Rusalka

foto © Brescia e Amisano

Antonín Dvořák, Rusalka

Milano, Teatro alla Scala, 19 giugno 2023

★★★☆☆

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Il grado zero di Rusalka alla Scala

Per la prima volta viene allestito a Milano il titolo più famoso di Antonín Dvořák affidato a Emma Dante, anche lei impegnata per la prima volta in una fiaba romantica. La regista siciliana non si dimostra però nella sua vena più convincente e la lettura si limita al grado zero della vicenda: il suo è un recupero dell’elemento fiabesco della storia al livello più ingenuo e privo delle implicazioni, soprattutto psicanalitiche, che hanno reso intriganti e diversamente appassionanti gli allestimenti di Robert Carsen (2002), Martin Kušej (2012), Stefan Herheim (2012) o Christof Loy (2021), per citare solo i più recenti. L’esuberanza mediterranea dei suoi spettacoli qui è del tutto assente, il racconto lineare e il gioco attoriale latitante rendono lo spettacolo ben diverso dai suoi precedenti. Al calore della Sicilia sono subentrate, senza molta convinzione, le fredde brume di un generico nord che vorrebbe essere inquietante ma non ci riesce. Convenzionale è l’ambientazione scenica di Carmine Maringola, che mostra l’interno diroccato di una chiesa gotica con rosone e una pozza d’acqua – non proprio il lago attorniato dalla foresta di cui parla il libretto di Jaroslav Kvapil. Questo nel primo e terzo atto, perché nel secondo, quando si alza il sipario di foglie animato, siamo invece nel palazzo del Principe Azzurro di Cenerentola. I due mondi, quello acquatico e quello umano, qui non sono nettamente connotati e il dramma della protagonista non risulta straziante come dovrebbe.

Per di più, quello che vediamo sembra maggiormente adatto a un tradizionale balletto romantico che a un dramma del 1901: Rusalka non è La Sylphide del 1832, né la Giselle del 1842, e anche senza scomodare un certo dottor Freud, attivo in quegli stessi anni, nell’A.D. 2023 dalla Scala era lecito aspettarsi qualcosa di più di uno spettacolo adatto ai bambini per un titolo che qui non è mai stato rappresentato. Non aiutano infatti a scrollarsi di dosso questa atmosfera disneyana né i costumi coloratissimi – quanti rossi e rosa in un mondo che dovrebbe essere acquatico – di Vanessa Sannino, né gli invadenti movimenti coreografici di Sandro Maria Campagna affidati agli animali, ai cacciatori, alle ninfe, agli invitati, al corteggio di Ježibaba. Quest’ultimo nella pozza d’acqua esegue delle danze acquatiche nello stile di Esther Williams che forse sarebbero anche ironiche se solo fossero visibili agli spettatori della platea. Il commovente duetto tra la sirenetta che vuole diventare umana e il padre qui non commuove un bel niente se lo spirito dell’acqua si presenta come un calamaro gigante, mentre la scintilla amorosa tra i due giovani non scocca se continuano a tenersi a distanza e il principe dichiara il suo trasporto rivolto al pubblico, a gambe larghe in proscenio. La regista caratterizza ogni personaggio in maniera precisa: Rusalka si presenta su una carrozzella con i suoi tentacoli penzolanti, sembrando più un polipo che una sirena, e anche quando acquista le gambe i suoi passi sono sempre incerti; i cortigiani hanno movenze meccaniche (come quelle dei cari Pupi siciliani!); la Principessa è una figura arrogante come Malefica e Ježibaba una Grimilde, nelle versioni Disney, naturalmente. Il marchio di fabbrica della regista si rivela in pochi punti, come quando le ninfe sciolgono i lunghi capelli e li immergono nell’acqua con grandi spruzzi – una scena ricorrente in tutti i suoi allestimenti – o quando, con grottesca cattiveria, ci mostra gli invitati al banchetto del principe divorare con avidità i tentacoli da polipo che sono stati strappati alla inorridita ninfa dell’acqua.

Per il resto si nota nel suo allestimento una certa carenza di idee con momenti di stanchezza. Idee che sono invece rigogliose nella lussureggiante partitura tardoromantica di un compositore boemo che abbracciava con convinzione la causa della musica tedesca: il sinfonismo di Brahms, i Leitmotive di Wagner, il liederismo di Mahler. La musica della penultima opera di Dvořák procede per un flusso continuo ininterrotto punteggiato da pagine che è arduo definire numeri chiusi se non per l’intenso gusto melodico che traspare da temi come quello della Canzone alla luna del primo atto o dello struggente duetto del terzo. L’orchestra dispiega tutti i suoi fascinosi strumenti negli intermezzi sinfonici di cui Rusalka trabocca e che Tomáš Hanus, alla testa dell’orchestra del teatro, controlla con mano esperta. La sua è una direzione vigorosa, a tratti forse un po’ troppo magniloquente e con una certa predilezione per le ingombranti sonorità degli ottoni, ma anche capace di equilibrare sapientemente i momenti drammatici con quelli più lirici, la buca con i cantanti in scena.

Tutti di buon livello gli interpreti, ma nessuno indimenticabile. Brava e vocalmente pregevole la Rusalka di Olga Bezsmertna, ma proprio la Canzone alla luna non è il suo momento più convincente, forse anche per il tempo troppo lento scelto da Hanus. Mancava quella trepidazione palpabile in Lucia Popp o quel senso di imminente sventura di Asmik Grigorian o la sontuosità vocale di Renée Fleming – ahimè, i confronti sono difficilmente evitabili.

Dmitrij Korčak è un Principe vocalmente gagliardo, elegante e capace di sfumature e mezze voci soprattutto nell’ultimo atto, quando un personaggio non molto consistente si rende finalmente conto dell’amore della donna venuta dall’acqua e si sacrifica per lei: «Baciami, e donami la pace! Non voglio tornare, muoio con gioia». Anche nel suo caso però i confronti sono sempre in agguato… Elena Guseva e Okka von der Damerau sono i due caratteri femminili forti: la Principessa e la strega, entrambe autorevoli e di forte presenza scenica, pur nella staticità della regia. Notevole proiezione e ricchi suoni gravi per il Vodník di Jongmin Park che non brilla però per varietà d’accento ed espressività. Ottimi gli altri interpreti secondari: il guardiacaccia Jiří Rajniš; lo sguattero, Svetlina Stoyanova en travesti; Hila Fahima, Juliana Grigorian e Valentina Plužnikova, ninfe di lusso; il cacciatore Ilya Silčukoū.

Questa era la penultima replica, ma è probabile che la produzione trovi una forma di registrazione per chi se la fosse persa.