foto © Fabrizio Sansoni
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Benjamin Britten, The Turn of the Screw
Roma, Teatro dell’Opera, 19 settembre 2025
Un giro di vite nell’inconscio: Britten al Costanzi tra fantasmi e innocenza violata
All’Opera di Roma The Turn of the Screw di Britten si impone come un viaggio inquietante nell’ambiguità psicologica. La regia di Deborah Warner esalta il non detto, mentre la partitura, rarefatta e ossessiva, trasforma l’infanzia in un territorio minato, sospeso tra innocenza, colpa e fantasmi interiori.
Al Teatro dell’Opera di Roma il sodalizio con Benjamin Britten si conferma, ancora una volta, non solo fecondo ma esemplare. Negli ultimi vent’anni il Costanzi ha costruito un vero e proprio percorso britteniano, culminato ora in questa nuova produzione di The Turn of the Screw, che completa idealmente la trilogia affidata alla regia di Deborah Warner dopo Billy Budd (2018) e Peter Grimes (2024). Un percorso coerente, rigoroso e artisticamente ambizioso, che restituisce al pubblico romano uno dei capolavori più inquieti e ambigui del Novecento musicale nella sua piena complessità teatrale e psicologica.
Opera “da camera” solo in apparenza, The Turn of the Screw nasce nel 1954 su commissione della Biennale di Venezia e mantiene con l’Italia un legame privilegiato, raro per Britten. Eppure nulla, a prima vista, la predestinava a una fortuna così duratura: tredici strumentisti, una trama allusiva, priva di certezze, una tensione che non esplode mai in gesti eclatanti ma avvita lentamente lo spettatore in un clima di sospetto e di angoscia. Proprio per questo, riportarla oggi sul vasto palcoscenico del Costanzi è una scelta forte e consapevole. Deborah Warner la vince con intelligenza, trasformando l’ampiezza dello spazio in un non-luogo mentale, una scatola nera dove tutto sembra avvenire più nell’inconscio dei personaggi che in una reale dimora vittoriana.
Le scene di Justin Nardella, ridotte all’essenziale, disegnano un ambiente scuro, spoglio, continuamente risemantizzato da pochi arredi mobili: un pianoforte, una lavagna, qualche sedia, i lettini dei bambini. Il fondale si apre talvolta su una natura boschiva inquietante, resa ancor più spettrale dalle luci di Jean Kalman, che alternano tagli freddi e lividi per i fantasmi a bagliori più caldi, ma non rassicuranti, per i vivi. È una scenografia che funziona per sottrazione, evitando ogni realismo illustrativo e concentrandosi sull’essenziale: il movimento dei corpi nello spazio, la prossemica, il gesto minimo che diventa rivelazione. In questo senso, la regia della Warner è una vera lezione di teatro: ogni dettaglio è cesellato, ogni entrata e uscita carica di senso, ogni ripetizione lievemente diversa, come le variazioni musicali che strutturano la partitura.
Il riferimento al racconto di Henry James non è mai didascalico. Warner ne coglie l’essenza moderna: l’ambiguità radicale. I fantasmi di Quint e Miss Jessel sono reali o proiezioni della mente delle due donne? La corruzione dei bambini è subita o immaginata? Nulla viene risolto, e proprio questa sospensione genera una tensione continua, quasi fisica. Scene come l’apparizione improvvisa di Quint che scaraventa a terra un vaso, o quella di Miss Jessel che tenta di trascinare Flora verso un pavimento-lago lucido e minaccioso, colpiscono per efficacia e sobrietà: nessun effetto facile, ma un costante lavorio sull’inquietudine. I costumi ottocenteschi di Luca Costigliolo, di impeccabile fattura, risaltano sul fondo scuro e contribuiscono a fissare l’azione in un tempo storico che è già memoria e rimozione.
Sul podio Ben Glassberg, trentunenne direttore inglese in rapida ascesa, offre una lettura di grande lucidità. La sua direzione mette in luce la natura paradossale della scrittura britteniana: cristallina e al tempo stesso opaca, apparentemente statica ma percorsa da correnti sotterranee di dissonanza e inquietudine. L’organico cameristico, che conserva tutte le sezioni di un’orchestra sinfonica ridotte a un solo strumento, suona con precisione e tensione ammirevoli. Glassberg dosa con intelligenza i tempi, valorizza la stasi ipnotica da cui nascono improvvisi parossismi, e accompagna le voci con un’attenzione rara, ottenendo dall’Orchestra del Teatro dell’Opera una prova di altissimo livello, per colori, equilibrio e intensità narrativa.
Il cast vocale è complessivamente eccellente. Ian Bostridge, nel doppio ruolo del Prologo e di Peter Quint, si conferma interprete di riferimento: la sua voce, dal timbro inclassificabile e bronzeo, lontana da ogni lirismo convenzionale, è lo strumento ideale per rendere l’ambiguità seduttiva del personaggio. Il fraseggio è ipnotico, insinuante, perfettamente calibrato nei celebri giri melodici con cui Quint ammalia Miles. Scenicamente algido e magnetico, Bostridge domina la scena anche quando non vi è fisicamente presente.
Anna Prohaska, Istitutrice intensa e nevrotica, offre una prova attoriale di grande finezza, restituendo con precisione la fragilità emotiva e il tormento morale del personaggio. Vocalmente la resa appare talvolta meno rotonda, con acuti penetranti ma non sempre sostenuti da una piena armonicità; resta tuttavia una lettura coerente, nervosa, aderente alla psicologia del ruolo. Di segno opposto, e assai convincente, la Mrs Grose di Emma Bell, che sfoggia una vocalità piena, soprattutto nel registro centrale, e un fraseggio che colora con intelligenza la stanca saggezza della governante. Christine Rice, infine, è una Miss Jessel dolente e spettrale, di grande intensità nei momenti più onirici e sospesi.
Un discorso a parte meritano le due voci bianche: Zandy Hull (Miles) e Cecily Balmforth (Flora). Non solo impressionanti per la naturalezza scenica – passano da giochi, capriole e rincorse a momenti di cupa tensione con una disinvoltura disarmante – ma anche per la solidità canora, affrontano con sicurezza una scrittura insidiosa, fatta di intervalli ardui e intonazioni sottili. Il Miles di Hull, in particolare, colpisce per la profondità interpretativa: magnetico, inquietante, vero centro emotivo dell’opera.
Alla fine, il pubblico accoglie lo spettacolo con applausi calorosi e convinti. The Turn of the Screw si conferma un’opera che continua a inquietare e affascinare, e questa produzione romana ne offre una lettura esemplare: un teatro di mezzi contenuti ma di altissima intelligenza, capace di tradurre in immagini e suoni le zone d’ombra della psiche, senza mai cedere alla tentazione della spiegazione o del compiacimento. Un vero en plein per il Costanzi, che ribadisce come il genio di Britten parli ancora, con voce limpida e perturbante, al nostro presente.
⸪