Mese: aprile 2019

The Exterminating Angel

★★★★★

Dinner party all’inferno

Il film di Buñuel El ángel exterminador (1962), tratto da Los náufragos de la calle de la Providencia di José Bergamín, è alla base della terza e ultima opera di Thomas Adès. Su libretto di Tom Cairns The Exterminating Angel è stato presentato il 28 luglio 2016 alla Haus für Mozart quale commissione congiunta del Festival di Salisburgo, della Royal Opera House, della Metropolitan Opera House e Det Kongelige Teater danese. Lo spettacolo di New York è ora registrato dalla Erato dopo essere stato trasmesso in diretta streaming il 18 novembre 2017 nei cinematografi di 70 paesi di tutto il mondo – tranne l’Italia…

La vicenda è quella di due ricchi borghesi che invitano a una cena dopo teatro dodici amici. Al loro arrivo tutti i domestici scappano, eccetto il maggiordomo. Quando si fa l’alba alcuni invitati dicono di voler andare via ma per un motivo o per l’altro nessuno lascia la casa. Come intrappolati, passeranno giorni nell’abbrutimento fisico e psicologico, nella fame e nella sete. Alla fine lasceranno dietro a loro tre cadaveri.

Atto I. Una lussuosa dimora sulla Calle de la Providencia, la casa di Lucía ed Edmundo de Nobile, negli anni ’60. Gli ospiti sono attesi per cena, ma stanno succedendo cose strane. Il maggiordomo, Julio, non riesce a impedire a Lucas, il cameriere, di scappare, e le cameriere Meni e Camila cercano di andarsene. I Nobile arrivano dopo aver assistito a uno spettacolo d’opera. Quando gli ospiti entrano nella sala da pranzo, Meni e Camila scappano insieme ad altri servi. A cena, Nobile brinda alla cantante Leticia Maynar. Mentre Lucía annuncia il primo piatto, il cameriere lo versa in modo spettacolare sul pavimento, ma non tutti sono divertiti. Lucía decide di posticipare i suoi altri “divertimenti”, e un orso e un certo numero di agnelli vengono portati in giardino. Il resto dei servi fugge dalla casa nonostante le proteste di Lucía. Solo Julio rimane. Nel salotto Blanca Delgado si esibisce al piano. La coppia di fidanzati Eduardo e Beatriz ballano e Leonora Palma flirta con il dottor Carlos Conde. Quando lui rifiuta di ballare lei lo bacia. Conde confida a Raùl Yebenes che Leonora è gravemente malata e non ha molto da vivere. L’esibizione di Blanca termina tra gli applausi. Gli ospiti incoraggiano Leticia a cantare, ma il Señor Russell protesta che si è esibita abbastanza per la serata. Un certo numero di ospiti si prepara a partire, mentre Alberto Roc si addormenta. Nel guardaroba, Lucía dà al suo amante segreto, il colonnello Álvaro Gómez, un bacio fugace. Gli ospiti diventano letargici e confusi e anche se è molto tardi, nessuno di loro tenta di andarsene. Edmundo offre un letto a chiunque desideri rimanere. Russell e il colonnello sono scandalizzati da alcuni ospiti che si tolgono il frac, ma alla fine anche loro si sdraiano per dormire. Eduardo e Beatriz si ritirano in un angolo privato per trascorrere la loro prima notte insieme.
Atto II. Gli ospiti si svegliano il mattino successivo. Silvia annuncia che ha dormito molto male. Condé esamina Russell: il vecchio sta morendo. Julio dovrebbe preparare la colazione, ma riferisce che nessun rifornimento è arrivato a casa. Quando Lucía cerca di portare alcune delle signore nella sua camera da letto per rinfrescarsi, non riescono a superare la soglia della sala da pranzo. Blanca è preoccupata per i suoi figli, ma anche lei e suo marito non possono andarsene. Silvia trova la situazione insolita e divertente, in particolare sa che suo figlio è in buone mani con il tutore privato, Padre Sansón. Un ulteriore tentativo da parte degli ospiti di andarsene fallisce quando Julio si avvicina con il caffè e gli avanzi della cena della sera precedente. Leticia chiede al maggiordomo di non entrare nel salotto, ma i suoi avvertimenti sono inutili. Blanca è disperata, mentre Raúl non vede alcun motivo