esce finalmente il temperamento del cantante, che qui sfoggia una certa libertà ritmica e un’espressività che prima erano mancate. Anche l’accompagnamento pianistico di James Baillieu, pur correttissimo, è risultato un po’ freddo e ha fatto rimpiangere l’orchestrazione adottata poi da Mahler.

Molto meglio riesce la seconda parte del concerto. Dopo l’intervallo, i pezzi scelti sono di contemporanei di Mahler o di compositori che hanno trovato la morte nei campi di concentramento o sono fuggiti dal Nazismo, come Erich Wolfgang Korngold, di cui si ascoltano tre deliziosi lavori: Aussicht, dal ciclo op.5, un gioioso inno alla bellezza della vita; Der Knabe und das Veilchen, duetto tra un ragazzo e una violetta, pezzo dall’ineffabile tono di operetta, e Liebesbriefschen dall’op.6. Anche Alma Mahler fornisce il suo contributo a questa svagata sequenza di tenere e sognanti miniature introspettive con Ich wandle unter Blumen (su testo di Heinrich Heine), Laue Sommernacht (Gustav Falke), in cui si canta delle notti d’estate, e Bei dir ist es traut (Rainer Maria Rilke). Il tutto è incorniciato da due brani da “Des Knaben Wunderhorn” di Gustav, Aus! Aus! e Nicht wiedersen, che inneggiano all’amore che però finirà: «Im Mai blühn gar viel Blümelein! | Die Lieb ist noch nicht aus! Aus! Aus!» (A maggio i fiori nascono in quantità! L’amore non è ancora finito! Finito! Finito!). Con il suo tono un po’ salottiero in questi pezzi Appl dimostra l’eleganza del suo porgere con delicate sfumature espressive.

Ma è con la terza e ultima parte che si scende nell’oscurità di sentimenti dolorosi. Il cambiamento di tono è quasi inavvertibile, poiché nell’anonimo Terezin Song il ritmo allegro cela la tragedia che si consuma nella città fortezza di Terezín, 60 chilometri a nord di Praga, dove venivano internati i maggiori artisti ebraici. Esibito dalla propaganda nazista come insediamento esemplare, ghetto modello, in realtà era un campo di raccolta di intellettuali, pittori, scrittori, musicisti ebrei – e di tantissimi bambini – in attesa di essere smistati nei campi di sterminio di Treblinka e Auschwitz. Qui si faceva musica, si allestivano spettacoli teatrali e conferenze e di qui passarono anche Adolf Strauss e Ilse Weber. Di quest’ultima, infermiera e poetessa morta ad Auschwitz, si ascoltano tre brani che si distinguono per la loro semplicità e forza. Ade Kamerad è l’addio a un compagno che non vedrà mai più: l’indomani verrò portata via col “trasporto polacco”. In Ich wandre durch Theresienstadt la donna si arresta ai bastioni della fortezza e guarda con sgomento e nostalgia il mondo di fuori. Wiegala è una straziante ninna nanna dalla disarmante tenerezza cantata poco prima della morte: «Es stört kein Laut die süße Ruh, | schlaf, mein Kindchen, schlaf auch du. | Wiegala, wiegala, wille, | wie ist die Welt so Stille!» (Nessun rumore turbi il tuo sonno, dormi mio piccolino, dormi. Ninna nanna, ninna nanna, com’è silenzioso il mondo!).

Musicista attivo nel ghetto di Praga, Adolf Strauss fu deportato a Terezín prima di finire anche lui nelle camere a gas di Auschwitz. Appl presenta un suo lavoro che ha inciso sull’album “Heimat” del 2017 e che anche Anne Sofie von Otter aveva registrato dieci anni prima: Ich weiss bestimmt, ich werd dich wiedersehen (Sono certo che ci rivedremo) riporta un po’ di speranza dopo tanto dolore. Sulla stessa linea è il pezzo finale del recital, Urlicht, ancora dal “Corno magico del fanciullo”, dove un angelo viene a consolare con la sua luce «l’uomo prostrato nella più grande miseria, nel più grande dolore». 

Con compostezza e impeccabili mezzi vocali ed espressivi Benjamin Appl ha traghettato il pubblico attraverso questi abissi dell’anima. Agli insistenti applausi risponde con due bis. Prima della dedica a Fischer Dieskau di cui s’è detto, il baritono tedesco omaggia la sua nuova patria di adozione, la Gran Bretagna, con una canzone del 1936 molto popolare durante la Seconda Guerra Mondiale e che diede anche il titolo a un film del ’43, I’ll walk beside you, interpretata da Appl in modo tale da rivelare il suo amore per questo repertorio.

Lingotto Musica

foto © Mattia Gaido

Ludwig van Beethoven

Concerto n° 4 in Sol maggiore per pianoforte e orchestra op. 58
Allegro moderato
Andante con moto
Rondò. Vivace

Johannes Brahms

Serenata n°1 in Re maggiore per orchestra op. 11
Allegro molto
Allegro non troppo. Trio: Poco più moto
Adagio non troppo
Menuetto I – Menuetto II
Scherzo. Allegro. Trio
Rondò. Allegro

Camerata Salzburg, Giovanni Guzzo primo violino e direzione, Alexander Lonquich pianoforte

Torino, Auditorium Agnelli, 7 maggio 2025

Sostituzione di lusso

Aimez-vous Brahms… è il titolo di un romanzo che Françoise Sagan dava alle stampe nel 1959. Qui, il giovane Simon, innamorato di Paule, divorziata 39enne, la invita a un concerto con musiche di Brahms alla Salle Pleyel di Parigi in un tentativo di seduzione andato a segno: credendo di vedere in lui una persona sensibile alla musica, Paule si arrende e accetta la passione che il giovane le offre.

