Contemporanea

Doctor Atomic

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★★★★★

Un intenso lavoro magnificamente interpretato

Su libretto di Peter Sellars, che ne cura anche la messa in scena e la peculiare regia televisiva, la quinta opera di John Adams debutta a San Francisco nel 2005. Come nelle altre sue opere, Adams si concentra sulla psicologia dei personaggi: Robert Oppenheimer, direttore del Manhattan Project; la moglie Kitty; il fisico ungherese Edward Teller e il generale Leslie Groves, il militare a capo del progetto. Il titolo riecheggia il film di Stanley Kubrick Dr. Strangelove (Il dottor Stranamore, 1964), ma non ne ha l’umorismo nero e graffiante impersonato là dal geniale e quasi omonimo Peter Sellers.

Atto I. Scena 1. Il laboratorio del Progetto Manhattan, Los Alamos, Nuovo Messico. Giugno 1945. Il lavoro sulla bomba atomica si avvicina al suo punto culminante, guidato dal fisico J. Robert Oppenheimer e dal comandante dell’esercito generale Leslie Groves. Dopo la resa della Germania, molti scienziati hanno iniziato a mettere in dubbio la necessità di usare la bomba contro il Giappone. Edward Teller e Robert Wilson sono particolarmente turbati dalle implicazioni morali e sociali e cercano di convincere gli altri a firmare una petizione al Presidente Truman. Oppenheimer li ammonisce. È appena tornato da Washington e descrive la decisione di bombardare le città giapponesi, concentrandosi sugli obiettivi civili. Scena 2. La casa degli Oppenheimer a Los Alamos. Oppenheimer risponde alle domande preoccupate della moglie Kitty con i versi di uno dei loro poeti preferiti, Baudelaire. Per qualche breve istante, i due vengono trasportati nel clima ebbro della poesia. Rimasta sola, Kitty riflette sulle contraddizioni della pace, della guerra e dell’amore. Scena 3. Il sito di sperimentazione “Trinity” ad Alamogordo, New Mexico. 15 luglio 1945. È la notte del test della prima bomba atomica. Un’enorme tempesta elettrica sta sferzando il sito di prova e la bomba, parzialmente armata e issata su un’alta torre, rischia di essere colpita da un fulmine. Il capo meteorologo Frank Hubbard avverte il frustrato generale Groves che tentare il test in queste condizioni è estremamente pericoloso. Il capitano Nolan del Corpo Medico dell’Esercito cerca di far capire a Groves le proprietà tossiche e mortali del plutonio e dell’avvelenamento da radiazioni, che stanno appena iniziando a essere comprese. Quando il panico comincia a farsi strada, il generale congeda tutto il personale per conferire da solo con Oppenheimer. Il fisico ironizza dolcemente con Groves sui suoi problemi cronici di peso e Groves se ne va per dormire un po’. Oppenheimer affronta la sua crisi personale da solo nel deserto, ricordando un sonetto di John Donne che gli ha ispirato il nome del sito di sperimentazione “Trinity”: «Colpisci il mio cuore, Dio trino».
Atto II. Scena 1. La casa degli Oppenheimer. A duecento miglia dal sito del test, Kitty e la sua cameriera indiana, Pasqualita, osservano il cielo notturno alla ricerca di segni dell’esplosione. Pasqualita controlla di tanto in tanto il bambino degli Oppenheimer che dorme. Kitty riflette ancora una volta sulla guerra, sulla morte e sulla resurrezione dello spirito. Interludio orchestrale. Pioggia sulle montagne Sangre de Cristos. Katherine Oppenheimer, di sette mesi, si sveglia piangendo. Pasqualita la consola cantando una ninna nanna. Scena 2. Il sito dei test. Mezzanotte del 16 luglio 1945. Tutto il personale è stato allontanato dall’area dell’esplosione. Wilson e Jack Hubbard sono alla torre della bomba, per effettuare le misurazioni dell’ultimo minuto ordinate da Groves. Entrambi sono molto preoccupati di testare la bomba nel bel mezzo di una tempesta elettrica. Nel bunker di osservazione, gli scienziati discutono della possibilità che la detonazione possa innescare una reazione a catena incontrollata che porti alla distruzione dell’atmosfera terrestre. Oppenheimer sostiene che un tale risultato non è possibile. Con la pioggia che continua a scendere, Groves ignora tutti gli avvertimenti sulla tempesta e Oppenheimer ordina a tutti di prepararsi per il colpo di prova alle 5.30 del mattino. Scene 3 e 4. Groves è tormentato dal timore di un sabotaggio, mentre Oppenheimer è in uno stato di estremo esaurimento nervoso. Tutti aspettano, ognuno assorto nei propri pensieri. Gli uomini fanno scommesse, cercando di indovinare la resa della bomba. Oppenheimer sorprende tutti con la sua previsione pessimistica, e persino Groves non riesce a nascondere la sua fede calante. Improvvisamente, il cielo notturno si riempie di una terrificante visione di Vishnu, come descritto nella Bhagavad Gita: “Alla vista di questo, la tua forma stupenda, piena di bocche e di occhi… terribile con le zanne… quando ti vedo, Vishnu… con le tue bocche spalancate e gli occhi di fiamma fissi, tutta la mia pace se ne va; il mio cuore è turbato”. Allo zero meno dieci minuti, viene sparato un razzo di avvertimento e suona una sirena. Poi scoppia la tempesta e il cielo sopra Ground Zero si schiarisce improvvisamente. Un altro razzo di avvertimento viene lanciato e, allo zero meno 60 secondi, un terzo segnala il conto alla rovescia finale. Il Campo Base assomiglia a un avamposto di morti: file di scienziati e personale dell’esercito distesi a faccia in giù in fosse poco profonde. Non c’è movimento né sussurro di attività, solo il ritmico conto alla rovescia trasmesso dall’altoparlante. A zero meno 45 secondi, un ingegnere preme l’interruttore del timer automatico. I circuiti di innesco iniziano ad attivarsi. “Zero meno uno”. C’è un silenzio inquietante e poi inizia un’era.

