∙
Ernest Chausson, Poème de l’amour et de la mer, per voce e orchestra, op. 19
La Fleur des Eaux
Interlude
La Mort de l’Amour
Maurice Ravel, Valses nobles et sentimentales
I. Modéré – très franc
II. Assez lent – avec une expression intense
III. Modéré
IV. Assez animé
V. Presque lent – dans un sentiment intime
VI. Vif
VII. Moins vif
VIII. Épilogue. Lent
Maurice Ravel, La valse, poema coreografico
Mouvement de valse viénoise
Maxime Pascal direttore, Anna Caterina Antonacci mezzosoprano
Torino, Auditorium RAI Arturo Toscanini, 27 maggio 2021
Una donna vera nel mare simbolista: Chausson e Ravel alla RAI
Come trasformare un’esile figurina liberty, tutta profumi e languori, in una donna di carne e sangue, capace di ferire, ricordare e rassegnarsi: questa è l’impresa riuscita ad Anna Caterina Antonacci nell’ottavo concerto di primavera dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI. Un programma di impeccabile eleganza francese, costruito attorno a due snodi cruciali del passaggio tra Ottocento e Novecento, Ernest Chausson e Maurice Ravel, che ha trovato nella cantante italiana il suo centro emotivo e drammaturgico.
Il Poème de l’amour et de la mer di Chausson è una delle partiture più raffinate e segretamente ardue del simbolismo musicale fin de siècle. Due poesie tratte dalla raccolta omonima di Maurice Bouchor (1876), separate da un interludio orchestrale, formano un arco narrativo che dal ricordo amoroso approda alla disillusione. La gestazione dell’opera fu lunga, quasi tormentata: Chausson la elaborò per circa dieci anni, fino alla prima esecuzione con pianoforte nel febbraio 1893 a Bruxelles, seguita pochi mesi dopo dalla versione orchestrale a Parigi. Un lavoro che sembra nascere da una tensione continua tra parola e suono, tra confessione intima e respiro sinfonico.
Nella prima poesia, La fleur des eaux, il mare è presenza silenziosa e ambigua, testimone di un amore lontano e forse perduto. L’inizio è tutto un gioco di sensuali sovrapposizioni olfattive, in cui i profumi dei lillà si confondono con quelli dei capelli dell’amata; ma ben presto la musica si increspa, il canto si carica di inquietudine, e l’elemento naturale diventa ostile, quasi beffardo. Chausson traduce questo mutamento con una scrittura orchestrale mobile e febbrile, che Antonacci attraversa con intelligenza teatrale, dando peso a ogni parola senza mai indulgere nell’enfasi.
Nel secondo quadro, La mort de l’amour, il processo si rovescia: l’agitazione lascia spazio a una lenta e dolorosa sedimentazione, fino alla rassegnazione finale. «Le temps des lilas et le temps des roses | Avec notre amour est mort à jamais»: versi che rischiano facilmente il manierismo e che invece, nella voce della Antonacci, acquistano una verità quasi spoglia. È qui che la cantante compie il miracolo interpretativo: grazie a una tavolozza timbrica ricchissima, a un fraseggio di aristocratica precisione e a una dizione francese scolpita con naturalezza – il tutto sostenuto dalla scelta di cantare a memoria – la protagonista del Poème smette di essere un’icona decadente e diventa una figura viva, attraversata dal tempo e dalla perdita.
La seconda parte del concerto è interamente orchestrale e affida a Maxime Pascal il compito di cambiare prospettiva, portando l’ascoltatore in un Novecento ormai consapevole della propria modernità. Se nei Valses nobles et sentimentales la sua direzione aveva privilegiato una lettura rarefatta, attenta ai chiaroscuri e alle sospensioni liriche, nel poema coreografico raveliano La valse Pascal accentua la spinta ritmica e la fantasmagorica sapienza strumentale. La partitura prende vita come un organismo pulsante, in cui colori, accenti e incastri timbrici si succedono con una lucidità quasi geometrica, senza mai perdere slancio narrativo.
L’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI risponde con compattezza e brillantezza, confermando una duttilità stilistica che le consente di passare dal simbolismo crepuscolare di Chausson alla modernità scintillante di Ravel senza soluzione di continuità. I copiosi e convinti applausi del pubblico torinese hanno suggellato non solo la qualità degli interpreti, ma anche l’intelligenza di un impaginato prezioso, capace di raccontare, in una sola serata, la metamorfosi del sentimento amoroso e del linguaggio musicale alle soglie del Novecento.
⸪