Chi avesse pensato di usare lo stesso stratagemma con il  penultimo appuntamento della stagione di Lingotto Musica per far colpo su qualcuno o qualcuna sarebbe rimasto in parte deluso: a causa della indisposizione della pianista Hélène Grimaud, l’impaginato tutto brahmsiano previsto è stato modificato e invece del Concerto n° 1 in re minore del grande amburghese, il pianista “rimediato” all’ultimo momento – nientemeno che Alexander Lonquich – porta nella sala Giovanni Agnelli le note del Concerto n° 4 in Sol maggiore  di un altro grande B della musica tedesca, Ludwig van Beethoven. Una sostituzione di lusso che una combinazione di coincidenze fortuite ha messo insieme per salvare la serata con grande soddisfazione del pubblico che si è lasciato trasportare dalla eccelsa tecnica e personale interpretazione del pianista nato a Treviri ma praticamente italiano per adozione. Lonquich ritorna al Lingotto quattro anni dopo la sua ultima apparizione in una maratona che comprendeva l’integrale dei concerti beethoveniani per pianoforte e orchestra.

Dopo i primi tre, che si muovono ancora nel solco tracciato dagli ultimi concerti mozartiani, con il Concerto n° 4 in Sol maggiore, composto negli anni 1805-1806 quando lavorava alla sua Sinfonia n°5, Beethoven prende una strada nuova fin dall’inizio affidato esclusivamente al solista a precedere l’introduzione orchestrale che porterà all’affettuoso colloquio tra pianoforte e orchestra nel primo movimento. L’Allegro moderato che segue è invece sorprendentemente violento nel contrasto tra i solista e ensemble, che espongono con evidenza la lotta tra il wiederstrebende Prinzip (principio di opposizione) dell’orchestra e il bittende Prinzip (principio implorante) del pianista cara al compositore di Bonn. Brillante e non drammatico è invece il gioco tra solo e tutti nel movimento che conclude il concerto.

Lonquich si divide tra il suo strumento e la direzione di un’orchestra che forse è stata presa di contropiede e rimane un po’ all’ombra del solista che in perfetto equilibrio tra scavo introspettivo e prodigiose sonorità, tra intimismo  emotivo e sfoggio di virtuosismo espresso nella singolare abnorme cadenza del primo tempo, con fraseggio da manuale e cantabilità  sognante, offre una lettura trascinante di questo lavoro. Prima di abbandonare la sala deve cedere alle insistenze del pubblico per regalare altri due bis di grande impegno: la Novelletta op. 21 n. 2 in re maggiore di Robert Schumann e la sesta Bagatella op. 126 n. 6 in mi bemolle maggiore di Beethoven.

Pochi mesi dopo la prima esecuzione del Concerto n° 1, ad Amburgo il 28 marzo 1857  Brahms presentava la Serenata n°1 in Re maggiore op. 11 inizialmente scritto per nove strumenti (flauto, 2 clarinetti, fagotto, corno, violino, viola, violoncello, contrabbasso) e poi per grande orchestra (2 flauti, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 4 corni, 2 trombe, timpani, archi), la versione eseguita qui dalla Camerata Salzburg nella seconda parte della serata.

Nata nel 1952 nella città austriaca, la Camerata Salzburg è un’orchestra da camera che vanta, oltre a innumerevoli concerti e collaborazioni,  l’incisione di oltre sessanta album su un ampio repertorio. Alla guida della compagine orchestrale  è il suo primo violino e maestro concertatore Giovanni Guzzo, che suona un Gagliano nel 1759. Molto più a loro agio in questo lavoro, il primo di due serenate, si ammira la perfetta coesione tra i musicisti, il suono caldo e avvolgente dei fiati, gli attacchi precisi. Rispetto al coevo impetuoso concerto, la Serenata predilige atmosfere rilassate e serene, in un periodo in cui il compositore sembrava volersi staccare dalle passioni, come espresso in una lettera di quell’anno a Clara Schumann: «Le passioni non sono connaturali all’uomo. Sono sempre eccezione o anomalia. La persona in cui esse eccedono rispetto alla giusta misura dev’essere considerata malata e deve ricevere cure mediche per preservare vita e salute. Il vero uomo ideale è tranquillo nella gioia e tranquillo nel dolore e nella sofferenza. Le passioni devono passare presto oppure bisogna reprimerle». L’esecuzione che abbiamo ascoltato dalla Camerata Salzburg, con i suoi tempi placidi, l’atmosfera pastorale del primo movimento, l’ampio respiro lirico del terzo e il baldanzoso finale sembrano riflettere appunto quelle parole.

