La gazza ladra

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★★★☆☆

La terza Gazza di Pesaro

Nel 2007 al Rossini Opera Festival viene allestita una nuova edizione de La gazza ladra, l’opera che ne aveva inaugurato la prima edizione nel lontano 1980 con Gavazzeni sul podio. Una seconda edizione pesarese fu quella del 1989 con Ricciarelli, Ramsey, Matteuzzi e Gelmetti. Questa quindi è la terza versione del dramma semiserio ad arrivare sulle scene marchigiane. Sotto la bacchetta del compositore stesso, l’opera nel 1818 aveva inaugurato il Teatro Nuovo di Pesaro, l’odierno Teatro Rossini.

Atto primo. Cortile della casa del ricco fittaiuolo Fabrizio Vingradito. Qui si sta preparando la festa per il ritorno dalla guerra di Giannetto, figlio di Fabrizio e di Lucia, promesso sposo di Ninetta, la cameriera. Una gazza, racchiusa nella gabbia, ripete il nome di Ninetta, la quale, orfana di madre, deve procacciarsi da vivere servendo, poiché il padre, Fernando Villabella, è costretto in guerra. Ninetta torna dalla collina con un canestro di fragole, pensando al suo incontro con l’amato Giannetto. L’unione dei due giovani è favorita da Giannetto, mentre è osteggiata da Lucia, che si lamenta con Ninetta della perdita di una forchetta. Una sinfonia campestre annuncia l’arrivo di Giannetto, che va subito incontro alla ragazza. Mentre Lucia, Fabrizio e Giannetto escono, Ninetta scopre che il padre, Fernando, è entrato in casa di nascosto. Questi le narra di essere fuggito dal carcere, dopo esservi stato rinchiuso e condannato a morte per un diverbio con il proprio capitano. Ninetta si commuove al racconto, quando improvvisamente vede arrivare il podestà che, sapendo Ninetta sola in casa, vuole approfittarne. In casa e vede il padre di Ninetta che, travestito da mendicante, finge di dormire. Ninetta intuisce il pericolo e cerca di far fuggire Fernando; ma egli non ha danari, solo una posata, che incarica Ninetta di vendere portandogli il ricavato nel bosco, sotto un castagno. Il podestà sta per smascherare Fernando, ma grazie all’astuzia di Ninetta non vi riesce. Invitato a uscire, Fernando assiste, nascosto dietro una colonna, alle profferte che il podestà rivolge a Ninetta: sdegnato, lo invita a vergognarsi e a rispettare l’innocenza di Ninetta, la quale caccia il podestà, che giura vendetta nei confronti della ragazza. La gazza intanto scende sulla tavola, rapisce una posata e vola via. Sentendo arrivare Isacco, il merciaiuolo, Ninetta ne approfitta per vendere subito la posata datale dal padre. Rientrata a casa, Lucia conta le posate d’argento e con stupore si accorge che manca un cucchiaio. Sbotta: oggi manca un cucchiaio, ieri una forchetta; vuol dire che ci sono dei ladri, suggerisce il podestà. Ninetta piange, perché già teme di essere accusata, e la legge è severa con i ladri domestici: pena capitale. Tutti si chiedono chi possa essere il ladro e la gazza risponde: Ninetta. Al podestà non par vero di poter processare colei che gli ha opposto rifiuto: