MITO

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José Malhoa, O fado, azulejo da Estrada Velha, Sintra

MITO Settembre Musica

Torino, Conservatorio Giuseppe Verdi

17 settembre 2016

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Fado erratico

Continuano le esplorazioni musicali del festival di Nicola Campogrande. Nella sua breve presentazione Stefano Catucci definisce il concerto a cui stiamo per assistere un numero di equilibrismo sul filo, l’acrobata essendo la cantante Cristina Branco in audace equilibrio sul filo della tradizione del fado di Amália Rodrigues di cui si è riappropriato Stefano Gervasoni, compositore bergamasco fulminato da giovane da un incontro con Luigi Nono, allievo di Castiglioni e Corghi al Conservatorio di Milano, poi di Ligeti e di Eötvös.

In prima esecuzione italiana, la sua composizione si intitola Fado erratico, un fado, cioè, che prende una strada diversa e forse azzardata. Il progetto era nato all’IRCAM di Parigi ed era stato sostenuto dal Centro Camões di quella città. Le più celebri canzoni della grande cantante portoghese vengono riproposte, senza cambiarne neanche una nota, da una voce attuale del fado, Cristina Branco, una delle eredi della grande Amália. Legano le canzoni interludi strumentali, di colore atonale e con un carattere puntillistico tipico dell’avanguardia musicale del secolo passato, presentati da una compagine di venti musicisti, il Divertimento Ensemble, che accanto agli strumenti tradizionali del fado, la chitarra portoghese e la chitarra classica, affiancano strumenti di tradizioni musicali diverse, come la fisarmonica e il cymbalon, un quintetto d’archi, quattro legni e tre ottoni, arpa e percussioni varie. Il tutto è immerso in uno sfondo abbastanza discreto di elettronica dal vivo di Sentieri Selvaggi mdi Ensemble, in cui si mescolano suoni campionati della natura, rumori della città, lacerti della voce di Amália.

Nel buio della sala, come se fossimo ad Alfama, sul rumore di un gocciolio di acque (Alfama deriva dall’arabo al-hamma, le fontane, di cui era ricco questo quartiere tipico di Lisbona), gli strumentisti ad uno ad uno accendono la luce del leggio. Dai loro strumenti escono suoni spezzati, vaganti, che poco per volta si agglutinano nel tema struggente di Foi Deus o Com que voz o Uma lágrima o di una delle tante altre melodie che Cristina Branco ripropone fedelmente. Ma non è la voce di Amália! Forse per soggezione davanti al mezzo orchestrale, alla sua manca il pathos lancinante dell’originale, di quando Amália cantava, sulle parole da lei stessa scritte, «Cheia de penas me deito | e com mais penas me levanto» (mi corico col mio dolore, e con ancor maggior dolore mi alzo) oppure «Não sei, não sabe ninguém | por que canto o fado | neste tom magoado | de dor e de pranto» (Non so, non lo sa nessuno, perché canto il fado con questo tono che fa male, di dolore e di pianto), queste ultime del poeta Alberto Janes. O ancora: «Tudo passei; mas tenho tão presente | a grande dor das cousas que passaram, | que as magoadas iras me ensinaram | a não querer já nunca ser contente» (Tutto ho passato; ma ho ancora così presente il grande dolore delle cose passate, che quelle sofferte collere mi hanno insegnato a non voler mai più esser felice). E queste sono del grande Luís de Camões.

Alla fine la cantante e gli strumentisti spengono una dopo l’altra la luce sul loro spartito e la sala ripiomba nel buio e nel silenzio. Gli applausi del numeroso pubblico richiedono un bis: è Maria Lisboa, l’unica parentesi lieta in tanto oceano di saudade, dove Amália paragona la sua città a una venditrice di pesce, una Maria (nome) Lisboa (cognome) che «tem movimentos de gata, […] algas na cabeleira» e che «vende sonho e maresia», due elementi caratteristici della città lusitana. La maresia, quell’aria profumata di mare che sale dalla Praça do Comércio su per i vicoli della città, si è respirata un po’ anche nella sala del conservatorio torinese.

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