David Belasco

La fanciulla del West

Giacomo Puccini, La fanciulla del west

★★★★☆

Monaco di Baviera, Nationaltheater, 30 marzo 2019

(diretta streaming)

Una Fanciulla di successo a Monaco

Con l’addio alle scene della Gruberová nel Devereux e il Parsifal diretto da Petrenko, Monaco avrebbe già tutte le carte per essere una meta operistica di grande interesse, ma per buona misura c’è anche questa eccellente produzione de La fanciulla del West.

Nell’allestimento di Andreas Dresen se non tra i cercatori d’oro del Far West ottocentesco, siamo comunque tra i minatori di una qualche miniera d’oggi. L’atmosfera maschile e violenta non cambia, i colori sono cupi sia nella scenografia di Mathias Fischer-Dieskau (il figlio maggiore del rimpianto baritono) sia nei costumi di Sabine Greunig. Unica macchia chiara e colorata è quella della figura di Minnie. Perfetto il gioco luci di Michael Bauer che evidenzia i personaggi sul fondo nero di un palcoscenico per lo più vuoto: una scala nel primo atto, una microscopica capanna nel secondo, un traliccio a cui impiccare Dick nel terzo. Il regista segue fedelmente la vicenda con un ottimo lavoro attoriale anche nei personaggi minori, il che rende la storia particolarmente coinvolgente.

Il giovane direttore americano James Gaffigan gioca con la drammaticità della partitura in modo molto abile e dà allo spettacolo il giusto taglio cinematografico. Seppure a livelli generosi, l’orchestra è sempre rispettosa delle voci in scena. La wagneriana Anja Kampe non è certo intimorita del volume sonoro che esce dalla buca cui replica con acuti possenti. Di tutto rispetto è poi la sua presenza scenica. Brandon Jovanovich ha il physique du rôle perfetto dello yankee Dick Johnson alias bandito Ramerrez, ma la voce cambia nei passaggi di registro e il timbro si sbianca nell’acuto. L’unica vera aria dell’opera, «Ch’ella mi creda libero e lontano», è comunque efficacemente resa. Convincente lo sceriffo Rance di John Lundgreen, così come il barista Nick di Kevin Conners. Della folta schiera dei minatori si fanno ricordare lo Ashby di Bálint Szabó e il Sonora di Tim Kuypers.

Sì, questa produzione mi ha fatto apprezzare di più questo titolo pucciniano che non è mai stato tra i miei favoriti.

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Madama Butterfly

 

Giacomo Puccini, Madama Butterfly

★★★☆☆

Torino, Teatro Regio, 6 febbraio 2014

Butterfly, un caso di turismo sessuale

«Gli abbonati sono preoccupatissimi. Il teatro è piccolo, la gente mormora e dalle segrete stanze del Regio trapela che la nuova Madama Butterfly non sarà ambientata nel solito Giappone da servizio da thé con i kimono e i ventagli […]. Stavolta Butterfly sarà fatta per quel che è: un caso di turismo sessuale». Così iniziava la presentazione di Alberto Mattioli dello spettacolo che nel novembre 2010 avrebbe turbato i melomani torinesi. Eppure quella discussa produzione verrà riproposta altre due volte nel teatro torinese, nel 2012 e ora nel 2014. E senza destare più troppe polemiche.

La lettura di Damiano Michieletto allora aveva fatto scalpore: la coloratissima scena rappresenta una generica metropoli dell’oriente di oggi (le scritte pubblicitarie sono in giapponese, coreano, cinese e tailandese): la «casa a soffietto» comprata da Pinkerton è un cubo di vetro, una scala metallica porta presumibilmente alla stazione di una ferrovia urbana, enormi poster con visi femminili convivono con carrettini dello street food. In scena non vediamo la casetta sulla collina circondata da alberi fioriti: i fiori sono macchie colorate disegnate da Butterfly e dal figlio sulle pareti trasparenti di questa “gabbia” spersa nella degradata periferia metropolitana. Il “matrimonio” è una raffazzonata festa in cui Goro, macchina fotografica e microfono in mano, fa partire gli applausi a comando come in un set televisivo. Coerente con la messinscena è poi la sostituzione del coltello cerimoniale con un prosaico revolver per il suicidio di Butterfly.

Ma se la scenografia di Paolo Fantin può in un primo momento rivelarsi spiazzante, la drammaturgia del regista è invece fedele al libretto, anche se qui Pinkerton non arriva su «una nave bianca», ma su una fuoriserie firmata Giugiaro con i fari accecanti. La caratterizzazione dei personaggi è comunque quella di sempre: l’arroganza yankee del luogotenente, l’accomodante passività del console, l’assenza di scrupoli del ripugnante Goro o del pretendente Yamadori, la volgarità dei parenti di Butterfly. E soprattutto rimane la sottile denuncia della compra-vendita sessuale e la sua sconcertante attualità, qui messa sì in drammatica evidenza, ma presente chiaramente nel libretto di Illica & Giacosa. Manca certo il gusto liberty che affiora talora nella partitura, ma l’idea di fondo di Michieletto è portata avanti con coerenza e intelligenza e con momenti di grande sensibilità come la scena del bambino che gioca con le barchette di carta in una pozzanghera prima di essere picchiato crudelmente dai bulletti del quartiere.