per preoccuparsi. Francisco de Ávila si lamenta di non riuscire a mescolare il suo caffè con un cucchiaino da tè e quando viene mandato a procurarsi cucchiaini da caffè, anche Julio sembra essere diventato prigioniero nel salotto. La sera si avvicina. Le condizioni di Russell sono peggiorate: è caduto in coma e necessita di cure mediche urgenti. Quando non hanno più niente da bere, gli ospiti cominciano a farsi prendere dal panico. Conde supplica la calma, anche se egli stesso sembra stia perdendola. Raúl diventa aggressivo e accusa Edmundo di essere responsabile della situazione. Francisco è preso dal panico e resiste a tutti i tentativi di calmarlo. Russell improvvisamente e inaspettatamente riprende conoscenza, esprimendo il suo sollievo perché non vivrà per vedere lo “sterminio”. Beatriz è turbata dal pensiero di morire in mezzo a tutte queste persone, piuttosto che da sola con Eduardo. Durante la notte, Russell muore. Conde e il colonnello portano il suo cadavere nell’armadio, mentre Eduardo e Beatriz guardano in segreto.
Atto III. La polizia che sorveglia la magione tiene a bada una folla di persone radunate fuori. Anche se alcune persone rompono le file della polizia, nessuno è in grado di entrare in casa. Nel salotto, Julio e Raúl spezzano un tubo dell’acqua e tutti si precipitano disperatamente a dissetarsi. Sotto i morsi della fame, il comportamento diventa sempre più irrazionale. Blanca pettina solo un lato dei suoi capelli, spingendo Francisco all’isteria. Quando non riesce a trovare le pillole per l’ulcera allo stomaco, Francisco pensa che qualcuno le abbia volutamente nascoste. Raúl provoca Francisco sulla sua incestuosa relazione con la sorella scatenando una raffica di insulti tra i due uomini. Edmundo cerca di mantenere la pace, ma questo gli fa guadagnare solo recriminazioni. Leonora, che sta soffrendo molto, esprime la sua brama per l’assistenza di Condé e della Vergine Maria. Francisco è nauseato dall’odore di Blanca e ancora una volta perde i nervi. Nel suo delirio, Leonora vede una mano vagare per il salotto. Cercando di fermarla, accoltella la mano di Blanca con un pugnale. Nell’armadio, Eduardo e Beatriz decidono di togliersi la vita. Roc sembra molestare Leticia, ma Raúl accusa invece il colonnello. Edmundo è ferito durante la zuffa successiva. Gli agnelli del giardino entrano nel salotto. L’esercito ha messo in quarantena la villa. Padre Sansón appare con il figlio di Silvia, Yoli, e la gente chiede che il ragazzo venga mandato dentro. Nonostante l’incoraggiamento della folla, Yoli non è in grado di entrare in casa. Gli ospiti hanno massacrato gli agnelli e li hanno cucinati su un fuoco di fortuna. Leonora ricorda una premonizione che aveva avuto la sera della rappresentazione dell’opera e tenta un rituale magico con Blanca e Leticia. Fallisce e dichiara che è necessario sangue innocente. Francisco scopre i corpi di Eduardo e Beatriz nell’armadio, durante il corso di un altro litigio, Raúl scaglia fuori dal salotto la scatola di pillole di Francisco. Silvia non ha più alcun interesse; cullando il cadavere di uno degli agnelli tra le sue braccia, pensa di star cullando Yoli per dormire. L’orso appare oltre la soglia. A poco a poco si impone tra alcuni l’idea che è necessario un sacrificio per garantire la loro liberazione: è Edmundo la vittima. Condé e il colonnello cercano di far ragionare gli altri ed Edmundo dichiara che si sacrificherà, ma Leticia lo interrompe. Si rende conto che, in questo momento, ognuno di loro è esattamente nello stesso punto in cui è iniziata la loro strana prigionia. Con il suo incoraggiamento, gli altri ripetono esitanti le loro azioni da quella prima notte. Insieme si avvicinano alla soglia e sono finalmente in grado di attraversarlo. Gli ospiti e la folla fuori dalla villa si incontrano, ma la loro libertà non durerà a lungo: ora sono tutti quanti nuovamente prigionieri della casa.

