L’amico Fritz

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 Pietro Mascagni, L’amico Fritz

★☆☆☆☆

Venezia, 29 maggio 2016

(live streaming)

«Mai letto un libretto scemo come questo» (Giuseppe Verdi)

Seconda opera di Mascagni, dopo l’enorme successo di Cavalleria rusticana il compositore imbocca una strada diametralmente opposta, la commedia borghese e idilliaca di L’amico Fritz. Qui dietro il testo non c’è il Verga, e il libretto di P. Suardon (anagramma di N[icola] D’Aspuro) è metricamente sghembo e di una banalità sconfortante – la solita storia dello scapolo impenitente, Fritz, su cui viene fatta la scommessa che alla fine si sposerà; Fritz cede infatti alle lusinghe di Suzel, la figlia del suo fattore, e così in dote alla sposa andrà generosamente la vigna guadagnata dal rabbino David che ha vinto la scommessa.

Il testo è tratto dal romanzo L’ami Fritz (1864) di Erckmann-Chatrian, pseudonimo di Émile Erckmann e Pierre-Alexandre Chatrian, prolifica coppia di scrittori alsaziani, la cui opera esalta il realismo rustico inteso come epopea popolare. I loro sono «libri semplici, chiari, utili, scritti nella lingua che tutti comprendono, si troveranno nella mani del popolo e così si rinnoverà la letteratura francese: da aristocratica diventerà popolare. Occorre scrivere per il popolo o rassegnarsi, a perire sotto i plebesciti dell’ignoranza», come scrivevano nel 1871.

Quasi trent’anni dopo la pubblicazione del romanzo – l’opera di Mascagni debutta infatti a Roma nel 1891 – il lavoro dei due francesi risulta invecchiato e la musica del compositore livornese non riesce nel miracolo che era riuscito a Cavalleria. L’intonazione di un testo pieno di baroccini, allegre boscaiuole, gaî rosignuoli, bionde molinare, viole mammole e ciliegie roride risulta altrettanto stucchevole con non pochi momenti di noia mortale. Che poi la scrittura risulti armonicamente interessante non basta a rendere il lavoro più appetibile.

Sull’infatuazione di Gustav Mahler per quest’opera, come per la Fedora o per altri lavori vituperati dalla critica moderna, ci sarebbe poi da scrivere un libro. L’esaltazione del direttore e compositore austriaco è nettamente controbilanciata dai giudizi negativi di Verdi, Gavazzeni e Rubens-Tedeschi – quest’ultimo ha dedicato al libretto un suo scritto uscito nel centenario della prima rappresentazione del lavoro di Mascagni.

Riproposta alla Fenice sotto la vigorosa direzione di Fabrizio Maria Carminati, la produzione dà una lettura senza sottintesi della vicenda. Oleografiche le scene claustrofobiche e piatte di Massimo Checchetto: cartoline bidimensionali in cui sono costretti a muoversi i personaggi, altrettanto psicologicamente bidimensionali. Coerenti con questa lettura i costumi disneyani (Suzel sembra una Biancaneve in Panno Lenci) e le luci fisse di un eterno meriggio.

Alessandro Scotto di Luzio, tenore di buona voce, non riesce neanche a lui di dare spessore al personaggio inconsistente di Fritz. Piacevole e seducente nel timbro è Teresa Iervolino nel ruolo di Beppe lo zingaro, funzionale come David il baritono Elia Fabbian.

Confesso che non ho mai apprezzato Carmela Remigio né per il timbro né per l’espressione sempre troppo manierata. Qui poi è completamente fuori parte poiché il ruolo di Suzel richiede un’ingenuità e una leggerezza di emissione che il soprano abruzzese non riesce ad ottenere.

Della regia di Simona Marchini, come ribattere alla sua apodittica affermazione: «È come l’avrebbe voluta Mascagni»? Certo, se Mascagni avesse voluto una regia senza idee e sentimenti, convenzionale e piatta questa sarebbe perfetta.

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