Stagione Sinfonica RAI

Cathy Berberian e Luciano Berio

Luciano Berio, Folk Songs per voce e orchestra
I. Black is the Colour
II. I Wonder as I Wander
III. Loosin yelav
IV. Rossignolet du bois
V. A la femminisca
VI. La Donna Ideale
VII. Ballo
VIII. Motettu de tristura
IX. Malurous qu’o uno fenno
X. Lo Fïolairé
XI. Azerbaijan Love Song (Qalalıyam)

Dmitrij Šostakovič, Sinfonia n. 4 in do minore, op. 43
I. Allegretto poco moderato – Presto
II. Moderato con moto
III. Largo – Allegro

Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, Robert Treviño direttore, Justina Gringytė mezzosoprano 

Torino, Auditorium RAI Arturo Toscanini, 13 marzo 2025

Berio a un secolo dalla nascita

Il 24 ottobre 1925 a Imperia nasceva Luciano Berio, pioniere dell’avanguardia del XX secolo, riconosciuto per la sua esplorazione innovativa delle tessiture sonore, dell’elettronica e delle tecniche strumentali. Co-fondatore dello Studio di Fonologia a Milano dove ha creato Thema (Omaggio a Joyce) trasformando passaggi dell’Ulisse in paesaggi sonori e sostenitore dell’interdisciplinarità, ha esplorato il teatro, la poesia e il folklore. Come nei suoi Folk Songs, ciclo di canzoni ora riproposto per la stagione dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI a cento anni dalla nascita del compositore.

Commissionato dal californiano Mills College, fu lì eseguito la prima volta nel 1964 con la cantante Cathy Berberian, allora sua moglie, da un’orchestra da camera composta da flauto, clarinetto, arpa, viola, violoncello e percussioni. Si tratta di undici diversi arrangiamenti di canzoni che formano un unicum sonoro molto particolare. Nelle parole dell’autore: «si tratta, in sostanza, di un’antologia di undici canti popolari (o assunti come tali) di varia origine (Stati Uniti, Armenia, Provenza, Sicilia, Sardegna, ecc.), trovati su vecchi dischi, su antologie stampate o raccolti dalla viva voce di amici. Li ho naturalmente interpretati ritmicamente e armonicamente: in un certo senso, quindi, li ho ricomposti. Il discorso strumentale ha una funzione precisa: suggerire e commentare quelle che mi sono parse le radici espressive, cioè culturali, di ogni canzone. Queste radici non hanno a che fare solo con le origini delle canzoni, ma anche con la storia degli usi che ne sono stati fatti, quando non si è voluto distruggerne o manipolarne il senso».

Le prime due, “Black Is the Colour (Of My True Love’s Hair)” e “I Wonder as I Wander”, non sono propriamente temi popolari in quanto sono state scritte dal cantante folk John Jacob Niles. La prima è una canzone d’amore accompagnata dalla viola che suona «like a wistful country dance fiddler» (come un malinconico violinista da ballo country); la seconda un brano di intimo tono religioso dove viola, violoncello e arpa ricreano il suono di una ghironda. Una libera cadenza del flauto prima e poi del clarinetto ci porta in Armenia, il paese d’origine di Cathy Berberian, dove una struggente melodia, accompagnata dall’arpa e poi da clarinetto e ottavino descrive il sorgere della luna nella terza canzone “Loosin yelav” mentre con la quarta, “Rossignolet du bois”, ci spostiamo in Provenza dove un usignolo, prima accompagnato dal clarinetto e poi dall’arpa e dai crotali, consiglia ad un amante di cantare le sue serenate «Deux heures après minuit». Subito attacca con tutti gli strumenti “A la femminisca”, un vecchio canto siciliano delle donne che aspettano i mariti pescatori. Il sesto e il settimo pezzo furono scritti da Berio nel 1947, quando era al Conservatorio di Milano, per voce e pianoforte, come parte delle sue Tre canzoni popolari. “La donna ideale “ è in dialetto genovese eBallo” un antico testo italiano che afferma «Più folle è quello che più s’innamora», entrambi con un accompagnamento strumentale molto complesso. “Motettu de tristura”, l’ottavo pezzo, è invece sardo e anche lui interroga l’usignolo (u passirilanti) su questioni d’amore. Qui le volatine dell’ottavino si distendono sul fondo scuro di viola e violoncello nel registro grave. La lingua occitana è quella dei due successivi. “Malurous qu’o uno fenno” dove la voce, accompagnata dal flauto, canta dell’eterno paradosso coniugale: colui che non ha consorte la cerca, mentre chi ce l’ha vorrebbe non averla; mentre ne “Lo Fïolairé” una ragazza al filatoio canta il suo scambio di baci con un pastore, il tutto commentato da viola e violoncello. Fu la Berberian a scoprire l’ultimo pezzo, una canzone dell’Azerbaijan, “Qalalıyam”, ascoltata su un vecchio disco. La Berberian cantò a memoria i suoni che riuscì a trascrivere da quei solchi rovinati non conoscendo nemmeno una parola della lingua azera. Il tono è ironico e l’accompagnamento saltellante.

Nel 1973 il ciclo fu riarrangiato da Berio stesso per grande orchestra, la versione che si ascolta questa sera. Diciamo subito che è preferibile la versione originale per complesso da camera: il peso orchestrale è talora eccessivo e dà ai songs un tono sinfonico che non è loro proprio. Ma qui conta molto l’interprete, il mezzosoprano lituano Justina Gringytė, dal bel timbro drammatico e dal forte accento slavo che con voce troppo impostata e dizione tutt’altro che cristallina non riesce a ottenere quel magico equilibrio tra musica folk e musica colta che la Berberian, l’interprete dalle «mille voci», o anche altre cantanti sono riuscite invece a raggiungere. Né riesce a far distinguere l’una dall’altra la babele di lingue in cui sono scritti questi mirabili pezzi, più preoccupata a esprimere con i gesti che con la voce le differenti atmosfere.