Il libretto è molto fedele alla sceneggiatura del film, compresa la doppia entrata degli invitati e il doppio brindisi del padrone di casa, eccetto il finale: qui è il canto di Leticia a liberare i prigionieri, ma quando questi escono, sono quelli fuori che vengono nuovamente e inspiegabilmente intrappolati nella casa, mentre in Buñuel questo avveniva in una chiesa con la polizia che attacca la folla.

Il clamoroso successo che ha accompagnato le recite di questo lavoro dimostrano l’elevata qualità della sua musica e l’intrigante messa in scena, affidata allo stesso Cairns. Nella semplice scenografia di Hildegard Bechtler una grande parete dorata cela il guardaroba e i servizi (nel film fungevano da toilette grandi vasi cinesi dentro un armadio chiuso da una porta sul cui pannello era dipinto l'”angelo sterminatore”…). Un grande portale rettangolare su una piattaforma rotante delimita l’area “invalicabile” del soggiorno che si trasforma nel tempo in un caotico bivacco.

Una campana rintocca a sipario aperto mentre il pubblico prende posto in sala. In scena un uomo con tre agnelli. Altri rintocchi precedono l’arrivo del direttore. Su un breve accelerando inizia poi la prima scena. Ancora con le campane si chiuderà l’opera 1071 battute dopo. L’orchestra è folta: 3 flauti, 3 oboi, 3 clarinetti, 3 fagotti, 4 corni, 3 trombe, 3 tromboni, basso tuba, piano, arpa, chitarra, ondes Martenot, archi, 8 percussionisti. Il tono irreale della vicenda è sottolineato dalle ondes Martenot e dai violini 1/32, quasi giocattoli dal timbro acuto e metallico. L’interludio tra il primo e il secondo atto è accompagnato dai tamburi militari fuori scena e il delirio di Leonora da un assolo di chitarra. Anche i registri dei cantanti spaziano nell’estremo acuto nelle voci femminili e in quella del controtenore, ma ogni personaggio ha la sua propria chiave espressiva. Numerosi sono i momenti di ironia (gli accenni alla musica del compositore stesso) e surrealismo (la mano smembrata e il violoncello fatto a pezzi per cuocere gli agnelli).

La musica, diretta dallo stesso Adès, è sempre trasparente e timbricamente delineata in uno stile che non si può definire eclettico, anche se il compositore attinge a molte fonti diverse ma con grande personalità e il risultato è stupefacente per tensione e complessità sonora.

Eccezionale il cast degli interpreti. I personaggi qui sono ridotti rispetto al film: 14 invitati, 6 domestici, il padre Sansón, il piccolo Yoli e un coro. Tutti lavorano per costruire una trama di caratteri indimenticabili. La stratosferica Audrey Luna (la cantante Leticia Maynar, la cui voce raggiunge il la sopracuto), Amanda Echalaz e Joseph Kaiser (i padroni di casa Lucía ed Edmundo de Nobile), Sophie Bevan e David Portillo (gli amanti Beatriz ed Eduardo), Alice Coote (Leonora Palma), Christine Rice (la pianista Blanca Delgado), il controtenore Iestyn Davies e Sally Matthews (i fratelli de Ávila), Frédéric Antoun (Raúl Yebenes), David Adam Moore (il colonnello Álvaro Gómez), Kevin Burdette (il Señor Russell), Rodney Gilfry (il direttore d’orchestra Alberto Roc), Sir John Tomlinson (il dottor Carlos Conde, la voce della razionalità e la più bassa vocalmente) e Christian van Horn (il maggiordomo Julio) sono costantemente in scena. Nelle recite al MET Joseph Kaiser ha preso il posto di Charles Workman, Alice Coote di Anne Sofie von Otter, Rod Gilfry di Thomas Allen, David Portilio di Ed Lyon (nudo nel duetto d’addio nelle repliche in Europa) e Kevin Burdette di Sten Byriel.

