Concerto

Stagione sinfonica RAI

Wolfgang Amadeus Mozart, Sinfonia in Re KV 385 (Haffner)
Pëtr Il’ič Čaijkovskij, Sinfonia in si op. 74 (Patetica)

Torino, Auditorium RAI Arturo Toscanini, 20 dicembre 2016

Entusiasmo al calor bianco per Kirill Petrenko

Dieci secondi di silenzio stupefatto, poi un uragano d’applausi, chiamate interminabili e standing ovation del pubblico dell’Auditorium RAI strapieno per la sconvolgente interpretazione della Patetica di Čajkovskij da parte di Kirill Petrenko. Il concerto era iniziato con una magistrale Haffner in cui, pur nella unitarietà di lettura, ogni battuta della sinfonia mozartiana aveva una sua intenzione e un suo colore. Non si poteva desiderare concerto di fine anno migliore dalla nostra Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai.

MITO

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José Malhoa, O fado, azulejo da Estrada Velha, Sintra

MITO Settembre Musica

Turim, Conservatorio Giuseppe Verdi, 17 de setembro 2016

bandieraitaliana1.gif   Qui la versione in italiano

Fado errático

Vai continuando a exploração musical do festival de Nicola Campogrande. Na sua breve apresentação, Stefano Catucci define o concerto como um ato de equilíbrio sobre um fio – sendo a cantora Cristina Branco a acrobata sobre o fio tradicional do fado de Amália Rodrigues, aqui adaptado por Stefano Gervasoni, compositor italiano apaixonado por Luigi Nono, que estudou com Castiglioni e Corghi no Conservatório de Milão e, em seguida, com Ligeti e Eötvös.

A sua composição, que se estreia em Itália, intitula-se Fado errático, ou seja, um fado que toma um rumo diferente e talvez arriscado. O projeto nasceu no IRCAM, em Paris, e foi apoiado pelo Centro Camões dessa cidade. As músicas mais famosas da grande cantora portuguesa são propostas sem se alterar sequer uma nota, por uma voz atual do fado, Cristina Branco, uma das herdeiras de Amália. As canções são ligadas por interlúdios instrumentais de timbre atonal e caráter pontilhístico, típico da vanguarda musical do século passado, apresentados por um conjunto de vinte músicos que, juntamente com os instrumentos tradicionais do fado – a guitarra portuguesa e a guitarra clássica –, inclui instrumentos de tradições musicais diferentes, como o acordeão e o saltério, um quinteto de cordas, quatro madeiras, três metais, harpa e variada percussão. O conjunto é envolvido por um discreto fundo de eletrónica em tempo real, que combina sons da natureza, ruídos da cidade e fragmentos da voz de Amália.

Na escuridão da sala, ao som de uma corrente de água, como se estivéssemos em Alfama (o nome deriva do árabe al-ḥamma, “as fontes”, das quais este bairro típico de Lisboa era rico), os músicos vão acendendo, uma a uma, as luzes das suas estantes. Dos instrumentos emergem sons quebrados, errantes, que pouco a pouco se vão aglutinando nos temas pungentes de Foi Deus, Com que voz ou Uma lágrima, entre outras melodias que Cristina Branco reproduz fielmente. Mas não é a voz de Amália. Talvez intimidada pela orquestra, à sua voz falta o pathos perfurante original, quando Amália cantava palavras escritas por ela mesma — «Cheia de penas me deito | e com mais penas me levanto» — ou versos como «Não sei, não sabe ninguém | por que canto o fado | neste tom magoado | de dor e de pranto», estes últimos do poeta Alberto Janes. Ou ainda: «Tudo passei; mas tenho tão presente | a grande dor das cousas que passaram, | que as magoadas iras me ensinaram | a não querer já nunca ser contente», do grande Luís de Camões.

Por fim, a cantora e os músicos apagam, um após o outro, a luz das suas partituras, e a sala mergulha novamente na escuridão e no silêncio. O aplauso do público exige um encore: é Maria Lisboa, a única nota alegre neste oceano de saudade, em que Amália compara a sua cidade a uma varina, uma Maria (nome) Lisboa (sobrenome), que «tem movimentos de gata, […] algas na cabeleira» e que «vende sonho e maresia», dois elementos característicos da cidade lusitana. Até a sala do Conservatório de Turim pareceu respirar um pouco dessa maresia, o ar perfumado do mar que, da Praça do Comércio, entra nas ruas estreitas da cidade.

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José Malhoa, O fado, azulejo da Estrada Velha, Sintra

MITO Settembre Musica

Torino, Conservatorio Giuseppe Verdi, 17 settembre 2016

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Fado erratico

Continuano le esplorazioni musicali del festival di Nicola Campogrande. Nella sua breve presentazione, Stefano Catucci definisce il concerto a cui stiamo per assistere «un numero di equilibrismo sul filo», l’acrobata essendo la cantante Cristina Branco in audace equilibrio sul filo della tradizione del fado di Amália Rodrigues di cui si è riappropriato Stefano Gervasoni, compositore bergamasco fulminato da giovane da un incontro con Luigi Nono, allievo di Castiglioni e Corghi al Conservatorio di Milano, poi di Ligeti e di Eötvös.