Eseguita due stagioni fa da James Conlon – erroneamente il programma di sala indica nel 2013 l’ultima esecuzione RAI – la Sinfonia n° 4 di Dmitrij Šostakovič è ora letta dal direttore principale con piglio gagliardo e grande partecipazione. La frammentarietà del lavoro è messa in evidenza dalla sua esecuzione, che esalta il contrasto tra i momenti “mahleriani” e rarefatti e gl’immani cluster che raggiungono livelli sonori al limite della sopportazione acustica: forse, invece dei decibel un suono più secco e livido, meno rotondo e aperto, avrebbe portato a risultati più convincenti in termini di drammaticità. Il lavoro si dimostra comunque come sempre un eccellente banco di prova per la professionalità dei maestri dell’orchestra che ottengono meritati applausi.

Lingotto Musica

foto © Mattia Gaido

Johann Sebastian Bach

Concerto n. 1 in fa maggiore BWV 1046 21’ per due corni da caccia, tre oboi, fagotto, violino piccolo, archi e continuo
(Allegro)
Adagio
Allegro
Minuetto – Trio I – Polacca – Trio II

Concerto n. 5 in Re maggiore BWV 1050 22’ per flauto traverso, violino,
clavicembalo, archi e continuo
Allegro
Affettuoso
Allegro

Concerto n. 3 in Sol maggiore BWV 1048 14’ per tre violini, tre viole, tre violoncelli e continuo
Allegro
Adagio (cadenza)
Allegro

Concerto n. 2 in Fa maggiore BWV 1047 13’ per tromba, flauto, oboe, violino,
archi e continuo
(Allegro)
Andante
Allegro assai

Concerto n. 6 in Si bemolle maggiore BWV 1051 17’ per due viole da braccio, due viole da gamba, violoncello e continuo
(Allegro)
Adagio ma non tanto
Allegro

Concerto n. 4 in Sol maggiore BWV 1049 16’ per violino, due flauti, archi e continuo
Allegro
Andante
Presto

Amsterdam Baroque Orchestra, Ton Koopman direttore

Torino, Auditorium Agnelli, 11 marzo 2025

I Brandeburghesi a Torino

Monumento alla civiltà strumentale e musicale del periodo barocco, i Six Concerts avec plusieurs instruments, così il titolo originale, furono composti da Johann Sebastian Bach per il margravio Christian Ludwig von Brandeburg durante il periodo 1718-1721, quando Bach era Kapellmeister alla corte del principe Leopold di Anhalt-Köthen. Probabilmente mai eseguiti dall’orchestra del margravio in quanto molto sottodimensionata rispetto alle loro esigenze, i concerti furono archiviati con altre opere suddivise poi tra i cinque eredi. Solo nel 1850, a cento anni dalla morte del compositore, furono resi pubblici e stampati.

Sorta di campionario di modelli virtuosistici del tempo, i sei concerti presentano sensibili differenze nell’organico strumentale e nello stile. Tutti in tono maggiore, il che dà loro una particolare maestosità e brillantezza, e ispirati alla forma del concerto grosso, sperimentano combinazioni strumentali innovative.

L’innovazione formale, la maestria contrappuntistica e l’audacia timbrica dei Brandeburghesi sono la sfida che Ton Koopman – direttore, clavicembalista, organista e musicologo – affronta con la sua orchestra per la stagione di Lingotto Musica. Da lui fondata nel 1979, la Amsterdam Baroque Orchestra è una compagine totalmente dedita alla musica barocca – «Pongo il limite alla morte di Mozart», ha detto Koopman riguardo alle sue scelte musicali – con l’unica eccezione della registrazione del Concert Champêtre di Poulenc.

Johann Sebastian Bach è il principale riferimento del direttore olandese, che al compositore di Eisenach ha dedicato l’ambizioso progetto di registrare il ciclo completo delle sue Cantate, sia sacre che profane. Con una carriera di oltre sessant’anni e pioniere della prassi musicale storicamente informata, per Koopman l’obiettivo è quello di raggiungere l’autenticità nell’esecuzione, utilizzando strumenti storici dell’epoca della composizione o copie fedeli, utilizzando temperamenti musicali storici e adottando lo stile esecutivo dell’epoca.

Qui nella doppia veste di direttore e solista al clavicembalo e in un ambiente che non è dei più adatti per sonorità – ma appena capiente per il pubblico che ha gremito fino all’ultimo posto l’Auditorium Agnelli – Koopman ricrea questa straordinaria raccolta di concerti sottolineandone le peculiarità timbriche e l’invenzione formale con un suono morbido e una precisione esecutiva assoluta, anche nel caso di strumenti di intonazione impervia quale la tromba barocca in fa dalla penetrante sonorità, che ha trovato in Sander Kintaert interprete magistrale nel Concerto n° 2 in Fa dove al ripieno degli archi Bach contrappone quest’insolito concertino di tromba, flauto dolce, oboe e violino. Una composizione che non nasconde l’influenza della musica italiana nel modello vivaldiano con il tradizionale taglio in tre movimenti, dopo che invece il Concerto n° 1, anche lui in Fa, si era ispirato al gusto francese. Originariamente portava l’indicazione di Sinfonia essendo il movimento inizialedella Jagdkantate BWV 208, una musica da caccia sottolineata dai due corni che sono assenti solo nell’adagio. Anche il violino piccolo, suonato dal Konzertmeiser Catherine Manson, dà un colore particolare a questo pezzo, l’unico in quattro movimenti essendo il finale un’alternanza di due danze, un minuetto e una polonaise, combinate con la ripetizione ciclica del trio.