La musica è meccanica, impersonale, frenetica nella prima scena in cui si prepara l’ordigno. A tratti ricorda certi ritmi incessanti di Janáček o di Philip Glass. Le corsette e i saltelli della coreografia di Lucinda Childs sono quelli già visti in Einstein on the beach. Melodica, quasi sentimentale è invece la musica della seconda scena, con la moglie di Robert Oppenheimer, Kitty, e la sua struggente «Am I in your light?» (1). Dopo una parentesi di quiete, scena terza, in cui l’arrogante generale mostra un inaspettato lato debole del suo carattere, l’atto termina con un pezzo di sublime bellezza in cui Oppenheimer è solo con l’ordigno e la sua coscienza. L’aria «Batter my heart» sulle parole di John Donne (il 14° dei suoi Holy Sonnets) si può considerare una delle pagine più ispirate della musica moderna, qui stupendamente interpretata dal baritono canadese Gerald Finley, creatore della parte.

Come una luna minacciosa, la sfera dell’ordigno incombe sulla scena del secondo atto mentre l’orizzonte si veste di colori sinistri. Kitty è in preda a funeste visioni mentre sulle pianure di Los Alamos infuria la tempesta in una tensione insopportabile e finalmente inizia il conto alla rovescia, il primo della storia. A pochi minuti dall’ora zero il tempo in scena si dilata, un altro intervallo di quiete, questa volta affidato alle voci femminili e poi su una tensione crescente l’esplosione, che però è solo luminosa e l’orchestra piano piano tace e l’opera termina sulle parole di una donna sopravvissuta a Hiroshima: «Datemi acqua, acqua per i miei bambini».

Registrata ad Amsterdam nel 2007 questa recita ha come protagonisti gli stessi del debutto, a parte Kitty che qui è l’intensa Jessica River. Ecco quindi Eric Owens come il generale Groves, Richard Paul Fink come Teller e James Maddalena come Hubbard. Tutti molto compresi nella parte. Della magnifica resa di Gerald Finley si è detto. Lawrence Renes dirige l’orchestra filarmonica olandese.

Ricchi gli extra contenuti nel bluray.

(1) Anche l’altro personaggio femminile, la bambinaia Pasqualita, è occasione per portare un po’ di sentimento in questo mondo tutto maschile.

Written on Skin

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★★★★★

Un moderno sconvolgente capolavoro

Il caso di questo lavoro del 2012 è emblematico della situazione dell’opera (e della cultura in generale) nel nostro paese, il cosiddetto paese del melodramma. Mentre qui si parla di chiusura dei teatri e le opere moderne vengono trascurate dalle programmazioni di quelli che rimangono in piedi ed eventualmente ignorate o vituperate dal pubblico, oltralpe un’opera come Written on Skin è un tale successo che dopo il suo debutto ad Aix-en-Provence viene ripresa a furor di popolo a Londra, Vienna, Parigi e in molte altre città d’Europa, con scene di assalto alle biglietterie ed episodi di bagarinaggio che qui non conosciamo più da tempo memorabile.

Prima opera su grande scala del compositore inglese George Benjamin (classe 1960), su libretto di Martin Crimp, è basata su una storia del trovatore catalano Guillem de Cabestany (1162-1212), ripresa anche nel Decameron (giornata quarta, novella nona): un ricco castellano incarica un giovane di miniare un manoscritto, ma il ragazzo e la moglie si innamorano e il marito allora ammazza il giovane e ne fa mangiare il cuore alla donna la quale poi si uccide.