La triste fragilità della ragazza giapponese trova in Amarilli Nizza, Butterfly “americanizzata” in jeans e t-shirt coi lustrini nel secondo atto, una sensibile interprete pur dalla voce non grande e affetta da un eccesso di vibrato. Massimiliano Pisapia sfoggia il suo bel timbro e un invidiabile squillo, ma è talora debordante e rinuncia a qualsiasi approfondimento psicologico del personaggio di Pinkerton. Vocalità non del tutto convincente quella di Alberto Mastromarino, uno Sharpless comunque signorile.

Sul podio dell’orchestra del teatro ritorna il sicuro mestiere di Pinchas Steinberg che aveva inaugurato la produzione quattro anni fa.

Madama Butterfly


Giacomo Puccini, Madama Butterfly

★★★☆☆

Londra, Royal Opera House, 30 marzo 2017

(video streaming)

Tra Mikado e kabuki la Butterfly di Leiser-Caurier

Per la quinta volta la Royal Opera House riprende l’allestimento di Madama Butterfly di Moshe Leiser e Patrice Caurier del 2003. Una period production, stilizzata ma estremamente tradizionale che non si fa mancare nulla: il ramo di magnolia che perde i fiori, il bambino bendato con la bandierina americana, la mini statua della libertà. Altri particolari sono però fuori posto: il Budda nell’altarino shintoista o il suicidio di Cio-Cio-San come seppuku, mentre per le donne è previsto un rito diverso, lo jigai con il taglio della gola.

Senza una vera regia attoriale gli interpreti sono lasciati a loro stessi e quindi ecco che il Pinkerton di Marcelo Puente, lo stesso de La Monnaie, continua a essere impacciato mentre la Ermonela Jaho non rinuncia ai manierismi affettati che accompagnano come sempre le sue performance. Soprattutto nel primo atto con i costumi, i trucchi pesanti e i gesti leziosi sembra di essere in una rappresentazione del Mikado di Gilbert & Sullivan mentre i movimenti della protagonista sembrano voler attingere al teatro kabuki, con il torcere del collo, lo strabuzzare degli occhi o lo svolazzare delle maniche nel finale a mo’ di farfalla «ghermita» e «palpitante».

La scenografia di Christian Fenouillat consiste in uno stanzone vuoto a forma di parallelepipedo con ante scorrevoli, in orizzontale o in verticale, e ogni volta si gioca a indovinare che cosa ci sarà dietro: la prima volta è la gigantografia del porto di Nagasaki, poi un disegno a pastello di alberi sfocati, poi la vetrina di un negozio di fiori artificiali o la silhouette minacciosa della nuova Mrs. Pinkerton. Anche il facile coup de théâtre dei ciliegi in fiori qui è mancato, il cielo stellato ha tardato ad arrivare e l’idillio tra l’americano e la geisha è guastato dalle mossette e dalle smorfie di quest’ultima e la legnosità del primo.

Fortunatamente dal punto di vista uditivo i risultati sono ben superiori. Pappano si conferma uno straordinario interprete e qui della partitura pucciniana mette in risalto la grande liricità e la modernità di scrittura, facendoci scoprire ad esempio quegli accenni di valzerini del secondo atto che non possono non richiamare lo Strauss del Rosenkavalier di sette anni dopo.

Butterfly non regge se non c’è una grande Butterfly, e qui vocalmente Ermonela Jaho regge il confronto con le grandi Cio-Cio-San di sempre. La Jaho non interpreta Butterfly, è Butterfly. Che sia Violetta o Desdemona o Suor Angelica l’immedesimazione del soprano albanese con i personaggi è sempre devastante e si capisce come alla fine neanche gli applausi riescano a farla staccare dalla parte. È la forza – e il limite – della cantante, che qui come fanciulla giapponese mostra un po’ la corda. Era stata più efficace scenicamente la Siri di Milano con il suo volto impassibile dietro il trucco gessoso. Ma se non ci si fa distrarre da quello che si vede, la purezza della linea di canto, pur nell’intensità dell’interpretazione, porta a risultati eccellenti e la Jaho supera brillantemente la prova dell’«Un bel dì, vedremo» emesso con filati luminosi e intonazione cristallina.

Marcelo Puente ha il physique du rôle giusto («Alto, forte» come dice Butterfly e anche belloccio, diciamo noi), ma vocalmente è sempre troppo stentoreo, ha un timbro un po’ ingolato e prende tutti gli acuti con un fastidioso portamento. Al ruolo è comunque affezionato: lo dimostra il fatto che il tenore argentino lo abbia portato in scena parecchie volte – oltre a Londra, a Lipsia, ad Oslo, a Bruxelles, a Tokyo e prossimamente ad Amburgo.

Vocalmente deplorevole e dalla dizione improponibile lo Sharpless di Scott Hendricks mentre come Goro abbiamo il sempre efficace Carlo Bosi. Molto ben caratterizzata è la Suzuki di Elisabeth Deshong.