I sei concerti vengono eseguiti in due parti separate dall’intervallo. Nella prima si ascoltano quelli dispari, tra cui quindi il famosissimo Concerto n° 5 in Re, un’anticipazione del concerto per tastiera in quanto il clavicembalo, uno dei tre strumenti del concertino assieme al flauto traverso e al violino, qui assume il ruolo virtuosistico di strumento concertante solistico in un lungo intermezzo, un imprevedibile assolo che Koopman esegue con consumata maestria e sonorità talora inedite. Tutto per archi è invece il Concerto n° 3 in Sol che conclude la prima parte: un continuum trascinante in cui gli strumenti qui agiscono su un piano di assoluta parità, con spunti di straordinaria versatilità ritmica in un fitto gioco di incastri contrappuntistici splendidamente realizzati.

Un altro inedito gruppo solistico è quello del Concerto n° 6 in Si bemolle, forse il più antico e risalente a Weimar, dove due viole da braccio, due viole da gamba e violoncello stendono un colore particolare, dove non sono previsti strumenti a fiato e lo spettro timbrico è limitato al registro medio. Altro colpo di scena per il Concerto n° 4 in Sol – rielaborato successivamente per clavicembalo e due flauti come BWV 1057 – qui per «violino principale, due flauti d’echo, due violini, una viola in ripieno, violoncello e continuo» che si apre con un Allegro inusitatamente esteso in cui l’impegnativo ruolo solistico del violino tende al virtuosismo appena temperato dalla morbidezza sonora dei due flauti.

Una lettura quella di Koopman che, anche se non particolarmente originale o rivelatrice, bilancia egregiamente gli aspetti spettacolari dei sei pezzi con le esigenze di una prassi esecutiva rigorosa e attenta, senza sbandamenti di dubbio gusto come talora è capitato ascoltare. Tutti i 28 componenti dell’ensemble meriterebbero una menzione personale per l’eccellenza dimostrata nelle esecuzione di un programma accolto dai calorosi applausi del pubblico. Ed è con una ripetizione del finale del Concerto n° 4 che Koopman risponde alle insistenti chiamate. Domani sarà il Teatro del Monaco di Treviso ad ospitare il programma, giovedì il Ristori di Verona e venerdì il Sociale di Rovigo.

I concerti dell’Unione Musicale

Antonio Vivaldi 

Concerto in fa maggiore per violino, violoncello, archi e continuo RV 544 (Il Proteo o sia il mondo al rovescio)
Allegro
Largo
Allegro

Concerto in re minore per 2 violini, violoncello, archi e continuo RV 565 (da L’estro armonico op. 3 n. 11)
Allegro – Adagio spiccato – Allegro
Largo e spiccato
Allegro

Concerto in si minore per 4 violini, violoncello, archi e continuo RV 580 (da L’estro armonico op. 3 n. 10)
Allegro
Largo
Larghetto – Adagio -Largo
Allegro

Le stagioni, 4 concerti per violino, archi e continuo (da Il Cimento dell’Armonia e dell’Inventione op. 8)
n° 1 in Mi maggiore, “La primavera” RV 269
n° 2 in sol minore, “L’estate”, RV 315
n° 3 in Fa maggiore, “L’autunno”, RV 293
n° 4 in fa minore, “L’inverno”, RV 297

Les Musiciennes du Concert des Nations, Jordi Savall direttore, Alfia Bakieva violino, Olivia Maniscalchi voce recitante

Torino, Conservatorio Giuseppe Verdi, 5 marzo 2025

L’orchestra dell’Ospedale della Pietà

Se “Les Musiciens du Louvre” (l’ensemble fondato da Marc Minkowski) e “Les Musiciens du Prince” (fondato questo da Cecilia Bartoli) sono formazioni di strumentisti dei due sessi, l’ultima creazione di Jordi Savall “Les Musiciennes du Concert des Nations” indica fin dal titolo trattarsi di un ensemble tutto al femminile. Un progetto speciale all’interno dello storico “Concert des Nations” fondato da Savall nel lontano 1989, qui soltanto di donne e di età inferiore ai 39 anni, con strumenti originali. Le intenzioni sono quelle di offrire un repertorio che spazi dal primo Seicento ai primi decenni dell’Ottocento, insomma, da Monteverdi a Beethoven.

Il programma che stanno portando in giro – ieri erano a Ferrara, l’altro ieri a Vicenza, il giorno prima ancora a Voghera, domani saranno a Brescia… – verte sulla figura di Antonio Vivaldi. Non si tratta allora solo di un omaggio al talento femminile in vista dell’8 marzo: Savall vuole anche onorare la memoria delle “putte” dell’Ospedale della Pietà che trecento anni fa intonavano le musiche del Prete Rosso che le istruiva. “Les Musiciennes du Concert des Nations” sono diciotto artiste di varie nazionalità guidate da Alfia Bakieva, violinista di origini tartare residente ora a Salisburgo e specializzata sia nel repertorio classico sia in quello folk. Ha fondato infatti un ensemble dedito alle tradizioni tartare e ha una forte passione per il tango. Suona un Francesco Ruggeri del 1680.