La fanciulla del West

Giacomo Puccini, La fanciulla del west

★★★★☆

Monaco di Baviera, Nationaltheater, 30 marzo 2019

(diretta streaming)

Una Fanciulla di successo a Monaco

Con l’addio alle scene della Gruberová nel Devereux e il Parsifal diretto da Petrenko, Monaco avrebbe già tutte le carte per essere una meta operistica di grande interesse in questo periodo, ma per buona misura c’è anche questa intrigante produzione de La fanciulla del West.

Nell’allestimento di Andreas Dresen se non tra i cercatori d’oro del Far West ottocentesco, siamo comunque tra i minatori di una qualche miniera d’oggi. L’atmosfera maschile e violenta non cambia, i colori sono cupi sia nella scenografia di Mathias Fischer-Dieskau (il figlio maggiore del rimpianto baritono) sia nei costumi di Sabine Greunig. Unica macchia chiara e colorata è quella della figura di Minnie. Perfetto il gioco luci di Michael Bauer che evidenzia i personaggi sul fondo nero di un palcoscenico per lo più vuoto: una scala nel primo atto, una microscopica capanna nel secondo, un traliccio a cui impiccare Dick nel terzo. Il regista segue fedelmente la vicenda con un ottimo lavoro attoriale anche nei personaggi minori, il che rende la storia particolarmente coinvolgente.

Il giovane direttore americano James Gaffigan gioca con la drammaticità della partitura in modo molto abile e dà allo spettacolo il giusto taglio cinematografico. Seppure a livelli generosi, l’orchestra è sempre rispettosa delle voci in scena. La wagneriana Anja Kampe non è certo intimorita del volume sonoro che esce dalla buca cui replica con acuti possenti. Di tutto rispetto è poi la sua presenza scenica. Brandon Jovanovich ha il physique du rôle perfetto dello yankee Dick Johnson alias bandito Ramerrez, ma la voce cambia nei passaggi di registro e il timbro si sbianca nell’acuto. L’unica vera aria dell’opera, «Ch’ella mi creda libero e lontano», è comunque efficacemente resa. Convincente lo sceriffo Rance di John Lundgren, così come il barista Nick di Kevin Conners. Della folta schiera dei minatori si fanno ricordare lo Ashby di Bálint Szabó e il Sonora di Tim Kuypers.

Sì, questa produzione mi ha fatto apprezzare di più questo titolo pucciniano che non è mai stato tra i miei favoriti.

Serse

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Bassorilievo del palazzo di Serse, Persepoli (Iran), IV secolo a.C.

Georg Friedrich Händel, Serse

★★★☆☆

Reggio Emilia, Teatro Municipale Valli, 31 marzo 2019

Händel bonsai a Reggio Emilia

Un bel tipo questo Serse, l’Assuero della Bibbia. Re di Persia tra il 485 e il 465 a.C., innamoratosi di un platano (!) lo coprì di ornamenti d’oro e fece “fustigare” e “marchiare a fuoco” le acque dell’Ellesponto colpevoli di aver distrutto il ponte di barche da lui costruito per collegare Europa e Asia – secondo quanto riportato da  Erodoto e ripreso dai librettisti di Francesco Cavalli, Giovanni Bononcini e Georg Friedrich Händel, i compositori che hanno messo in musica un Serse o Xerse.