Madama Butterfly

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Giacomo Puccini, Madama Butterfly

★★★☆☆

Bruxelles, Théâtre Royal de la Monnaie, 8 febbraio 2017

(video streaming)

Pinkerton e la Madama volante

La compagnia danese Hotel Proforma si definisce “laboratorio internazionale di installazioni performative video musicali”. Nata nel 1987, i suoi progetti hanno avuto come oggetto l’opera lirica solo recentemente: Wagner (Parsifal nel 2013 e Rienzi nel 2014), Rachmaninov (Aleko, Il cavaliere avaro e Francesca da Rimini nel 2015) e ora Puccini.

Madama Butterfly mancava da quarant’anni a Bruxelles e ora ci è ritornata, sdoppiata. Nella regia di Kirsten Dehlholm, infatti, la cantante che interpreta Cio-Cio-San è al lato della scena con i capelli bianchi, che nella tradizione giapponese denotano i fantasmi, mentre al centro del palcoscenico c’è una marionetta a grandezza naturale con lo stesso vestito e manipolata a vista da operatori in nero, come nel teatro bunraku giapponese. All’alzarsi del sipario il “fantasma” di Butterfly entra in scena e veste il suo kimono mettendosi di lato nel proscenio a raccontarci la sua tragica vicenda. Fin da subito appare in scena la sposa vera, quella americana. Giunge poi la sposa giapponese, la marionetta, che nei momenti più lirici si libra in aria come i guerrieri volanti dei fumetti giapponesi, con un effetto che qui però è al limite del ridicolo. Di certo è difficile far sentire la passione tra un essere in carne e ossa e un pupazzo, per quanto ben manipolato, mentre fuori scena una vecchia ne canta la parte rivivendola come in un flashback. La dissociazione tra voce e azione è sempre rischiosa e il pubblico finisce per trovare più interessante guardare la cantante invece della pupazza, cosa che non credo fosse nelle intenzioni originali.

Senza dubbio c’era da aspettarsi che le inedite scelte visive fossero l’aspetto più rilevante di questa produzione. Qui l’idea di partenza della marionetta, reiterata per tutti i tre atti, indebolisce irreparabilmente il pathos della vicenda. Probabilmente era questo l’intendimento della regista, ma al suo posto il konzept non prevede nient’altro che lo sostituisca e il risultato è uno spettacolo che non si scosta dall’immagine tradizionale che abbiamo della celeberrima “tragedia giapponese”.

I tre atti dell’opera vengono qui divisi in due tempi dall’aria di Butterfly «Un bel dì vedremo», che viene ripresa all’inizio del secondo tempo. Quindi è cantata due volte: sono passati tre anni, ma la protagonista continua a sperare nel ritorno dell’americano e sul fondo un enorme pendolo scandisce ossessivamente il tempo. Solo per un momento Cio-Cio-San ritorna al centro della scena davanti a uno schermo bianco che poi strappa con il coltello rituale.

Costumi molto fantasiosi: i parenti di Butterfly sembrano marionette di Depero vestite di origami; lo zio bonzo un esploratore antartico mezzo ibernato; Sharpless è un Klingsor con i capelli lunghi, la barba e, chissà perché, monco – forse la sua impotenza nella vicenda? Il bambino di Butterfly è anche lui un pupazzo inquietante che si gonfia a dismisura nel finale. Altro momento surreale è la pioggia di pettirossi morti stecchiti al colpo di cannone della nave di Pinkerton, qui una gigantesca nave da crociera che fa manovra nel porto ed è vista attraverso le lenti di un binocolo durante il coro a bocca chiusa, reso ahimè maluccio con suoni dall’intonazione vagante.

L’interprete titolare Alexia Voulgaridou è giustamente intensa, ma con alcune note afone. Marcelo Puente è un Pinkerton di bell’aspetto ma impacciato e vocalmente deludente mentre Sharpless dall’intonazione incerta è quello di Aris Argiris. La dizione non è il punto di forza degli altri interpreti, soprattutto di Ning Liang, pur notevole Suzuki.

Il pathos latitante in scena non manca invece nella buca orchestrale dove il bravissimo Roberto Rizzi Brignoli dirige con tempi e colori sempre appropriati.

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Madama Butterfly

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Giacomo Puccini, Madama Butterfly

★★★★☆

Milano, Teatro alla Scala, 7 dicembre 2016

(diretta televisiva)

Kabuki lèttone e ciliegi viscontiani

Ha fatto molto discutere la scelta di inaugurare la stagione del “tempio della lirica” con la Madama Butterfly nella versione originale della prima milanese del 17 febbraio 1904 ricostruita da Julian Smith. Quella del fiasco colossale che spinse il compositore a rimettere mano al lavoro. Le versioni successive sono quelle di Brescia (28 maggio dello stesso anno) e Torino (2 gennaio 1906); ulteriori rimaneggiamenti erano stati apportati anche per le prime di Londra (10 luglio 1905) e Parigi (28 dicembre 1906). Ancora nel 1920 Puccini ritornava sulla partitura ripristinando nel primo atto l’intervento dello zio ubriacone, che era stato tagliato nella prassi esecutiva. Quale possa essere considerata la versione preferibile fra tutte è una questione che lasciamo dibattere ai musicologi. Quello che interessa è se questa versione sia più o meno significativa.