subito siede al tavolino, facendo una relazione scritta di quanto accaduto, anzitutto le generalità di Ninetta: nome del padre, Fernando Villabella, dice Ninetta. Il podestà capisce che Ninetta ha tentato di nascondere sotto falso nome il padre, che altri non era che il mendicante. La ragazza, messa alle strette, cerca un fazzoletto per asciugare le lacrime, ma dalla tasca escono i soldi ricavati dalla vendita della posata del padre. Lucia chiede ragione del denaro e Ninetta dice di aver venduto qualcosa a Isacco, che viene chiamato a testimoniare. Il podestà ritira il denaro e interroga Isacco, che dice di aver comprato un solo cucchiaio con una forchetta, ormai già venduta; ricorda però le lettere incise sopra: FV, Fernando Villabella, uguali a quelle di Fabrizio Vingradito. Non c’è scampo per Ninetta, che viene condotta in prigione.
Atto secondo. Nel vestibolo delle prigioni della podesteria. Ninetta dalla cella chiama Antonio, il carceriere, chiedendogli di poter vedere Pippo, l’unico che potrebbe portare il denaro promesso a Fernando. Sopraggiunge Giannetto, che invita Ninetta a scagionarsi e a svelare la provenienza della posata data a Isacco. Ma Ninetta non può: scagionarsi significherebbe tradire il padre. Nel frattempo il podestà chiama Ninetta e le dice che se si arrenderà alle sue preghiere la libererà dal carcere; Ninetta una volta di più rifiuta. Intanto un rullo di tamburi annuncia la sessione del tribunale. All’oscuro della tragedia occorsa alla figlia, Fernando si reca presso il castagno dove Ninetta avrebbe dovuto riporre il denaro e, non trovando nulla, comincia ad avere cattivi presentimenti; chiede notizie a Lucia, la quale lo mette al corrente della situazione, dicendogli che Ninetta verrà in breve giudicata dal tribunale. Fernando rimane attonito e Lucia inizia a pentirsi di essere stata la cagione di tanto dolore. La scena si sposta nella sala del tribunale, dove si raccolgono i voti del giudizio di Ninetta; annunciata da una musica tetra, giunge la sentenza di condanna a morte. Mentre Ninetta è tratta al supplizio, entra impetuosamente Fernando, offrendo il suo sangue al posto di quello della figlia, ma il pretore è inflessibile: Ninetta salirà al patibolo e suo padre sarà rinchiuso in carcere. Intanto, vicino all’orto di Fabrizio, Pippo, dopo aver riposto nel castagno il denaro per Fernando, conta le sue monete: la gazza ne ruba una, volando sul campanile; Pippo e Antonio si gettano al suo inseguimento. Il corteo che scorta Ninetta si avvia verso il luogo dell’esecuzione, accompagnato da una marcia funebre. Pippo, salito sul campanile, ritrova la posata rubata dalla gazza, la stessa per la quale Ninetta stava andando a morte. Antonio e Pippo cercano di fermare il corteo, scampanando a martello; Ninetta viene rilasciata, di fronte alla tangibile prova della sua innocenza. Anche Fernando, per ordine del monarca, è liberato dal carcere. Giannetto e Ninetta vengono uniti in matrimonio, tra l’esultanza di tutti e lo scorno del podestà.