Apre la serata il Concerto in Fa per violino, violoncello, archi e continuo RV 544 (Il Proteo o sia il mondo al rovescio) e si prosegue con due dei concerti de L’estro armonico op. 3, l’undicesimo in re per due violini e violoncello e il decimo in si per quattro violini e violoncello, trascritti entrambi da Johann Sebastian Bach: quello in re per organo (BWV 596) e quello in si per quattro clavicembali, lo spettacolare BWV 1065. Soprattutto per il concerto in Fa l’esecuzione offerta dall’ensemble è in parte deludente per la povertà di colori e la monotonia del fraseggio, un Vivaldi tutt’altro che brillante. Ma anche nei due concerti de L’estro armonico i contrasti tra solisti e pieno orchestrale sono un po’ appiattiti, come se si volessero risparmiare le forze per il pezzo forte della serata, che infatti si risolleva musicalmente nella seconda parte.

Dal 1955, con I Musici diretti da Felix Ayo, migliaia sono state le registrazioni de Le stagioni, tanto da farne la più popolare composizione di musica classica. Nel 1957 fu la volta dei Solisti di Zagabria diretti da Antonio Janigro, seguiti da Neville Marriner con l’Academy of St Martin in the Field (1970), Trevor Pinnock e The English Concert (1982), Christopher Hogwood e l’Academy of Ancient Music (1982); Fabio Biondi e l’Europa Galante (2000) e molte altre. Ogni esecuzione riflette l’interpretazione della musica barocca del periodo e nel 1989 quella di Nigel Kennedy con l’English Chamber Orchestra fu considerata rivoluzionaria per quell’approccio all’esecuzione storicamente informata che poi divenne prassi comune. E certamente questa esigenza è presente anche nella tecnica esecutiva di Savall. Quello che non convince è l’aver previsto una voce recitante per i sonetti che hanno ispirato la composizione, una voce che non solo introduce, ma spesso è sopra la musica per declamare dei versi, anonimi o forse di Vivaldi stesso, di qualità letteraria tutt’altro che eccelsa, fraintendendo le indicazioni originali: i frammenti di testo scritti in partitura erano diretti all’esecutore per indicare il punto preciso dell’effetto, non certo all’ascoltatore, il quale doveva scoprire lui stesso nei virtuosismi strumentali i dettagli stagionali, magari dopo essersi letto, per conto proprio, i testi. Ogni tappa della tournée di questo concerto, già fissato su disco, prevede una voce recitante femminile e a Torino tocca a Olivia Manescalchi realizzare il collegamento tra le parole del sonetto e quello che si ascolta. Un espediente del tutto pleonastico, quasi come spiegare una barzelletta e l’effetto che si ottiene è quello di trasformare l’esecuzione vivaldiana in Pierino e il lupo, ma senza il pubblico di scolaresche.

Peccato, perché l’esecuzione è trascinante e a suo modo spettacolare: la solista dimostra una tecnica prodigiosa che le permette di affrontare gli effetti speciali con agilità e fantasia, creando suoni inediti e connotati da uno spirito quasi zigano. La violinista sottolinea nei gesti e nei movimenti quelli suggeriti dalle note, eccola quindi accennare passi di danza sull’Allegro finale de “La primavera”, quelli barcollanti dell’ubriaco de “L’autunno” o quelli incerti sul ghiaccio del Largo de “L’inverno”. A questo proposito non si può non ricordare lo Stabat Mater di Tiziano Scarpa dove la giovane Cecilia, “putta” dell’Ospitale, commenta l’esecuzione delle Stagioni del nuovo maestro Vivaldi: «Ha scritto un pasticcio di suoni che imitano i rumori delle stagioni. […] È un continuo gioco a mascherarsi, a fingere di non essere ciò che siamo, a imitare strumenti che non abbiamo mai sentito e non possediamo. […] Facciamo sembrare i nostri violini cose e paesaggi, animali e rumori, e perfino altri strumenti, e perfino altri violini, stravolti, suonati male da contadini che li strimpellano saltellando da una gamba all’altra, dopo aver bevuto troppo. […] Se vi dicessi che io ero tutte quelle cose, che ero gli uccellini e la tempesta e tutto il resto, non sarei sincera. […] Io ero la traduzione musicale di quelle cose, ero tutto il mondo in versione violinistica».

È con questo spirito che hanno suonato le Musiciennes e il pubblico lo ha capito e ne è stato coinvolto. Ai calorosi applausi Savall ha risposto con un fuori programma di lusso: le variazioni dell’Andante del Concerto per violino e archi in Si bemolle, RV 583. 

Stagione Sinfonica RAI

Richard Strauss, Burleske in re minore per pianoforte e orchestra
Allegro vivace

Richard Strauss, Symphonia domestica, op. 53
I. Introduzione e sviluppo dei tre gruppi di temi principali:
Temi del marito, (a) gemächlich (comodo), (b) träumerisch (sognante), (c) feurig (focoso); Temi della moglie, (a) lebhaft und heiter (vivace e giocondo), (b) grazioso; Tema del figlio, ruhig (tranquillo)
II. Scherzo. Felicità dei genitori, giochi infantili, ninnananna (la pendola suona le sette di sera)
III. Adagio. Lavori e propositi, scena d’amore, sogni e preoccupazioni (la pendola suona le sette del mattino)
IV. Finale. Risveglio e allegra baruffa (doppia fuga), riconciliazione e conclusione gioiosa

Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, Marc Albrecht direttore, Marie-Ange Nguci pianoforte

Torino, Auditorium RAI Arturo Toscanini, 20 febbraio 2025

Serata Strauss

Tutto Richard Strauss per il 13° concerto della stagione dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI. In programma due pezzi di grande impatto, il primo ancora nel XIX secolo, il secondo composto nei primi anni del nuovo secolo.