Lo è. Drammaturgicamente è più incisiva: lo scontro fra la cultura giapponese e quella americana qui è più netto, più forte la denuncia del colonialismo. Alcuni caratteri sono meglio delineati, il taglio in due atti è più funzionale. Musicalmente però qui mancano alcune pagine cui siamo ormai abituati. E non sono pagine di poco conto. Non c’è, ad esempio, «Addio, fiorito asil» che metteva Pinkerton in una luce meno sfavorevole – oltre che a fornire al tenore una romanza di grande impatto sul pubblico. Qui l’arroganza dello yankee è ancora più evidente: chiama i domestici Muso 1, Muso 2 e Muso 3; disprezza la cucina e le bevande locali, si burla dei costumi e della religione giapponesi, si vanta di aver pagato solo 100 yen per la ragazza. Maggior rilievo ha per contro la figura di Kate Pinkerton, mentre l’intervento dello zio beone dà una nota di colore in più alla risibile cerimonia di nozze.

L’operazione di recupero di questa prima versione è stata fortemente voluta dal direttore Riccardo Chailly, pucciniano convinto, che ha concertato l’opera con passione e rigore, evidenziando i momenti lirici della partitura senza però cedere a un eccesso di sentimentalismo, puccinismo in questo caso. Lo ha seguito a meraviglia un’orchestra in stato di grazia. Il coro ha avuto qualche leggero sbandamento, soprattutto nel pezzo a bocca chiusa, qui intermezzo tra la prima e la seconda parte del secondo atto.

Debuttante nella parte, Maria José Siri si è distinta per proprietà vocale e sensibilità, anche lei senza effetti grossolani. Il suo viso impassibile, coperto di gesso e con le sopracciglia disegnate in viola e la bocca a cuore, si è sciolto solo nell’abbraccio al bambino, per ritornare a essere una maschera di dolore al momento del suicidio rituale. Forse non la voce più adatta al ruolo e con qualche asprezza nel timbro, il soprano uruguayano ha comunque commosso il pubblico che le ha tributato grandi ovazioni.

Sembrava adatto al ruolo il tenore americano Bryan Hymel, già apprezzato soprattutto nel repertorio francese: il timbro luminoso e la facilità nel risolvere gli acuti parevano spianargli la strada come interprete ideale dello sfrontato Pinkerton, ma il tono eccessivamente disinvolto nel canto e una dizione improponibile ne hanno compromesso il successo e alla fine sono partiti alcuni fischi di disapprovazione nei suoi confronti. Esito esemplare invece per la perfetta Suzuki di Annalisa Stroppa, l’intenso ma elegante Sharpless di Carlos Álvarez e l’efficace Goro di Carlo Bosi. Anche la giovane Nicole Brandolino ha favorevolmente colpito per il timbro di velluto della sua Kate Pinkerton. Buoni anche gli altri comprimari.

Sulla messa in scena di Hermanis confesso di essere partito piuttosto prevenuto dopo quanto visto recentemente. All’apertura del sipario la scena ripartita in vari livelli, come nella sua Jenůfa, i costumi spudoratamente ricchi di Kristine Jurjāne, come nella Jenůfa (i parenti poveri di Butterfly sembrano pronti per la corte imperiale!) e i movimenti stereotipati (i “passettini”, la postura delle mani…) avevano fatto presagire il peggio. Quando poi sono apparse al “livello due e tre” le danzatrici, come nella Jenůfa, mi sono accasciato sulla poltrona. Invece, le ballerine della Sigalova (la coreografa fissa di Hermanis), si sono presto dileguate e sono comparse solo al momento del coro a bocca chiusa. I movimenti stilizzati (non esattamente da teatro kabuki come era nelle intenzione del regista lèttone) non si sono rivelati particolarmente fastidiosi. Funzionali sono stati gli schermi scorrevoli su cui venivano proiettate immagini di donne, fiori o del porto di Nagasaki, video di Ineta Sipunova. Scontata, ma efficace coup de théâtre, è stata l’apparizione dei ciliegi carichi di fiori del secondo atto, il più convincente. Qui Butterfly è vestita come un’occidentale di fine Ottocento, cuce su una vecchia Singer e sulla parete, accanto alla pendola, ha un quadro con Gesù. Sedie Thonet e un divano vittoriano costituiscono il nuovo arredamento della «casa a soffietto».

Nella regia non si possono trovare errori particolarmente madornali, ma neanche scelte illuminanti: si tratta di una lettura tradizionalissima (che infatti è piaciuta al pubblico) accompagnata da una scenografia elegante, firmata dallo stesso Hermanis e da Leila Fteita. In definitiva un allestimento molto lineare, senza colpi di genio, ma comprensibile, con il quale scoprire una versione nuova dell’opera di Puccini più amata e che ci fa conoscere meglio il nostro grande compositore.

Grazie al servizio pubblico televisivo per aver ripristinato le dirette dal Teatro alla Scala, ma sorvoliamo sui presentatori, le interviste, i commenti. Assieme alla regia televisiva, della solita Patrizia Carmine, è stato tutto imbarazzante, a dir poco.