Per quanto riguarda la vicenda a nessun librettista o romanziere savio di mente sarebbe venuta in mente una storia così strampalata e improbabile. Ci ha pensato la realtà! C’è stato infatti un periodo nella storia della nostra sciagurata umanità in cui il più piccolo furto domestico veniva punito con la pena capitale – e non bisogna risalire neanche tanto nel tempo: questo accadeva nell’ancien régime spazzato poi via dalla rivoluzione di luglio. E nel 1815, allorché al Théâtre de la Porte Saint-Martin si dà per la prima volta il mélodrame in prosa La pie voleuse ou La servante de Paliseau di D’Aubigny e Caigniez, la memoria di quel tempo era ancora viva tra il pubblico parigino.

Ciò non toglie che Giovanni Gherardini faccia molto per farci digerire la vicenda e il suo libretto oscilla pericolosamente tra la farsa («Il nappo è di Pippo | la pipa e la poppa | il pecchero accoppa | le pene del cor») e la tragedia («Ah qual colpo! … Già d’intorno | sibilar la morte ascolto. | Già dipinto nel suo volto | miro il duolo ed il terror!») con versi di rara bruttezza. «Il libretto è versificato da un poeta di fresca data ed in conseguenza mi fa impazzire» scrive Rossini alla madre in una lettera del 19 febbraio 1817, tre mesi prima del debutto alla Scala dell’opera che ebbe un enorme successo, grazie certamente alla personalità dell’interprete principale, la primadonna Teresa Giorgi-Belloc. Dopo 27 repliche il lavoro rossiniano partì per Verona, Venezia, Firenze e Pesaro per poi rimanere costantemente in repertorio per tutto l’Ottocento fino ad essere interpretato da altre primedonne, Maria Malibran e Adelina Patti.

Parlare di psicologia dei personaggi è del tutto incongruo: il nero vilain non ha sfumature di grigio; la protagonista accetta senza un minimo moto di ribellione la sua assurda condanna; a pochi minuti dalla fine Lucia, la moglie di Fabrizio, che ha innescato la vicenda, inopinatamente si pente e il librettista spreca un altro personaggio per far portare la grazia del re a favore di Fernando, il padre di Ninetta.

E Rossini cosa fa di tutto questo guazzabuglio? Lo avvolge in una musica che ancora una volta si volge al futuro. Come fa spesso, sperimenta e i suoi risultati verranno messi a maggior profitto in opere più mature: i complessi concertati a cinque, sei, sette voci; i duetti rapinosi; le marce che sembrano fare il verso a quelle di Spontini (c’è chi si è spinto a citare Mahler addirittura), ma che presagiscono già il grand-opéra a venire. Fin dalla sinfonia, la più nota e più sviluppata di tutte le sue sinfonie, si scorge questo gusto per il nuovo nel voler presentare temi che saranno utilizzati nel corso dell’opera, cosa che Rossini fa molto raramente.

Da un regista come Damiano Michieletto diciamo subito che ci saremmo aspettati un trattamento più trasgressivo del lavoro di Rossini (chissà cosa ne avrebbe fatto Dario Fo…). Invece il regista veneziano consegna un allestimento che ha un’unica idea: la vicenda è il lavoro onirico di una ragazzina che nel sogno fa la parte della gazza ladra. Tutto qua. La presenza della ragazzina-acrobata per tutto il corso dell’opera è a tratti fastidiosa e le sue movenze “sul ritmo della musica” imbarazzanti. Non si fa così “regia sulla musica”.

Per il resto neanche Michieletto riesce a dare spessore psicologico ai personaggi e quello che rimane del suo spettacolo è puramente l’aspetto visivo: le bellissime luci, i colori iperrealisti e la stilizzata scenografia formata dai cilindri di un gioco infantile (ma esiste davvero un giocattolo del genere?) che ingigantiti diventano elementi architettonici, cannoni, prigione. Come la pioggia e l’acqua del secondo atto sembrano però trovate senza spiegazione logica nella drammaturgia dell’opera.

Gli interpreti sono sollecitati in ruoli piuttosto impegnativi e se la cavano egregiamente: da Mariola Cantarero, una sentimentale Ninetta, a Michele Pertusi, vampiresco Podestà a Manuela Custer a Paolo Bordogna. Di Dmitrij Korčak  non si può che lodare l’impegno, ma che fatica gli acuti… (tutt’altra cosa è il Giannetto di Lawrence Brownlee della ripresa bolognese dello spettacolo, funestata ahimè da scioperi). Su tutti quanti svetta la superba prestazione scenica e vocale di Alex Esposito, padre che condensa furore, amore filiale e sdegno per i soprusi del potente in un grande personaggio.

Il direttore Lü Jia sembra maggiormente a suo agio nelle scene drammatiche dove l’orchestra, qui la Haydn di Bolzano e Trento, ha colori talora inusitati per l’epoca.

Immagine granulosa nei colori scuri. Sembra che il blu-ray non sia servito per immagazzinare immagini più definite, ma solo per utilizzare un solo disco invece dei due necessari a contenere gli oltre 200 minuti di musica. Nessun extra e un opuscolo miserello.

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