Nel 1886 Richard Strauss ha ventidue anni ed è secondo direttore, dopo Hans von Bülow, a Meinigen, alla cui corte ducale si esibisce anche come pianista. È pensando a Von Bülow che il giovane Richard scrive uno Scherzo per pianoforte e orchestra che però il vecchio maestro giudica pianisticamente ineseguibile. E così è un altro virtuoso, Eugène d’Albert, famosissimo all’epoca, ad accettare la sfida presentarlo al pubblico nel giugno 1890 col titolo Burleske. Strauss allora si era fatto un solido nome e quella sera fu ascoltato anche Tod und Verklärung (Morte e trasfigurazione), il breve ma intenso poema sinfonico sugli ultimi istanti di vita di un artista. Completamente diverso è il tono della Burleske: sono una ventina di minuti in cui il solista e l’orchestra dialogano in un brillante tempo di sonata. Vi si riconosce infatti la tipica struttura – esposizione con due gruppi tematici, sviluppo, ripresa, cadenza del solista, coda – anche se non è tutto chiarissimo con quei due temi così strettamente imparentati. Quello che è evidente è la scrittura virtuosistica del pianoforte, qui affidato alle agili dita di Marie-Ange Nguci, per la terza volta in poco tempo ospite della OSN e beniamina del pubblico per la sua presenza comunicativa. Con tecnica sicurissima e spiccato temperamento, la giovane artista franco-albanese tiene testa alla massa orchestrale in questo peculiare lavoro. In orchestra però c’è uno strumento che si impone con evidenza: è il primo a intervenire accennando alla cellula tematica da cui deriveranno i temi veri e propri e va a lui l’ultima parola nel finale in pianissimo: sono i timpani, che danno modo a Gabriele Bartezzati di emergere con evidenza trasformando il brano quasi in un concerto per timpani e pianoforte. Per quanto riguarda la pianista è forse nel fuori programma che si apprezzano ancora di più le sue mature doti di interpretazione, stupefacenti per la sua giovane età. In Une barque sur l’océan terzo pezzo dei Miroirs, si evidenzia la sua capacità di restituire le delicate sfumature emotive della impegnativa pagina di Ravel con quei grandi arpeggi della mano sinistra per evocare misteriosi scenari marini.

Con la Symphonia domestica ritorna in primo piano il direttore ospite. Marc Albrecht è particolarmente apprezzato nel repertorio del tardo Romanticismo e del Novecento, in particolare per le sue interpretazioni delle opere di Richard Strauss. Scritta tra i due poemi sinfonici Ein Heldenleben (Vita d’eroe) e Eine Alpensinfonie (Sinfonia delle Alpi), la Symphonia domesticaè un potente esempio di musica a programma, qui più minuzioso che mai, e di carattere autobiografico. Nel suo intento un po’ egocentrico il compositore vuole descrivere musicalmente una giornata della sua famiglia, un idillio borghese tra le quattro pareti di casa. Aspramente criticata a suo tempo dai fautori della musica assoluta o pura, ora viene apprezzata non tanto per la descrizione del quadretto famigliare, quanto per la ricchezza musicale ottenuta con un’orchestra mastodontica di oltre cento elementi da cui Albrecht riesce a ottenere suoni ricchi e chiaramente stratificati. 

Concepita in un solo movimento articolato nelle quattro sezioni tipiche della sinfonia – primo tempo introduttivo, scherzo, adagio e finale fugato – è un esempio di virtuosismo compositivo e di dominio della massa orchestrale magistralmente realizzato dal direttore tedesco calorosamente festeggiato dal folto pubblico.

Lingotto Musica

foto © Mattia Gaido

Maurice Ravel, Le tombeau de Couperin
I. Prélude (Vif)
II. Forlane (Allegretto)
III. Menuet (Allegro moderato)
IV. Rigaudon (Assez vif)

Maurice Ravel, Concerto in Sol maggiore per pianoforte e orchestra
I. Allegramente 
II. Adagio assai
III. Presto

Modest Musorgskij, Quadri di un’esposizione (orchestrazione di Ravel)
Promenade; 1. Gnomus; Promenade; 2. Il vecchio Castello; Promenade; 3. Tuileries; 4. Bydło; Promenade; 5. Ballet des poussins dans leurs coques; 6. Samuel Goldenberg und Schmuÿle; 7. Limoges. Le marché; 8. Catacombæ (Sepulchrum Romanum); 9. La cabane sur des pattes de poule (Baba-Yaga); 10. La grande porta di Kiev

Orchestre Philharmonique de Monte-Carlo, Charles Dutoit direttore, Martha Argerich pianoforte

Torino, Auditorium Agnelli, 11 febbraio 2025

150 anni fa nasceva Ravel: lo celebrano Martha Argerich e Charles Dutoit

Nonostante sia la prima serata del Festival di Sanremo, l’Auditorium Agnelli del Lingotto è stracolmo per il ritorno, sempre attesissimo, di Martha Argerich accompagnata qui dall’ex-marito Charles Dutoit alla testa dell’Orchestre Philharmonique de Monte-Carlo. 