Parte I. Scena 1: Coro degli angeli. Il coro ci riporta a 800 anni fa, quando i libri erano “scritti sulla pelle”, e introduce i protagonisti: il Protettore (un ricco proprietario terriero) “dedito alla purezza e alla violenza” e Agnès, sua moglie, sua “proprietà”. Uno degli angeli si trasforma nel Ragazzo, un miniatore di manoscritti. Scena 2: Il Protettore, Agnès e il Ragazzo. Il Protettore chiede al Ragazzo di creare un libro che celebri la sua vita, mostrando i suoi nemici all’Inferno e la sua famiglia in Paradiso. Il ragazzo mostra al Protettore un campione del suo lavoro. Agnès non si fida del ragazzo ed è scettica sulla creazione di immagini che ritraggono la loro vita, ma le sue obiezioni vengono respinte dal Protettore. Scena 3: Coro degli angeli. Gli Angeli ricordano la brutalità del racconto biblico della Creazione e la sua ostilità verso le donne. Scena 4: Agnés e il ragazzo. All’insaputa del marito, Agnès visita il laboratorio del ragazzo per vedere come si fa un libro. Quando il ragazzo mostra un’immagine di Eva, Agnès ride e lo sfida a creare un’immagine di una donna reale, che possa desiderare sessualmente. Scena 5: Il Protettore, John e Marie. Con l’avvicinarsi dell’inverno, il Protettore riflette sul mutato atteggiamento di Agnès. Non parla e non mangia quasi mai, gli volta le spalle e finge di dormire la notte. Marie e John (sorella e cognato di Agnès) arrivano in visita. Marie è scettica sull’idea di scrivere un libro e si chiede perché il ragazzo sia trattato come un membro della famiglia. Il Protettore si arrabbia: difende il ragazzo e il suo libro e minaccia di vietare a Marie e John di entrare nella sua proprietà. Scena 6: Agnès e il ragazzo. Quella sera, il ragazzo va a trovare Agnès nella sua stanza da sola e le mostra un quadro del tipo che lei desiderava. All’inizio non lo riconosce, ma a poco a poco capisce che l’immagine dipinta, una donna su un letto, è la sua. Guardano insieme il quadro e Agnès si offre al ragazzo.
Parte II. Scena 7: Il brutto sogno del Protettore. Il Protettore sogna che il suo popolo si sta ribellando al libro e che si vocifera di una pagina segreta in cui Agnès è raffigurata mentre stringe il ragazzo nel letto. Scena 8: Il Protettore e Agnès. Il Protettore si sveglia dal sogno e raggiunge Agnés, che sta alla finestra a guardare gli uomini del Protettore che bruciano i villaggi. Chiede al marito di toccarla e baciarla, ma lui è disgustato dalla sua richiesta e dice che deriva dalla sua infantilità. Arrabbiata per essere stata chiamata bambina, Agnés sfida il marito ad andare dal Ragazzo e “chiedergli cosa sono”. Scena 9: Il Protettore e il ragazzo. Nel bosco, il Protettore affronta il Ragazzo e gli chiede con chi va a letto e se si tratta di Agnès. Volendo proteggere Agnès, il ragazzo mente e dice che va a letto con Marie. Soddisfatto, il Protettore torna a casa e dice ad Agnès che il ragazzo va a letto con “quella puttana di tua sorella”. Scena 10: Agnès e il ragazzo. Credendo alla storia del Protettore, Agnés accusa il ragazzo di averla tradita, ma il ragazzo spiega di aver mentito per proteggerla. Agnès dice che stava proteggendo solo se stesso. Dice al ragazzo che se la amasse davvero, direbbe la verità e punirebbe il Protettore per aver trattato Agnès come una bambina. Chiede al ragazzo di creare un’immagine che distrugga il compiacimento del marito. Parte III. Scena 11: Il Protettore, Agnés e il ragazzo. Il ragazzo mostra alla Protettrice e ad Agnès alcune pagine del manoscritto, tra cui immagini di atrocità. Il Protettore chiede di vedere immagini del Paradiso, ma il Ragazzo risponde che queste immagini sono il Paradiso e si chiede se il Protettore vi veda la propria famiglia e i propri beni. Agnès chiede di vedere le immagini dell’Inferno. Il ragazzo le presenta una pagina di scrittura, frustrando Agnès perché, in quanto donna, non le è mai stato insegnato a leggere. Il ragazzo se ne va, lasciando il Protettore e Agnès con questa “pagina segreta”. Scena 12: Il Protettore e Agnès. La Protettrice legge la “pagina segreta”. Il ragazzo ha scritto una descrizione dettagliata della sua relazione con Agnès. Questo fa infuriare il Protettore, ma soddisfa Agnès perché dimostra che il ragazzo ha fatto esattamente ciò che lei voleva. Ignorando la rabbia del marito, gli chiede di mostrarle la parola amore. Scena 13: Coro degli angeli e il Protettore. Gli Angeli descrivono la crudeltà di un Dio che crea l’uomo con desideri contrastanti, facendolo “vergognare di essere umano”. Il Protettore va nel bosco e uccide il Ragazzo. Scena 14: Il Protettore e Agnés. Il Protettore cerca di riaffermare il suo controllo su Agnès. Seduta a un lungo tavolo, la costringe a mangiare un pasto per dimostrare la sua obbedienza. Il Protettore le chiede ripetutamente che sapore abbia il cibo e si infuria quando lei risponde che è buono. Poi le rivela che ha mangiato il cuore del ragazzo. Agnese proclama che nessun atto di violenza le toglierà di bocca il sapore del cuore del ragazzo. Scena 15: Il ragazzo/Angelo 1. Il ragazzo riappare come Angelo e mostra un’altra immagine: Agnès, sospesa a mezz’aria. Il Protettore si era avventato su di lei con l’intento di ucciderla, ma prima che potesse farlo, lei si era tolta la vita gettandosi dal balcone. Scena 15: Il ragazzo/Angelo 1. Il ragazzo riappare come Angelo e mostra un’altra immagine: Agnès, sospesa a mezz’aria. Il Protettore si era avventato su di lei con l’intento di ucciderla, ma prima che potesse farlo, lei si è tolta la vita gettandosi dal balcone. Tre angeli dipinti a margine si rivolgono al pubblico.