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La fanciulla del West

La fanciulla del west

Giacomo Puccini, La fanciulla del West

★★★☆☆

Milano, Teatro alla Scala, 10 maggio 2016

(live streaming)

Questo essere film di Puccini. Ugh.

Agli studenti ammessi come consuetudine alla prova antigenerale Riccardo Chailly ha raccontato che Dimitri Mitropoulos avrebbe voluto fare una versione puramente orchestrale di quest’opera. Mica una cattiva idea. La partitura strumentale è la cosa migliore: nuova, fluida, la più moderna di quelle di Puccini, a tratti quasi schönberghiana o invece impressionista. Il canto è invece senza ampie oasi melodiche, a parte l’arioso di Dick Johnson nel terzo atto, tutto un canto di conversazione non facile da rendere – e su un libretto di disarmante ingenuità.

Quando a New York Toscanini presenta questo lavoro siamo nel 1910 e il cinema, nato da poco, con le pellicole di Tom Mix aveva scoperto il West, l’epica americana. In questa produzione scaligera all’apertura del sipario il pubblico di minatori sta assistendo alla proiezione di My Darling Clementine di John Ford (Sfida infernale, che però è del ’46) e alla fine Minnie e Dick Johnson, imborghesiti nei loro cappottoni cammello (lui sembra Caruso, l’interprete originale) e stola di pelliccia, si rivelano i protagonisti del film che i minatori vanno a vedere entrando in una sala cinematografica dove viene proiettato The Girl of the Golden West, il dramma di David Belasco da cui è tratto il libretto.

L’allestimento di Robert Carsen è appunto un omaggio al cinema western americano: il primo atto ha come sfondo un’immagine cinemascope della Monument Valley che trascolora nelle luci del giorno (bello il lavoro fatto da Carsen stesso e da Peter van Praet), mentre nel secondo assieme a Luis Carvalho il regista costruisce un interno di baracca di legno in un bianco nero rigato come una vecchia pellicola. Anche i costumi della Petra Reinhardt rimandano a quell’epoca.

Assente dal teatro milanese da oltre vent’anni, c’era molta attesa per questa produzione che doveva restituire La fanciulla del West alla versione originale, quella prima cioè dei tagli e delle tante piccole modifiche apportate da Toscanini, modifiche e tagli che erano stati ufficializzati sulla partitura a stampa di Ricordi. Ma un’indisposizione di Eva-Maria Westbroek, la prevista protagonista che aveva già cantato la parte in patria, ha richiesto una sostituzione all’ultimo momento e la mancanza di prove ha fatto desistere dall’introdurre alla prima le modifiche alla versione di tradizione delle pagine in cui è coinvolta Minnie.

Il soprano Barbara Haveman, anche lei olandese, improvvisamente accorsa a salvare le recite si è trovata in panni non molto adatti né al suo fisico né alla sua vocalità. A parte le incertezze della prima, anche nella recita trasmessa dalla televisione ha confermato la sua inadeguatezza sia scenica sia vocale, con acuti gridati, assenza di colori e di mezze voci e una dizione impastata. La stessa inadeguatezza scenica si ha nel Dick Johnson di Roberto Aronica, impacciato nei movimenti e vocalmente poco espressivo. Un po’ sopra le righe infine il Jack Rance di Claudio Sgura, seppure l’interprete più efficace.

Chailly si conferma interprete ideale per la concertazione di questa partitura con un grande senso dei contrasti emotivi. La sua intenzione di portare in scena l’opera omnia del maestro lucchese non può non far piacere, ma al momento il mio giudizio su La fanciulla del West non cambia.

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Madama Butterfly

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Giacomo Puccini, Madama Butterfly

★★★★★

Napoli, Teatro di San Carlo, 20 luglio 2014

La personale rilettura di Pippo Delbono

La stagione estiva del San Carlo di Napoli ha ripreso la Cavalleria Rusticana di Pippo Delbono di due anni fa assieme al suo nuovo allestimento di Madama Butterfly.

La vicenda di fragile amore e triste attesa è stata trattata dal regista-attore in modo estremamente delicato. Nessuna concessione all’esotismo di maniera, divenuto ormai insopportabile, ma neanche un’attualizzazione cruda come quella di Michieletto del sesso a pagamento nelle metropoli orientali.

Solo gli abiti e certe atmosfere ci suggeriscono il Giappone della storia. La scena unica è spoglia, rigorosamente bianca, e anche se non rappresenta fedelmente la «dimora frivola», «la casa a soffietto» che tanto diverte Pinkerton, è comunque uno spazio delimitato, seppure aperto verso l’esterno, la luce, il mare lontano. Unici colori consentiti sono quelli degli abiti: il nero, il rosa, l’azzurro e il rosso dei petali sparsi dallo stesso Delbono, presagio del sangue che presto macchierà il terreno.

E sono le luci che accompagneranno le emozioni di Cio-Cio-San: dall’ingenua eccitazione del primo atto, all’attesa oscillante tra il sospetto e la fiducia del secondo, all’amara disillusione del terzo.

