Prosa

Il divorzio

Vittorio Alfieri, Il divorzio

Regia di Beppe Navello

Roma, Teatro Palladium, 22 aprile 2017

«Se il matrimonio Italico è un Divorzio»

Prendere il testo di uno dei nostri più illustri e meno rappresentati drammaturghi e trasformarlo in un meccanismo teatrale infallibile è il risultato ottenuto da Beppe Navello e dai giovani e talentuosi attori della Fondazione Teatro Piemonte Europa i quali riescono a divertirsi e a farci divertire con gli endecasillabi della sesta e ultima commedia scritta dal grande astigiano intorno al 1801. Commedia “stravagante”, intrisa di caustica ironia, quest’opera così disillusa in cui trionfa l’ipocrisia, trova nella lettura farsesca di Navello la dimensione adatta a sfogare lo sdegno sarcastico dell’Alfieri: «O fetor de’ costumi Italicheschi | che giustamente fanci esser l’obbrobrio | di Europa tutta».

Una scena che più spoglia non si può: una semplice cornice inquadra i vivaci tableaux vivants ravvivati dai colorati costumi settecenteschi di Barbara Tomada, comprensivi di velieri e torte sormontanti le parrucche delle due signore. Uno specchio alla fine riflette il pubblico della platea: i Cherdalosi, i Ciuffini, i Piantaguai, i Benintendi, gli Sparati, i Becchini, gli Stomaconi, i Rodibene ancora oggi li vediamo in giro intorno a noi.

L’ultima notte del Rais

Renzo Sicco, L’ultima notte del Rais

regia di Giovanni Boni

Collegno, Stireria dell’ex Manicomio, 17 settembre 2016

Cronaca di una morte annunciata

Come fare del grande teatro con niente, o meglio con un ingrediente indispensabile: tanta intelligenza.

Tratto dall’omonimo testo di Yashmina Kadra, negli spazi ancora inquietanti dell’ex Manicomio di Collegno si viene investiti dalle crude immagini della cattura di Muammar Gheddafi. Poi inizia l’immaginaria ultima conferenza stampa del Rais libico, la notte tra il 19 e il 20 ottobre 2011.

Un tavolo, una sedia, una teiera, un paesaggio sonoro definito dalle percussioni di Vito Miccolis e Roberto Leardi. E un attore di enorme personalità come Sax Nicosia che delinea un personaggio di statura scespiriana che nella sua solitudine ripercorre la propria vita dalla “chiamata divina” ai fasti del potere alla fine. «Con la mia morte sarà l’inizio dell’orrore», dice a un certo punto. Tragica profezia.

Una delle ultime sere di carnovale

Carlo Goldoni, Una delle ultime sere di carnovale

regia di Beppe Navello

Torino, Teatro Astra, 4 marzo 2017

Perfetta messa in scena dell’opera di addio a Venezia di Goldoni

Una concertazione impeccabile di caratteri e voci in un ambiente rarefatto che fa riverberare i suoni di questa meravigliosa lingua vecchia di trecento anni eppure così moderna. Costumi semplicemente perfetti con tocchi geniali: dall’azzurro che sale dal basso come un’aqua granda sulle gonne, sulle brache, sulle gambe delle sedie, ai coriandoli impigliati nei tabarri di tulle. Tutti eccellenti i tredici attori e alla fine si va via con la malinconia di dover lasciare dei vecchi cari amici, tutti quanti. Da Alba a Zamaria, in ordine alfabetico: ci mancherete.

Il sindaco del rione Sanità

Eduardo De Filippo, Il sindaco del rione Sanità

Regia di Mario Martone

Torino, Teatro Gobetti, 22 marzo 2017

La Gomorra di Eduardo

Nell’ultimo spettacolo da direttore del Teatro Stabile torinese, Mario Martone affronta il suo primo Eduardo. Con molta circospezione. Lo avevano frenato fino ad oggi non tanto la potente immagine del nostro maggior drammaturgo, quanto la forza delle sue messe in scena che, dopo le varie versioni televisive, fanno ormai parte dell’immaginario collettivo del nostro paese.

Fin da subito si capisce che questa messa in scena – nata in una palestra abbandonata di una delle periferie di Napoli dal collettivo teatrale NEST (Napoli Est Teatro) – è diversa da tutte quelle che l’hanno preceduta. Oggi i capi della criminalità partenopea sono giovanissimi, ecco quindi la scelta del regista di far interpretare da loro coetanei i personaggi della straordinaria commedia. ‘O Palummiello, prima di venir ferito, si esibisce in un rap struggente e quando finalmente arriva in scena Antonio Barracano, il “Sindaco”, non è il 75enne previsto dal copione, bensì un giovane, scalzo, con la felpa e il cappuccio calato sul capo rasato, come quanti abbiamo visti nei film del filone camorristico. Ma nel momento in cui Francesco di Leva pronuncia le prime parole del suo personaggio, pur nella enorme differenza di età, stile, ambiente, un brivido corre giù per la schiena. Quei suoni arrochiti, quel dialetto qui ancora più stretto, riverberano della voce indimenticata del grande de Filippo.

Tra i velluti e gli stucchi della bomboniera del Gobetti le battute non perdono la loro forza e anche se per ragioni tecniche nella versione torinese è venuta a mancare la geniale invenzione del palcoscenico trasparente sotto il quale si muoveva nervosamente un cane («Malavita, che non è un cane, è una belva»),  il coinvolgimento del pubblico è totale. Il fragore degli applausi fa dimenticare che siamo in un teatro di soli 220 posti e il pubblico non lascia che gli attori abbandonino la scena se non dopo innumerevoli chiamate.