Come l’enigmatico giovane di Teorema di Pasolini, il ragazzo/angelo di Written on skin porta la sua promiscua carica erotica nella casa scompigliando la vita dei suoi abitanti. La truculenta storia è narrata in novanta minuti senza intervallo di musica che, come in un film dalla tensione spasmodica, si insinua nell’azione e ti tiene avvitato alla poltrona dalla prima nota al finale teso sugli spettrali suoni della glasharmonica.

Il blu-ray riporta la registrazione dello spettacolo a Londra alla Royal Opera House del marzo 2013. La bellissima scena su due livelli di Vicki Mortimer è divisa in distinti ambienti: quelli moderni e illuminati dalla luce di lampade fluorescenti, dove si preparano gli angeli che interagiscono con gli umani e fungono da servi di scena dei personaggi, e quelli, fiocamente illuminati, della scura abitazione dell’uomo e della donna.

La regista Katie Mitchell fa interagire i personaggi, che parlano in terza persona, con grande intensità, ma bisogna dire che il suo compito è agevolato dalla bravura e dalla personalità degli interpreti, eccezionali attori e cantanti.

La stupefacente duttilità della voce di Barbara Hannigan si presta a dipingere il ritratto della moglie analfabeta e sottomessa che scopre la sua sensualità tra le braccia del ragazzo. Una parte scritta apposta per le sue eccezionali doti di vocalità. Il baritono Christopher Purves è perfetto come marito che dall’indole inizialmente dimessa scoppia alla fine in una vendetta omicida e in una crudeltà insensata. L’angelo ha la voce ultraterrena e dai purissimi melismi del giovane controtenore Bejun Mehta.

La geniale partitura, qui diretta dall’autore stesso, è di cristallina bellezza nei suoi colori strumentali e nelle evocative sonorità. La purezza delle linee vocali rimanda talora al Pelléas et Mélisande di Debussy.

Magnifica la regia video di Margaret Williams che non solo si destreggia con abilità tra le scene simultanee, ma prende a prestito da Hitchcock certe angolazioni di ripresa che gli spettatori in platea non vedono.

Come bonus un’introduzione di Pappano all’opera e un’intervista al compositore.

Moby-Dick

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★★★★☆

Spettacolare messa in scena del romanzo di Melville

A quanto mi risulta stranamente nessuna opera in musica è stata mai tratta dall’epica narrazione di Melville. Questa, presentata a Dallas nel 2010, è quindi la prima versione musicale ed è la quinta opera del compositore Jake Heggie nato in Florida nel ’61.