Meno pervasiva rispetto alla sua Cavalleria la presenza in scena di Delbono e immancabile quella di Bobò, nella sua muta innocenza poetico alter ego del bambino di Cio-Cio-San, un vispo ragazzino di età ben al di là di quella prevista dal libretto per ragioni pratiche.

Nel suo vestito da clown e con la maschera giapponese Okame, la silenziosa presenza di Bobò, una costante degli spettacoli di Delbono, pare voglia farci dimenticare i personaggi e concentrare invece sul dramma dei corpi, delle persone al di là della finzione scenica. Così si capisce perché il regista prima dell’inizio dell’opera legga un ricordo di Lucia Della Ferrera, attrice della sua compagnia morta un mese prima, oppure scenda in platea a recitarci una sua versione di Cet amour di Prévert prima dell’ultimo atto.

Nicola Luisotti a capo dell’orchestra ci dà una lettura di tale pulizia e intensità che ci sembra di ascoltare l’opera quasi per la prima volta.

In scena Raffaella Angeletti ripropone con la sua innegabile tecnica e intensità espressiva la sua Butterfly per la decima volta nella sua carriera e sembra ormai quasi inscindibile dal personaggio. Giustamente sfrontato e vocalmente generoso il giovanissimo Vincenzo Costanzo vestito come Querelle de Brest nel film di Fassbinder. Finalmente pienamente accettabile il mellifluo Goro cui ha dato voce e figura il bravo Andrea Giovannini. Ottima anche la Suzuki di Anna Pennisi.

Applausi convinti da chi si è lasciato coinvolgere dalla proposta di Delbono e dalla magnifica esecuzione musicale, un po’ perplessa una minoranza degli spettatori che non ha però manifestato segni di dissenso.

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La fanciulla del West

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★★★☆☆

Spaghetti western a Wall Street

Il fatto che non mi sarei rivisto la solita ambientazione da far west di film di serie B è stato il motivo principale per la visione di questo DVD di un’opera che non è proprio tra le mie preferite. Con il suo tono da musical è un po’ un unicum nella produzione pucciniana e certamente non la sua cosa migliore.

Settima delle dieci opere completate dal compositore di Lucca è su libretto di Civinini e Zangarini tratto da The Girl of the Golden West di quel factotum del teatro (attore, autore, impresario, regista, scenografo, costumista…) che fu David Belasco il quale aveva già fornito a Illica e Giacosa la vicenda di Madama Butterfly. La prima, diretta da Toscanini e con Caruso nella parte del bandito Dick Johnson, fu data al Metropolitan di New York nel 1910.

Atto primo. In un campo di minatori della California. Siamo alla ‘Polka’, la taverna gestita da un singolare e forte personaggio, Minnie, di cui tutti sono innamorati ma che «il primo bacio deve darlo ancora»; attendendo la sua venuta, gli uomini giocano a carte, sono presi dalla malinconia e lo sceriffo Rance e Sonora si azzuffano per amore di Minnie. La fanciulla arriva e si mette a leggere la Bibbia ai minatori  commentando che «non v’è al mondo peccatore | cui non s’apra una via di redenzione». Finita la lezione, Rance dichiara a Minnie di essere innamorato di lei, ma lei risponde elusiva, riferendosi all’idea d’amore che si è fatta vivendo con i suoi genitori. Giunge uno straniero, lo sconosciuto Dick Johnson che secondo le leggi del campo non potrebbe entrare, ma la fanciulla garantisce per lui, riconoscendolo come l’uomo che ha incontrato un giorno sul sentiero di Monterey e ha subito amato. Mentre Minnie e Johnson ballano, i minatori lasciano la taverna per inseguire il bandito Ramerrez. Rimasti soli, i due si dichiarano il loro amore e la fanciulla invita l’uomo nella sua capanna.
Atto secondo. La grande scena d’amore fra Johnson e Minnie è interrotta dall’arrivo di Rance e dei ragazzi del campo che avvertono Minnie che lo straniero non è altri che il bandito Ramerrez. Minnie, sdegnata, caccia fuori l’uomo, che viene ferito e si rifugia ancora nella capanna e allora la donna per amore lo nasconde nel solaio. Rientra lo sceriffo e fruga in ogni angolo senza trovarlo. Una goccia di sangue che cade dall’alto rivela la sua presenza. Minnie avanza allora una proposta disperata: giocare una partita a poker: se Rance la vincerà, avrà la donna e la vita del bandito. Ma Minnie bara e ottiene la salvezza per il suo uomo. Atto terzo. I minatori hanno catturato Johnson/Ramerrez e si accingono a impiccarlo. Prima di morire, dichiarando di essere stato «ladro, ma assassino mai», egli rivolge un saluto a Minnie. Questa sopraggiunge e chiede la vita di quell’uomo ai minatori, ricordando gli affanni e i disagi divisi con loro . Commossi, gli uomini concedono il perdono a Johnson, che si allontana con Minnie per vivere una nuova vita onesta e serena.