Il programma è interamente dominato da Maurice Ravel, come compositore e come orchestratore, nel 150° dalla nascita. La serata inizia infatti con Le tombeau de Couperin, la versione orchestrale della suite per pianoforte che il musicista trentanovenne scrisse negli anni 1914-1917, una sequenza dove ogni movimento è dedicato a un amico compositore caduto in combattimento

(il seguito su Le Salon Musical)

Lingotto Musica


foto © Mattia Gaido

Edvard Grieg, Sonata in mi minore op. 7
I. Allegro moderato
II. Andante molto (do maggiore)
III. Alla Menuetto, ma poco più lento
IV. Finale: Molto allegro

Leoš Janáček, Po zarotlém chidničku (Sul sentiero di rovi) JW 8/17
I. Naše večery (Le nostre serate) – Moderato
II. Lístek odvanutý (Una foglia portata via) – Andante
III. Pojďte s námi! (Venite con noi) – Andante
IV. Frýdecká panna Maria (La Vergine di Frydek) – Grave
V. Štěbetaly jak laštovičky (Come le rondini) – Con moto
VI. Nelze domluvit! (Senza parole) – Andante
VII. Dobrou noc! (Buona notte) – Andante
VIII. Tak neskonale úzko (Indicibile angoscia) – Andante
IX. V pláči (In lacrime) – Larghetto
X. Sýček neodletěl! (La civetta prese il volo) – Andante

Fryderyk Chopin, 24 preludi op. 28
1. Do maggiore, Agitato; 2. la minore, Lento; 3. Sol maggiore, Vivace; 4. mi minore, Largo; 5. Re maggiore, Allegro Molto; 6. si minore, Lento Assai; 7. La maggiore, Andantino; 8. fa diesis minore, Molto Agitato; 9. Mi maggiore, Largo; 10. do diesis minore, Allegro Molto; 11. Si maggiore, Vivace; 12. sol diesis minore, Presto; 13. Fa diesis maggiore, Lento; 14. mi bemolle minore, Allegro; 15. Re bemolle maggiore, Sostenuto; 16. si bemolle minore, Presto, con fuoco; 17. La bemolle maggiore, Allegretto; 18. fa minore, Allegro Molto; 19. Mi bemolle maggiore, Vivace; 20. do minore, Largo; 21. Si bemolle maggiore, Cantabile; 22. sol minore, Molto Agitato; 23. Fa maggiore, Moderato; 24 re minore, Allegro Appassionato

Leif Ove Andsnes pianoforte

Torino, Sala 500 del Lingotto, 7 febbraio 2025

Un altro norvegese a Torino

Sta volgendo al termine questa intensa settimana musicale torinese: al Teatro Regio vanno in scena le ultime recite di un intrigante Elisir d’amore; al Conservatorio Giuseppe Verdi Christian Gerhaher ha presentato un raffinato programma cameristico assieme alla viola di Tabea Zimmermann e al pianoforte di Gerold Huber; all’Auditorium Toscanini la stagione dell’Orchestra Sinfonica Nazionale RAI ha ospitato il direttore finlandese Pietari Inken per una memorabile esecuzione della Settima Sinfonia di Dmitrij Šostakovič e ora per la rassegna pianistica del Lingotto, nella Sala 500 un altro norvegese – dopo Truls Mørk violoncellista nel concerto RAI del 30 gennaio – presenta un programma centrato sul profondo Nord e la Mitteleuropa romantica…

(il seguito su Le Salon Musical)

Stagione Sinfonica RAI

Dmitrij Šostakovič, Sinfonia n° 7 in Do maggiore op.60 “Leningrado” 
I. Allegretto
II. Moderato (poco Allegretto)
III. Adagio
IV. Allegro non troppo

Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, Pietari Inkinen, direttore

Torino, Auditorium RAI Arturo Toscanini, 6 febbraio 2025

Una sinfonia manifesto contro gli orrori del Nazismo

Negli ultimi tre anni l’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI ha attinto frequentemente dalla produzione sinfonica di Dmitrij Šostakovič: ricordiamo la Quarta con James Conlon; la Quinta con Krzystof Urbański; la Sesta con Constantinos Carydis; l’Ottava con Dmitrij Matvienko; la Nona con Andris Poga e successivamente con Carydis; la Decima ancora con Conlon e poi con Daniele Gatti; la Quindicesima con Poga…

(il seguito su Le Salon Musical)

Stagione Sinfonica RAI

Dmitrij Šostakovič, Scherzo n° 2 in Mi bemolle maggiore per orchestra op. 7

Dmitrij Šostakovič, Concerto n° 2 in Sol maggiore per violoncello e orchestra op. 126
I. Largo
II. Allegretto
III. Allegretto

Igor’ Stravinskij, Petruška, scene burlesche in quattro quadri
I. La fiera della settimana grassa
II. La stanza di Petruška
III. La stanza del Moro
IV. La morte di Petruška

Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, Patrick Hahn direttore, Truls Mørk violoncello

Torino, Auditorium RAI Arturo Toscanini, 30 gennaio 2025

Petruška, burattino educato

In questi giorni sul palcoscenico del Regio, trasformato in un teatro di marionette, il Nemorino dell’Elisir d’amore di Donizetti diventa Pinocchio; all’Auditorium Toscanini, invece, per il 10° concerto della stagione dell’Orchestra Sinfonica Nazionale rivivono le vicende del burattino Petruška, innamorato della bella Ballerina che però gli preferisce il Moro, nelle musiche per balletto che Igor’ Stravinskij scrisse per la stagione 1911 dei Ballets Russes di Sergej Djagilev…

(il seguito su Le Salon Musical)