Atto I. Scene 1-4. Giorno uno: La baleniera Pequod è in mare da una settimana. Il Capitano Achab è solo sul ponte prima dell’alba. Sottocoperta la maggior parte dell’equipaggio sta dormendo. Il ramponiere Queequeg prega e sveglia Greenhorn (l’Ismaele del romanzo, ribattezzato per l’opera), che è un solitario e un esordiente nella caccia alle balene. L’alba sorge e la chiamata è fatta per “tutto l’equipaggio!” L’equipaggio alza le vele della nave. Starbuck, Stubb e Flask parlano di Achab, che nessuno ha visto da quando il Pequod ha lasciato Nantucket. Dopo che l’equipaggio ha cantato di balene, ricchezza e casa, il capitano Achab appare all’improvviso. Racconta loro di Moby Dick, la balena bianca che gli ha staccato una gamba. Quindi inchioda un doblone d’oro all’albero maestro e lo promette all’uomo che per primo avvista Moby Dick. Achab spiega che la vera ragione del viaggio è trovare e distruggere questa balena, e grida «Morte a Moby Dick!». L’equipaggio è entusiasta di questo grido, a eccezione del primo ufficiale, Starbuck. Starbuck si confronta con Achab su cosa sia questa missione, considerandola futile e blasfema. Starbuck mette in guardia Greenhorn sui pericoli della caccia alle balene. Starbuck pensa che non rivedrà mai più sua moglie e suo figlio. Successivamente, sopraffatto dall’emozione, ordina a Queequeg di completare la lezione. Stubb avvista un branco di balene, ma Achab proibisce all’equipaggio di cacciarle, dal momento che Moby Dick non è stato ancora avvistata. Starbuck ordina all’equipaggio di salpare e manda Greenhorn alla vedetta in testa d’albero. Queequeg poi si unisce a Greenhorn. Al tramonto Achab guarda la scia della nave e riflette che la sua ossessione lo priva di ogni godimento della bellezza, lasciandolo solo con l’angoscia. Queequeg e Greenhorn rimangono in testa d’albero. Sul ponte Starbuck si lamenta dell’ossessione di Achab. Scene 5-7. Secondo giorno: tre mesi dopo. Sono passati tre mesi senza una sola caccia alle balene per l’equipaggio del Pequod. Stubb scherza con il giovane mozzo nero Pip sugli squali che circondano la nave. L’intero equipaggio si impegna in una danza. Tuttavia le crescenti tensioni emergono e portano a una pericolosa lotta razziale. Greenhorn vede improvvisamente un nuovo branco di balene. Starbuck finalmente convince Achab a lasciare che gli uomini cacciano. Starbuck e Stubb arpionano le balene, ma la barca di Flask si capovolge e Pip si perde in mare. A bordo del Pequod l’equipaggio macella un’enorme balena e versa l’olio nelle fornaci accese. Flask dice ad Ahab della ricerca di Pip, ma Achab pensa solo a trovare Moby Dick. L’equipaggio immagina Pip perso e in difficoltà. Flask dice a Starbuck che molti barili di petrolio stanno perdendo. Starbuck va sottocoperta per dire ad Achab che devono trovare un porto per le riparazioni. Achab, preoccupato solo per Moby Dick, ascolta impassibile il rapporto di Starbuck. Starbuck si rifiuta di andarsene. Achab afferra un moschetto e ordina a Starbuck di inginocchiarsi. Greenhorn grida che Pip è stato avvistato. Achab ordina a Starbuck di andarsene. Sul ponte l’equipaggio sente da Greenhorn come Queequeg ha salvato Pip. Gli uomini tornano al lavoro. Greenhorn chiede a Starbuck di aiutare Pip, che è sconvolto. Starbuck ignora le suppliche. Vedendo la realtà della vita in mare, Greenhorn decide di fare amicizia con Queequeg. Starbuck torna alla cabina di Achab e lo trova addormentato. Prende il moschetto di Achab e prende in considerazione l’uccisione di Achab, pensando che farlo potrebbe permettergli di rivedere sua moglie e suo figlio. Achab grida nel sonno. Starbuck rimette a posto il moschetto e lascia la cabina.
Atto II. Scene 1-3: Giorno tre: un anno dopo. Mentre si avvicina una grande tempesta, Stubb, Flask e l’equipaggio intonano un simpatico canto di lavoro. Nella testa d’albero, Greenhorn e Queequeg parlano di viaggiare insieme verso la sua isola natale. Greenhorn vuole imparare la lingua di Queequeg e scrivere le loro avventure. Queequeg crolla improvvisamente e l’equipaggio lo porta sottocoperta. Achab dice che prenderà lui stesso il controllo della testa d’albero, perché vuole vedere Moby Dick per primo. Sottocoperta, Queequeg dice a Greenhorn che sta morendo e chiede che gli venga costruita una bara. Pip inizia a cantare un lamento, al quale si unisce Greenhorn. La tempesta ora circonda il Pequod. Achab canta con aria di sfida, mentre i fulmini inghiottono la nave e gli alberi risplendono dei fuochi di Sant’Elmo. Achab chiede che gli uomini mantengano i loro posti, affermando che la fiamma bianca è un segno dal cielo per guidarli verso Moby Dick. Questo rincuora di nuovo l’equipaggio, con sgomento di Starbuck. Scene 4-7. Giorno quattro: la mattina dopo Il Pequod ha superato la tempesta. Da lontano, Gardiner, capitano della Rachel, un’altra baleniera, implora aiuto per cercare suo figlio di 12 anni che si è perso nella tempesta. Achab rifiuta. Pip risponde a Gardiner del ragazzo perduto di del Pequod, poi si ferisce. I vestiti di Achab sono macchiati del sangue di Pip. Achab ordina alla nave di salpare, lasciando indietro Gardiner. Achab riflette sul Dio senza cuore che devasta così tante vite e battezza il suo nuovo arpione con il sangue di Pip. Sottocoperta, Greenhorn vede la nuova bara di Queequeg e contempla lo stato della nave e dell’equipaggio. Sul ponte Achab e Starbuck guardano l’orizzonte. Achab descrive i suoi quarant’anni in mare e tutto ciò che ha lasciato, e si chiede a quale scopo, una domanda cui non può rispondere. Vede negli occhi di Starbuck la dignità umana, che lo tocca. Cogliendo l’attimo, Starbuck tenta di persuadere Achab che la nave dovrebbe tornare a Nantucket e l’equipaggio tornare dalle loro famiglie. Achab sembra sul punto di cedere, ma poi vede Moby Dick all’orizzonte. Nell’eccitazione che ne segue, le barche baleniere vengono ammarate. Achab guarda di nuovo negli occhi Starbuck e gli ordina di rimanere a bordo. L’equipaggio conferma la sua lealtà ad Achab. Durante l’inseguimento, Moby Dick distrugge due baleniere in successione, affogando i loro equipaggi. La balena poi sperona il Pequod, che affonda. La balena attacca poi la barca baleniera di Achab. Tutti tranne Achab saltano o cadono. Finalmente solo con la balena bianca, Achab grida e pugnala Moby Dick, prima di venire trascinato in mare.
Epilogo: Molti giorni dopo. Greenhorn galleggia sulla bara di Queequeg, a malapena vivo, cantando la preghiera di Queequeg. Gardiner chiama, pensando di aver ritrovato il figlio scomparso. Invece si rende conto che Achab e tutti, tranne uno dell’equipaggio del Pequod sono annegati. Gardiner chiede a Greenhorn il suo nome. Greenhorn risponde: “Chiamami Ismaele”.

