Novecento

Cavalleria rusticana

Del-Bono-8912-1024x682

Pietro Mascagni, Cavalleria rusticana

Napoli, Teatro di San Carlo, 15 luglio 2012

Metti una recita di Cavalleria Rusticana al Teatro di San Carlo a Napoli in una calda serata di luglio. Ancor più calda l’emozione. Pippo Delbono, che firma la regia dello spettacolo, a sipario chiuso e con l’o  rchestra schierata in buca, presenta a modo suo lo spettacolo:

«Buonasera. Scusate l’intromissione. Sono il regista di questo spettacolo. Prima di cominciare volevo raccontarvi due piccole storie legate alla Pasqua, la festa ricorrente di quest’opera. Un giorno camminavo in un paese abbandonato in Sicilia. Un paese che era stato distrutto da un terremoto molti anni prima. In quel paese tutto era rimasto uguale, fermo, immobile come se il tempo si fosse fermato là, in quell’attimo del terremoto. I palazzi conservavano ancora intatti i segni di un’eleganza antica ma erano sprofondati nella terra. E in quel piccolo paese distrutto dal terremoto avevo trovato un piccolo agnello pasquale di stoffa, nascosto tra le macerie. Ora quell’agnellino di stoffa lo conserva come una reliquia Bobò, il mio vecchio piccolo attore sordomuto rimasto per cinquant’anni rinchiuso nel manicomio di Aversa e che da molti anni vive con me. Libero. E poi un’altra storia, legata alla Pasqua. Una sera di poco tempo fa, mentre stavo preparando la Cavalleria Rusticana, ero con mia madre. Guardavamo dalla finestra il fuoco della Pasqua nella piazza della Chiesa del piccolo paese dove sono nato. Qualche giorno dopo mia madre se ne è andata. Per sempre. E quella sera in quella veglia pasquale in quel fuoco io e lei vedevamo la resurrezione, vedevamo la vita, la morte. Vedevamo la nostra separazione. Ricordo una poesia che studiavamo da piccoli a scuola:

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro
Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto
Ma nel cuore
nessuna croce manca
È il mio cuore
il paese più straziato. (1)

Grazie e scusate ancora questa mia intromissione»

Ed ecco che il sipario si apre e il ‘paese più straziato’, nella scenografia di Sergio Tramonti un’immensa camera rossa povera e sontuosa allo stesso tempo, appare in tutto il suo angosciante incombere. «Un lamento d’amore terribile, eccitante e doloroso. Il nucleo della Cavalleria è quello stato interiore che corrisponde alla passione quando diventa distruttiva. Per questo lo spettacolo sarà ambientato in una stanza rosso sangue che può sembrare un inferno o una chiesa, e che in realtà è un luogo della mente, la parte più oscura e pericolosa di noi». E quando il regista si fa personaggio e comincia ad aprire tutte le porte laterali da cui, improvvisa, esplode la luce, regala suggestioni immediate a un’atmosfera visionaria e decisamente surreale.

Nulla resta a evocare gli aranci olezzanti, le allodole cinguettanti tra i mirti in fiore, i campi con le spighe d’oro del libretto. C’è già tutto il dramma che sarà, non importa che sia un dì di festa. Nella poesia di Ungaretti la perdita e il lutto sono fortemente presenti e si ricollegano magicamente alla scena finale con Delbono che si avvicina alla madre di Turiddu – qui un’affranta Elena Zilio – e le porge la mano, un appiglio per non lasciarsi risucchiare dal mare delle lacrime, dal dolore della tragedia appena compiuta. Margherita, la mamma di Pippo, è mancata da poco. Un’altra straziante intrusione della realtà biografica del regista nei suoi spettacoli.

Poco meno di trenta minuti dello spettacolo diretto da Pinchas Steinberg, ripreso da una telecamera fissa, sono disponibili in rete.

(1) Giuseppe Ungaretti, San Martino del Carso

Candide

6a00d83451c83e69e200e54f850a5b8834-800wi

Leonard Bernstein, Candide

direzione di John Axelrod, messa in scena di Robert Carsen

produzione del Théâtre du Chatelet di Parigi

2007 Teatro alla Scala di Milano.

Evento emblematico della provincialità italiana per la serie infinita di polemiche dovute alla censura preventiva esercitata dal sovrintendente del teatro alla Scala Stéphane Lissner – non si sa se più ossequiente al potere locale milanese o a quello romano del Vaticano – che definisce la messa in scena di Carsen «non in linea con la produzione artistica del teatro». Una brutta pagina del nostro intendere la libertà di espressione e il valore della cultura.

«Robert Carsen rende piena giustizia all’irriverenza mordace, demolitrice ed irrefrenabile dell’originale [di Voltaire], adattando insieme a Ian Burton il libretto di Hugh Wheeler. Diverte e funziona pienamente l’idea di mettere in parallelo la perdita dell’ottimismo da parte del protagonista con la perdita dell’ottimismo che gran parte del mondo prova nei confronti degli Stati Uniti. E, a dimostrazione del bisogno di mantenere la satira attuale, va detto che tutte le nuove produzioni di Candide hanno sempre alterato il contenuto e la struttura dell’opera di Leonard Bernstein e Lillian Hellman, un inno alla libertà di pensiero contro il soffocante maccartismo degli anni Cinquanta. […] I parallelismi sono sorprendenti: la casa più importante della Wetsphalia (divenuta Westfailure [fallimento dell’occidente] è la Casa Bianca), guerre, “titanici” naufragi, terremoti, auto da fé e, su tutto, la scena, intelligente, briosa e divertente della barcarolle dei cinque sovrani (peraltro mai messa in scena), dove Blair, Bush, Putin, Chirac e Berlusconi, in mutande (ognuno del colore della propria bandiera nazionale), galleggiano su un mare inondato di petrolio e rifiuti, se la suonano e se la cantano, alla faccia del popolo. Tutto è inquadrato dalla televisione e, come in televisione, le scene cambiano in rapida sequenza, come se si passasse da un canale all’altro. La pièce è ancora attualissima e, dopo avere riso e sorriso, rimane, giustamente, l’amaro in bocca, quando, sul finale del migliore dei mondi possibili e del coltivare il proprio giardino, sfilano le immagini delle devastazioni provocate dall’uomo sulla Terra, quando lo spettacolo si era aperto con le immagini del “sogno americano” negli anni Cinquanta. Un pugno allo stomaco che rende risibili e sciocche le polemiche su Berlusconi in mutande, regolarmente in scena senza la paventata e oscurantista censura preventiva (seppure è scomparsa dall’originale una battuta sui preti pedofili). E dopo avere assistito impotente alle onde di petrolio sul mare, alle fabbriche inquinanti, al disboscamento selvaggio, ai ghiacciai che si sciolgono, al deserto in cui vagano popoli affamati e assetati, Voltaire/Lambert Wilson si volta verso il pubblico e chiede “Any question?”». (Francesco Rapaccioni)

Un DVD con una buona registrazione dello spettacolo allo Châtelet si può acquistare qui.