In prima esecuzione italiana, la sua composizione si intitola Fado erratico, un fado, cioè, che prende una strada diversa e forse azzardata. Il progetto era nato all’IRCAM di Parigi ed era stato sostenuto dal Centro Camões di quella città. Le più celebri canzoni della grande cantante portoghese vengono riproposte, senza cambiarne neanche una nota, da una voce attuale del fado, Cristina Branco, una delle eredi della grande Amália. Le canzoni sono legate da interludi strumentali di colore atonale e con un carattere puntillistico, tipico dell’avanguardia musicale del secolo passato. Sono presentati da una compagine di venti musicisti, il Divertimento Ensemble, che accanto agli strumenti tradizionali del fado, la chitarra portoghese e la chitarra classica, affiancano strumenti di tradizioni musicali diverse, come la fisarmonica e il cymbalon, un quintetto d’archi, quattro legni e tre ottoni, arpa e percussioni varie. Il tutto è immerso in uno sfondo abbastanza discreto di elettronica dal vivo di Sentieri Selvaggi mdi Ensemble, in cui si mescolano suoni campionati della natura, rumori della città, lacerti della voce di Amália.

Nel buio della sala, come se fossimo ad Alfama, sul rumore di un gocciolio di acque (Alfama deriva dall’arabo al-hamma, le fontane, di cui era ricco questo quartiere tipico di Lisbona), gli strumentisti ad uno ad uno accendono la luce del leggio. Dai loro strumenti escono suoni spezzati, vaganti, che poco per volta si agglutinano nel tema struggente di Foi Deus o Com que voz o Uma lágrima o di una delle tante altre melodie che Cristina Branco ripropone fedelmente. Ma non è la voce di Amália! Forse per soggezione davanti al mezzo orchestrale, alla sua manca il pathos lancinante dell’originale, di quando Amália cantava, sulle parole da lei stessa scritte, «Cheia de penas me deito | e com mais penas me levanto» (mi corico col mio dolore, e con ancor maggior dolore mi alzo) oppure «Não sei, não sabe ninguém | por que canto o fado | neste tom magoado | de dor e de pranto» (Non so, non lo sa nessuno, perché canto il fado con questo tono che fa male, di dolore e di pianto), queste ultime del poeta Alberto Janes. O ancora: «Tudo passei; mas tenho tão presente | a grande dor das cousas que passaram, | que as magoadas iras me ensinaram | a não querer já nunca ser contente» (Tutto ho passato; ma ho ancora così presente il grande dolore delle cose passate, che quelle sofferte collere mi hanno insegnato a non voler mai più esser felice). E queste sono del grande Luís de Camões.

Alla fine la cantante e gli strumentisti spengono una dopo l’altra la luce sul loro spartito e la sala ripiomba nel buio e nel silenzio. Gli applausi del numeroso pubblico richiedono un bis: è Maria Lisboa, l’unica parentesi lieta in tanto oceano di saudade, dove Amália paragona la sua città a una venditrice di pesce, una Maria (nome) Lisboa (cognome) che «tem movimentos de gata, […] algas na cabeleira» e che «vende sonho e maresia», due elementi caratteristici della città lusitana. La maresia, quell’aria profumata di mare che sale dalla Praça do Comércio su per i vicoli della città, si è respirata un po’ anche nella sala del conservatorio torinese.

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MITO Settembre Musica

Torino, Auditorium Giovanni Agnelli

9 settembre 2016

Che scandalo! Divertirsi a un concerto!

Un soprano che dirige un’orchestra, un clarinettista che fa giochi di prestigio, un direttore che balla il tip tap… Cronache di questi primi giorni di MITO.

All’Auditorium del Lingotto il soprano Barbara Hannigan mentre dirige l’Orchestra Ludwig canta con stile impeccabile sia l’impervio Sibelius che il suadente swing di Gershwin; all’auditorium RAI tra le colonne sonore hollywoodiane concertate con passione da John Axelrod con l’Orchestra Verdi di Milano si inserisce un lavoro del compositore vivente Rolf Martinsson in cui il giovane e talentuoso Magnus Holmander non solo incanta il pubblico con i suoi virtuosismi sonori (compresi suoni a bocca chiusa emessi mentre suona il clarinetto), ma lo lascia letteralmente di stucco quando alla fine, invece di concedere il fuori programma di prammatica, fa sparire il suo strumento in un fazzoletto di stoffa con un abile numero di magia; nella sala del Conservatorio torinese Alessandro Cadario dirige l’orchestra dei Pomeriggi Musicali con un gesto difficilmente catalogabile, ma efficace, in una suite e un concerto brandeburghese del vero J.S. Bach, mentre nella seconda parte è la volta dell’immaginario P.D.Q. Bach, pseudonimo sotto il quale si nasconde il compositore Peter Schickele i cui giochi eruditi fanno il divertimento dei conoscitori di musica.

Genere quanto mai frequente nella cultura anglosassone (basti per tutti il nome di Anna Russell e delle sue esilaranti lezioni wagneriane) da noi è stato raramente affrontato, sia per scarsezza di humour sia per abbondanza di ignoranza musicale. Come ha detto Nicola Campogrande nella presentazione del concerto, occorre essere ben addentro ai meccanismi della musica per apprezzare un divertissement come questo Concerto per due pianoforti contro l’orchestra (due pianoforti sono meglio di uno). Ed ecco quindi che oltre al tip tap estemporaneo dell’insolito concertatore, abbiamo le interminabili cadenze pianistiche durante le quali gli altri orchestrali leggono il giornale, chiacchierano col pubblico o rispondono al telefonino; i crescendo resi drammaticamente ridicoli da percussioni imperversanti; le code di lunghezza infinita; i lacerti beethoveniani-brahmsiani; le “quinte vuote” del Wozzeck; l’assolo di Rhapsody in blue; accenti jazz o tardoromantici – il tutto in una cornice barocca. Un mix esilarante inframmezzato dalle gag dei due bravissimi pianisti Herbert Schuch e Gütru Ensari.