L’ambiente marino e i personaggi tutti maschili potrebbero richiamare certi lavori di Britten, e in effetti i cori e la vocalità del capitano Ahab, una parte da tenore che avrebbe potuto coprire Peter Pears, ricordano il compositore inglese, ma gli slanci melodici del canto e l’orchestrazione lussureggiante si avvicinano maggiormente allo stile da musical o alla canzone americana per cui l’opera oscilla stranamente tra Billy Budd e South Pacific.

Il libretto di Gene Scheer è fedele allo spirito del romanzo e fa svolgere tutta la vicenda a bordo della nave “Pequod” da dopo che è salpata da Nantucket fino al suo inabissamento in seguito alla folle caccia al mitico leviatano bianco. Momenti clou dello spettacolo sono i contrasti fra il capitano e il primo ufficiale e la caccia finale, ma non mancano momenti di tenerezza soprattutto quando in scena sono il polinesiano Queequeg e il piccolo Pip, qui soprano en travesti. L’opera finisce con quel «Call me Ishmael» (Chiamatemi Ismaele) che è la prima frase del romanzo di Melville.

Per il suo allestimento il regista Leonard Foglia fa un uso primario di videografica per gli elementi naturali e di proiezioni laser con cui disegnare la baleniera e le scialuppe. L’effetto è sorprendente e si inserisce a meraviglia sulla musica.

La ricca e piacevole partitura è portata brillantemente alla luce dal direttore dell’orchestra dell’opera di San Francisco (dove è avvenuta la ripresa dell’opera) Patrick Summers. Come si è detto Ahab è un tenore e il suo canto declamato è sostenuto da Jay Hunter Morris, il Sigfrido nell’ultimo Ring al Metropolitan di New York. Personaggio antagonista di Ahab, come nel libro, è il primo ufficiale Starbuck, un autorevole e convincente Morgan Smith. Il novizio Ishmael è un particolarmente toccante Stephen Costello.

142 minuti di musica su due tracce audio, sottotitoli e interviste agli interpreti e al compositore.

The Tempest

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Thomas Adès, The Tempest

★★★★★

New York, Metropolitan Opera House, 10 novembre 2012

(live streaming)

La magia del teatro

Commissionata dalla Royal Opera House Covent Garden e coprodotta dai teatri di Copenhagen e Strasburgo, la seconda opera di Thomas Adès ha avuto il suo debutto nel 2004 a Londra. Da allora ha già visto cinque diverse produzioni e la presente registrazione del Metropolitan di New York è stata trasmessa live.

Il libretto di Meredith Oakes è una riduzione del testo dell’omonima commedia, testamento spirituale di Shakespeare e suo addio alle scene nel 1611. Vi si narra dell’usurpato duca di Milano, Prospero, che esiliato su un’isola utilizza le sue arti magiche per riportare la figlia Miranda al posto che le spetta. Il libretto è abbastanza fedele al testo di Shakespeare, ma ne trasforma i solenni pentametri in più maneggevoli distici rimati e con termini più moderni.