Ci si aspetterebbe quindi un ruolo particolarmente connotato in scena per il monarca achemenide, come ha fatto Valer Sabadus nello spassoso allestimento di Stefan Herheim a Düsseldorf appena due mesi fa. Qui invece, sul palcoscenico del Valli di Reggio Emilia nei panni del personaggio titolare abbiamo una bella ragazza elegantemente vestita, che dipana in maniera impeccabile le agilità delle poche arie con da capo di questa strana partitura che segna il periodo in cui Händel abbandona le scene del teatro inglese: di lì a poco la sua inarrestabile teatralità il sassone la trasferirà negli oratorii religiosi.

Nonostante l’eccellente fucina di controtenori italiani – è di ieri il successo di Carlo Vistoli nell’Orfeo ed Euridice o di Raffaele Pe nel Rinaldo o di Filippo Mineccia nella rara La finta pazza, per citarne giusto tre – nel nostro paese i ruoli previsti per evirati cantori  vengono assegnati a voci femminili. Così è per Serse, in origine creato sulla figura di Gaetano Majorano (“il Caffarelli”) alla prima del 15 aprile 1738, che qui viene affidato ad Arianna Vendittelli. Il giovane soprano romano dispiega una tecnica vocale e una bellezza di timbro inappuntabili, ma il personaggio non esce mai fuori e così è anche per le altre parti: il ruolo di Arsamene venne sì scritto da Händel per un soprano, Maria Antonia Marchesini (“la Lucchesina”), ma proprio per evidenziarne il ruolo sottomesso rispetto al fratello sovrano, mentre qui questo aspetto si perde del tutto trattandosi di due cantanti entrambe femminili. Marina de Liso (Arsamene), Delphine Galou (Amasre), Monica Piccinini (Romilda) e Francesca Aspromonte (Atalanta) sono tutte eccellenti interpreti specializzate in questo repertorio, hanno però timbri vocali piuttosto simili e nella totale mancanza di drammaturgia che le evidenzi diventano indistinguibili donne in ambasce amorose che si alzano dalle rispettive coiffeuse per esporre la loro aria o scambiare qualche battuta con gli altri personaggi nei brevi recitativi, qui ulteriormente sforbiciati, e poi risedersi in attesa del prossimo turno. Il tutto si svolge in un proscenio orribilmente piastrellato, a ridosso dell’orchestra che è a livello della platea, con movimenti limitati e movenze convenzionali senza che ci sia dietro una qualche cura attoriale. La parte “realmente” maschile nel cast vocale è espressa dalla vivacità e dal sicuro mestiere di Luigi de Donato (Ariodate) e Biagio Pizzuti (Elviro).

Ottavio Dantone e la sua fida Accademia Bizantina dipanano con la solita maestria le note di questa peculiare opera händeliana. La lettura del direttore mette in evidenza la sobria eleganza della partitura dal colore generalmente omogeneo – predominano gli archi, tre soli sono gli strumenti a fiato – ma con accensioni vigorose nei momenti “drammatici” che si concretizzano nelle poche arie con ripresa variata, riservate quasi solo al personaggio eponimo, in cui però le agilità vengono intese più in senso espressivo che virtuosistico. Il libretto è vistosamente decurtato, molte arie sono cassate, altre ridotte (è rimasto un verso su quattro in alcuni casi) e viene lasciato a casa il coro: in totale è stata omessa quasi un’ora di musica!

La “regia” Gabriele Vacis la confina dietro un sipario trasparente sul palcoscenico rialzato di quattro gradini: una ventina di giovani corrono, saltellano o spostano oggetti in quella che può essere definita una scenografia vivente quasi del tutto avulsa dalla vicenda e dalla musica, non priva talora di una sua piacevolezza estetica (l’ombrellone che si trasforma in medusa), ma fondamentalmente sterile e superflua. Vero personaggio è il platano oggetto degli amori del re, qui in versione bonsai oppure ripreso in un video che inquadra da un drone nelle varie stagioni il platano del parco della Tesoriera di Torino che – oh! – potrebbe essere stato piantato proprio nel 1738…