Médée

Médée-Bâle-2

Marc-Antoine Charpentier, Médée

★★★☆☆

Basilea, 21 gennaio 2015

(live streaming)

Una Médée quasi splatter

104 anni prima di Cherubini Marc-Antoine Charpentier mette in musica la vicenda di Medea (1). Il 4 dicembre 1693 all’Opéra di Parigi viene infatti rappresentata Médée su libretto di Thomas Corneille – fratello del più famoso Pierre il quale aveva scritto la tragedia omonima nel 1635 – e unica tragédie-lyrique di Charpentier. In platea il re Luigi XIV in persona accorda la sua benevola approvazione all’opera del maître de musique del duca di Chartres.

Il re Créon crede che l’unione tra la figlia Créüse con Jason, fuggito dalla Tessaglia per chiedere asilo a Corinto, possa favorirlo. Ma la moglie di Jason, Médée, è un impedimento e il popolo per di più teme le stregonerie della donna. Créon quindi le ordina di lasciare il paese, ma quando questa scopre che il marito ha intenzione di consolarsi con la figlia del re, si prende una terribile vendetta: una veste avvelenata per Créüse, l’infanticidio dei figli avuti con Jason, la morte di Créon e la distruzione della sua città tanto per chiudere in bellezza.

La partitura ha colori scuri e la sobria orchestrazione fa affidamento prevalentemente sugli archi con momenti affidati ai flauti o ai timpani. I lunghi recitativi cesellati in una declamazione piena di finesse sono interrotti da rare arie o più frequentemente da ensemble a due o a tre voci. Non mancano momenti di grande pathos, come quando Médée rimasta sola ha capito che l’amore di Jason non esiste più e si abbandona a un lacerante lamento, «Quel prix de mon amour, quel fruit de mes forfaits!», seguito da un’aria furiosa, «Dieux, témoins de la foy que l’ingrat m’a donnée», mentre con la successiva «Noires filles du Stix, divinitez terribles» fa entrare in scena la magia dell’incantesimo infernale.

Tre anni dopo la versione di Haïm/Audi a Parigi, la Médée di Charpentier viene allestita a Basilea con la direzione di Andrea Marcon e la messa in scena di Nicolas Brieger. La regia attualizza la vicenda senza però convincere: il loft di lusso che occupa metà del palcoscenico, l’altra metà curiosamente destinata all’orchestra, sembra la scena per una vicenda borghese di un marito stanco della moglie legittima che perde la testa per una più giovane signorina e per i primi tre atti madame Médée si muove come in una delle tante sitcom televisive. Col quarto atto avviene la trasformazione in strega malvagia con demoni che qui indossano l’abito di paillettes con cui Médée farà fare una fine da horror alla rivale Créüse. Il problema è che il testo di Corneille è molto più complesso e, a parte l’eliminazione dell’imbarazzante prologo encomiastico, quasi un terzo dei versi rimanenti viene tagliato riducendo così la mitica vicenda a un dramma moderno che ha perso molto della complessità dello spettacolo barocco senza però farci scoprire nulla di nuovo. Sintomatico è il finale. Secondo la didascalia «Medea si allontana volando sulle ali di un drago e nello stesso momento le statue e tutti gli altri ornamenti del palazzo si infrangono. Si vedono demoni uscire da tutte le parti che danno fuoco al palazzo con torce. I demoni spariscono, cala la notte e l’edificio non è più che rovine e mostri, dopodiché scende una pioggia di fuoco».

Ovviamente niente di tutto ciò avviene in scena, anche se qui è il solo momento con una sua efficacia di questo allestimento. Vediamo infatti Médée entrare in ascensore, la porta si chiude e poi si riapre. Il vano è invaso dalle fiamme, dei corpi vengono calati con corde sul fondo mentre al proscenio Jason stringe a sé i corpi insanguinati dei figli.

In questo cast è presente una babele linguistica (cèca, svedese, italiana, tedesca, inglese, giapponese, portoghese, brasiliana e colombiana le diverse nazionalità degli interpreti) che non prevede neanche un cantante di lingua francese! E il risultato si sente: la dizione ha tutte le sfumature dal volonteroso all’improponibile ed è un problema per un’opera che deve alla forza della parola, più che alla piacevolezza delle melodie, la ragion d’essere.

Degna erede della Popp, Magdalena Kožená è una Médée intensa che tocca corde inusitate negli ultimi atti pur con una vocalità sempre controllata. Ottimo stilista è Anders J. Dahlin, haute-contre e lo stesso Jason della produzione parigina del 2012. Meike Hartmann è l’infelice Créüse e Créon il non sempre a suo agio nella lingua di Corneille Luca Tittoto.

L’orchestra La Cetra di Basilea diretta da Andrea Marcon stende il suo velo sonoro sotto voci che non sono sempre pienamente in sintonia con lo stile della tragédie-lyrique francese.

(1) Non sarà certo né la prima né l’ultima: tra le tante intonazioni di un testo tratto dalla tragedia di Euripide ricordiamo la cantata di Jean-Philippe Rameau, le tre Medee dei compositori tedeschi Benda, Naumannì e von Winter (tutti prima di Cherubini),  nell’Ottocento quella degli italiani Mayr e Pacini, nel Novecento quella di Reimann.

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