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Atto I. Miranda, figlia del mago Prospero, chiede informazioni sulla nave che ha appena visto naufragare durante una tempesta ed approdare sulle spiagge dell’isola in cui sono reclusi da 12 anni. Prospero le rivela la verità sulla loro vita: in passato egli era Duca di Milano, ma, in seguito a una congiura ordita da suo fratello Antonio e dal Re di Napoli Alonso, è stato cacciato con sua figlia, all’epoca in fasce, ed abbandonato su una nave, che approdò proprio sull’isola in cui si trovano. Prospero, versato nelle arti magiche, ha piegato alla sua volontà il selvaggio Caliban, figlio della strega un tempo padrona dell’isola, e Ariel, spirito dell’aria, e con l’aiuto di quest’ultimo ha causato il naufragio della nave, che aveva a bordo la corte di Napoli, di ritorno dal matrimonio della figlia del Re. Prospero intende avere giustizia del torto che hanno subito lui e sua figlia, e separa Alonso dal figlio Ferdinand, di cui ben presto Miranda si innamora, contro il volere paterno, che lo imprigiona, temendo in lui una spia di Napoli.
Atto II. La Corte di Napoli, approdata in un’altra parte dell’isola (e spiata da Prospero ed Ariel, invisibili), si stupisce che il naufragio non abbia causato danni né alla nave né all’equipaggio ai passeggeri, eccezion fatta per Ferdinand, che il Re, suo padre, crede annegato. Invano il consigliere Gonzalo, Sebastian, fratello del Re, ed Antonio cercano di consolare l’animo tormentato di Alonso: anzi, grazie agli inganni di Ariel, la corte crede che Antonio canzoni il dolore del Re, che sta per essere quasi linciato dai nobili, ma l’entrata in scena di Caliban inquieta tutti presenti. Caliban cerca, tra i nobili naufraghi (che lo canzonano e lo deridono) degli alleati per potersi vendicare di Prospero e riottenere il dominio dell’isola: solamente il buffone Trinculo e il servo Stefano, perennemente ubriachi, decidono di prestargli ascolto e attenzione, pregustandosi già, in base ai racconti del selvaggio, l’unione con Miranda, descritta come una bellezza impareggiabile. La stessa Miranda intanto allevia le sofferenze di Ferdinand, e il giovane le giura eterno amore. Prospero, malinconicamente, osserva i due giovani, non visto.
Atto III. Mentre Caliban cerca di raggiungere la grotta del padrone con i due servi buffi, la corte di Napoli, stremata dal viaggio, cade vittima di un sonno incantato. Antonio, rimasto sveglio con Sebastian, cerca di convincerlo ad uccidere suo fratello, per poter avere il trono di Napoli, destinato a Ferdinand. Proprio mentre i due uomini fanno per fare una mattanza del Re e della sua corte, la voce di Ariel risveglia Gonzalo e i nobili, impedendo l’omicidio; Prospero è disgustato dalla malvagità che non ha abbandonato il cuore del fratello, e decide di preparare un altro incantesimo per tormentarlo. Ariel fa comparire di fronte alla corte un banchetto ricchissimo, che non riescono a toccare, poiché lo spirito, sotto forma di un’arpia, rinfaccia ad Alonso ed Antonio i loro delitti. Ferdinand e Miranda, intanto, comunicano a Prospero la loro intenzione di sposarsi, che accetta di buon grado, poiché spera di riappacificare le dinastie di Milano e Napoli. Grazie all’aiuto di Ariel, la congiura di Caliban, Stefano e Trinculo viene sventata, e i tre vengono resi inoffensivi. Il mago si prepara quindi al gran finale: si mostra all’antico rivale, e gli restituisce il figlio, sposato con Miranda. Prospero perdona ai suoi traditori (ma Antonio non si lascia intenerire, e si dimostra sempre ostile nei confronti del magnanimo fratello), riacquista il suo ducato, e parte dall’isola con la corte, abbandonando le pratiche magiche, lasciando sull’isola il solo Caliban. 

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Sulla musica dell’opera scriveva a suo tempo Christopher Fox su “The Musical Times”: «Per questo compositore l’opera lirica è ancora un valido mezzo espressivo. [The Tempest] si mostra come un’opera lirica e funziona come tale […] L’azione musicale è continua, ma divisa in sequenze sceniche ben distinte […] Invece di attribuire ai personaggi carte di identità musicali differenziate, c’è un sistema evolutivo e fluido di caratterizzazione in cui gli stili vocali sono più importanti dei motivi conduttori. Luoghi e posizioni sociali sono importanti quanto le personalità individuali: l’isola è rappresentata dagli accompagnamenti ondulanti dei legni e degli archi, mentre la corte milanese è delineata da una scrittura più declamatoria sostenuta dagli ottoni».