Questa è l’edizione cent’anni dopo della Nederlandse Opera di Amsterdam con la messa in scena di Nikolaus Lehnhoff e la scenografia di Raimund Bauer la cui idea è che i cercatori d’oro del west altro non sono che l’origine di quella corsa alla speculazione finanziaria e borsistica le cui immagini vediamo proiettate durante il breve preludio. Il saloon Polka è una specie di leather bar sottoterra e da uno squarcio nel soffitto si vedono i grattacieli della metropoli. Come nella scenografia della finlandese Die tote Stadt anche qui abbiamo una città in prospettiva, ma mentre là la città di Bruges era “protagonista” a tutti gli effetti, qui le torri di New York rimangono puramente decorative e l’idea di critica neocapitalista di Lehnhoff non trova sviluppo nella vicenda, che rimane un classico triangolo amoroso. Gli anacronismi qui tra la vicenda e Wall Street rimangono tali e quali: i personaggi vestono come in una convention di gay sadomaso, ma hanno l’ingenuità dei caratteri degli spaghetti western.

La direzione di Carlo Rizzi non evidenzia nulla di nuovo della partitura. Eva-Maria Westbroek conferma che il ruolo di Minnie necessita di un’interprete nel pieno della sue capacità, e lei lo è. Lucio Gallo e Zoran Todorovich le tengono degnamente testa.

Madama Butterfly

  1. Callegari/Pizzi 2010
  2. De Waart/Wilson 2003

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★★★☆☆

1. Il Giappone di Puccini

L’idea per questa “Tragedia Giapponese” venne a Puccini dopo aver assistito a Londra alla pièce di David Belasco Madame Butterfly, a sua volta tratta da un racconto del 1898 di John Luther Long. Nonostante l’accurata documentazione sui costumi giapponesi (1) e l’astuto libretto degli inossidabili Illica & Giacosa, la prima alla Scala nel 1904 fu un fiasco che amareggiò Puccini, che però non si perse d’animo e operò un’accurata revisione dello spartito con cui appena tre mesi dopo l’opera andò in scena a Brescia ottenendo un enorme successo. Altre due edizioni seguirono (Londra e Parigi) e nel 1907 Butterfly è a New York con Caruso e la Farrar e da allora è tra le opere di Puccini più rappresentate nel mondo, subito dopo Tosca.

Atto I. La storia ha inizio a Nagasaki, agli inizi del ‘900. Pinkerton, tenente della marina degli Stati Uniti, si unisce in matrimonio a Cio-Cio-San, una geisha quindicenne. Il matrimonio si celebra secondo la legge giapponese; questo da diritto a Pinkerton di ripudiare la moglie in qualsiasi momento per sposare una donna americana. Le azioni di pinkerton sono guidate da spirito d’avventura e dalla vanità. Al contrario Cio-Cio-San – che dopo le nozze si fa chiamare Madama Butterfly – è realmente innamorata dell’ufficiale di marina. Questo amore attira su di lei l’ira dello zio bonzo, che la accusa di aver rinnegato la sua cultura e la famiglia.
Atto II. Parte prima. Poco dopo le nozze, Pinkerton torna in patria, abbandonando la giovane sposa. Nonostante l’incredulità dell’ancella Suzuki, Mutterfly è fiduciosa del fatto che suo marito tornerà da lei in primavera come da lui promesso. Nel frattempo Pinkerton si risposa con l’americana Kate. Continua tenersi in contatto con il console Sharpless, chiedendogli di spiegare a Butterfly l’accaduto. Nonostante i tentativi di Goro di trovarle un nuovo marito, Butterfly continua ad avere una fede incrollabile nella lealtà del marito. Per porre fine ai dubbi circa la fedeltà del marito, Butterfly mostra al console il figlio nato dalla seppur breve relazione con Pinkerton. Dopo tre anni Pinkerton fa ritorno a Nagasaki insieme a Kate. Butterfly chiede a Suzuki di preparare la casa per accogliere nel migliore dei modi quello che crede essere ancora il suo sposo. Parte seconda. L’attesa di Butterfly si protrae per tutta la notte. Pinkerton, messo a conoscenza dell’esistenza di suo figlio da Sharpless, si reca da Butterfly; la sua unica intenzione è di prendere suo figlio, portarlo negli Stati Uniti ed educarlo secondo gli usi occidentali. Anche il console Sharpless spinge affinchè il bambino venga affidato a Pinkerton e alla sua nuova moglie. Solo a questo punto Butterfly apre gli occhi e capisce la realtà delle cose: la sua felicità, la sua grande storia d’amore era in realtà solo un’illusione. Decide dunque di uscire di scena in silenzio, dando un’ultimo abbraccio al figlio, con il volto coperto di lacrime. Pone il bimbo in una culla di stuoia e lo benda delicatamente; seguendo un’antica usanza giapponese, si toglie la vita con un pugnale cerimoniale donatole dal padre.

Lo sterminato palcoscenico dello Sferisterio di Macerata di questa produzione del 2010 potrebbe ospitare quasi un intero villaggio giapponese, ma qui si limita alla «dimora frivola» con «pareti [che] vanno e vengono», in cui tutto «scorre […] scivola» ed è precario come i sentimenti del suo protagonista. L’annesso albero fiorito di ciliegio e le passerelle sui campi di riso sopra le quali i personaggi si muovono con i passetti e le movenze convenzionali che ci aspettiamo dai giapponesi fanno parte di una messa in scena in cui Pier Luigi Pizzi si attiene alla tradizione consolidata e più di maniera. (2)

Il caso di Butterfly, come di molte altre opere, è poi emblematico di quello che in inglese si chiama “suspension of disbelief” (sospensione dell’incredulità): qui la minuta giapponese quindicenne è interpretata da una signora torinese che ha il doppio dell’età (3) e lineamenti ‘importanti’ messi in evidenza da un trucco impietoso (sembra che la Angoletti si stia facendo una maschera al viso). Ma il fatto è che la Cio-Cio-San di Puccini richiede una cantante nel pieno delle sue qualità vocali, qualità che si acquisiscono, ahimè, solo con la maturità. Raffaella Angeletti è buona interprete, ma la voce non è sempre gradevole e il suo «Un bel dì vedremo» è un po’ troppo gridato ed è accolto infatti freddamente dal pubblico.

Anche nel Pinkerton tracagnotto di Massimiliano Pisapia è arduo riconoscere l’aitante «Yankee vagabondo», «siete alto, forte» dice Cio-Cio-San. Il cantante poi non fa nessuno sforzo per rendere il suo personaggio simpatico (perlomeno da “simpatica canaglia”) o credibile la magia del suo incontro con l’esotica fanciulla. Bella voce, ma monocorde e superficiale la recitazione. Molto meglio l’elegante e imponente Sharpless di Claudio Sgura. Insopportabile il gesticolante Goro di Thomas Morris.

Alla direzione dell’Orchestra Regionale delle Marche un Daniele Callegari che sostiene adeguatamente i cantanti lontanissimi là sulle palafitte.

Dopo il coro a bocca chiusa su un lento corteo di figure spettrali la regia propone un imbarazzante balletto in stile televisivo che vuole rappresentare il primo incontro di Pinkerton con la fanciulla giapponese. Purtroppo non è interrotto dalla pubblicità.

(1) Nel 2003 l’Opera del Popolo di Tokyo ha allestito una Butterfly depurata dai molti errori fatti dai librettisti e dal musicista nei confronti dei costumi e della lingua giapponese. I dettagli si trovano sul sito della Minna-no Opera.

(2) Molto più stimolante la versione di Damiano Michieletto che prende alla lettera l’indicazione temporale del libretto, «epoca presente», ambientando la vicenda nell’oggi dei viaggi di turismo sessuale («giocattolo» chiama Pinkerton la sposa che gli è costata «sol cento yen»).

(3) Ricordiamo la celebre battuta di George Bernard Shaw: «All’Opera il buon senso si lascia in guardaroba».

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★★★★☆

2. «Pigri ed obesi son gli dèi giapponesi»

Eterea, minimalista, zen. Si sprecano gli attributi per la messa in scena che Robert Wilson (regista e scenografo, mentre i costumi sono di Frida Parmeggiani) crea nel 2003 per Amsterdam, quasi cent’anni dopo il debutto nel 1904 dell’opera di Puccini .

In scena ci sono solo un quadrato di legno, che rappresenta la casa, e un sentiero serpeggiante, un sasso, una sedia stilizzatissima. Nient’altro nel primo atto, ancora più spogli gli altri due. Gli oggetti sono mimati e tutto è suggerito dalle luci, come sempre magiche e non naturalistiche nei suoi spettacoli.

I gesti non sono legati ai sentimenti dei personaggi, talora addirittura li contrastano, cosa che sembra scombussolare un po’ sia il direttore che i cantanti che, non potendo sottolineare così le emozioni, devono affidare tutto alla voce. Ma proprio per questo il risultato è valido e Bob Wilson trasforma così la vicenda italo-giapponese-americana in un qualcosa che ha lo stile rigoroso di una tragedia greca. Secondo e terzo atto sono senza soluzione di continuità qui, con l’intermezzo centrato sulla figura del bambino mentre Butterfly veglia insonne nell’attesa di Pinkerton. La regia mette perfettamente a fuoco i contrasti fra le due culture senza calcare la mano sulla giapponesità di porcellana di Cio-Cio-San o sull’arroganza yankee di Pinkerton.

Pinkerton decisamente ingessato e poco aitante quello di Martin Thompson, ma certo non hanno aiutato costumi e regia, molto più convincente la Butterfly di Cheryl Baker, di bel timbro, sicurezza negli acuti e grande espressività. Ognuno di noi ha la Butterfly di riferimento e «Un bel dì vedremo» preferito, ma il soprano australiano non sfigura al confronto di quello che abbiamo in mente e il pubblico olandese dimostra di apprezzare la sua interpretazione.

La direzione intensa ma pulita di Edo de Waart mette bene in luce la modernità della partitura, come quel valzerino straussiano (Richard, non Johann) della scena con il console e il principe Yamadori o l’esplosione da musical della presentazione del figlio (inspiegabilmente dai capelli corvini invece che biondi come dice il libretto e come suggerisce la situazione).

La produzione è stata ripresa a Parigi ed è ancora in cartellone oggi.