Thomas Adès non è certo un musicista d’avanguardia, tuttavia manovra con grande abilità stilemi dell’avanguardia stessa, mescolandoli ai tratti espressivi di altri grandi maestri dell’opera, come Berg e Janácek, ma anche Britten, del quale Adès ha raccolto l’eredità anche come direttore artistico (carica che ha mantenuto fino al 2008) del Festival di Aldeburgh. Qui dirige lui stesso la partitura.

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Robert Lepage, che aveva già messo in scena precedentemente otto diverse produzioni del dramma shakespeariano a teatro, ambienta la storia in un settecentesco Teatro alla Scala di cui Prospero è impresario. Ambiente ideale per inscenare le sue pratiche magiche e per dare corpo alla musica come personaggio in sé, incarnato da Ariel che qui ha la voce di quel fenomeno vocale e acrobatico che è Audrey Luna che canta nel registro più acuto del soprano. Se Ariel non tocca mai il suolo, al contrario Caliban  (il bravissimo Alan Oke) striscia sempre sulla terra.

Simon Keenlyside riprende il ruolo in cui aveva debuttato nella produzione originale e che Adès aveva scritto per le sue doti vocali e sceniche. Il suo Prospero, a cui sono stati sottratti i libri e quindi ha le formule magiche tatuate sul corpo, è autorevole e umano allo stesso tempo con una linea di canto impegnata in un arioso perenne che risolve con grande eleganza. Eccellente si dimostra il resto del cast: i due giovani bellissimi amanti Miranda (Isabel Leonard) e Ferdinand (Alek Shrader), Toby Spence (Antonio), Iestyn Davies /Trinculo) e John del Carlo (Gonzalo).

In rete è disponibile una dettagliata analisi dell’opera.

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The Black Rider

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Tom Waits, The Black Rider

testo di William Burroughs, messa in scena di Robert Wilson

costumi di Frida Parmeggiani

produzione del Thalia Theater di Amburgo

1992 Teatro Carlo Felice di Genova

Pop opera, “Theatrical musical fable” nella definizione degli autori, evento teatrale indimenticabile.

«Per i primi cinque minuti la gente aveva sorrisi tirati: si guardava intorno cercando complicità e con l’aria di dire “Cosa ci facciamo qui?”. Ma poco dopo, l’altra sera, anche il pubblico iperconservatore del Carlo Felice (quasi tutti abbonati) si è sciolto e si è lasciato trascinare dai ritmi rock di Tom Waits e ha ceduto al fascino delle sue ballate folk. Si è innamorato delle canzoncine che rifacevano il musical degli anni ’30. Ha accettato il suo gioco sgangherato, e insieme colto, di rimandi e citazioni. […] Un musical molto speciale figlio di tre padri. William Burroughs, il santone della “beat generation”, tornato d’attualità con Il pasto nudo tradotto in film da Cronenberg, che ha scritto il testo. Bob Wilson, il freddo mago visuale, che lo ha allestito. Tom Waits, il musicista trasgressivo, che lo ha musicato. Storia faustiana, già fonte di ispirazione per Il franco cacciatore di Weber, […] nelle mani di Waits, Burroughs e Wilson questa vicenda […] si trasforma in una storia gotica dai risvolti contemporanei. Burroughs, che alla fine degli anni ’50 in preda agli allucinogeni uccise la moglie giocando a Guglielmo Tell, l’ha caricata di colori autobiografici: il patto col diavolo diventa un gioco pericoloso con la droga; spesso nel testo “pallottola” e “dose” si confondono. Cosi l’ultima pallottola, quella che uccide Kate, è anche l’ultima dose: quella prima di smettere, quella che ti frega. Waits ha scritto musiche trascinanti affidate a un’orchestrina fracassona ma anche capace di citazioni wagneriane. Wilson ne ha fatto uno spettacolo raffinatissimo di luci, ricco di suggestioni visive saldamente piantate nell’espressionismo tedesco anni ’20, ma con incursioni nel circo, nel teatro Nō e nella nostra contemporaneità. Gli attori del Thalia Theater che cantavano in inglese e recitavano in tedesco (ma c’erano i sottotitoli in italiano) han dato prova di grande bravura. Primo fra tutti Dominique Horwitz, cioè Gamba-di-legno, l’allucinato diavolo-pusher destinato sicuramente ad entrare nell’immaginario gotico di questa fine secolo accanto a Frank-N-Furter, il travestito di Rocky Horror Show e all’intrattenitore di Cabaret». (Sergio Trombetta)

In rete è disponibile la registrazione dello spettacolo durante le Festwochen di Vienna del 1990.