Belshazzar

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★★★★★

Lo Händel più maturo risplende in questo oratorio

Nel 1745 Händel ha da tempo abbandonato la composizione di opere italiane – l’ultima è stata Deidamia nel 1741 – per scrivere oratori in lingua inglese. Cambia la lingua, ma lo stile musicale è quello dell’opera ed ecco perché sempre più spesso i suoi oratori vengono eseguiti in forma scenica.

Presentato al King’s Theatre di Londra il 27 marzo di quell’anno su testo di Charles Jennes, lo stesso librettista del Messiah, Belshazzar si basa sul racconto biblico (Daniele I 5-6) della caduta di Babilonia per mano di Ciro il Grande e della conseguente liberazione del popolo ebraico.

La storia si situa nel 539 a.C. nella Babilonia governata dal re Baldassarre. La città è assediata da Ciro, principe dei Medi e dei Persiani. Atto primo. Nitocri, madre di Baldassarre, medita sulla vanità dei valori umani e intuisce la caduta imminente del regno di suo figlio. Il profeta Daniele conferma i suoi timori e la incoraggia nella sua fede nel dio degli ebrei. Nella scena seguente i babilonesi dall’alto delle mura della città irridono gli assedianti. Ciro, ispirato da un sogno che racconta al suo aiutante di campo Gobria, si propone di deviare il corso dell’Eufrate per penetrare nella città attraverso il letto prosciugato liberando così anche gli ebrei tenuti in schiavitù dopo la deportazione voluta da Nabuccodonosor, il padre di Baldassarre. L’invasione è prevista per la notte del festino dato in onore del dio del vino Sesach nel corso della quale i babilonesi tradizionalmente si ubriacano. Daniele rilegge le profezie di Isaia e Geremia che annunciano la caduta di Babilonia e il ritorno degli ebrei a Gerusalemme. L’ultima scena è nel palazzo reale dove avviene il festino in cui Baldassarre decide di bere nei vasi sacri rubati a Gerusalemme. Nitocri e gli ebrei sono inorriditi e tentano invano di riportare il re alla ragione. Atto secondo. I persiani riescono a entrare nella città nel momento in cui il festino è al suo culmine e Baldassarre sfida apertamente il dio degli ebrei. È allora che si vede apparire una mano che scrive sul muro della reggia queste tre parole: «Mene, Tekel, Phares». Davanti all’incapacità dei maghi di Baldassarre a interpretare questi segni egli fa venire Daniele, che vi legge la fine imminente del re così come il passaggio del suo regno ai Medi e ai Persian. Nitocri invita il figlio al pentimento. Ciro ringrazia Dio per il successo della sua invasione e ingiunge alle sue truppe di evitare ogni massacro. I persiani rendono omaggio al loro sovrano illuminato. Atto terzo. Nitocri in alternanza i suoi timori e le sue speranze di vedere il figlio pentito. L’annuncio dell’arrivo di Ciro rende euforici gli ebrei che celebrano la vittoria. Nel frattempo Baldassarre continua il suo festino blasfemo. Nella scena finale si viene a sapere che Baldassarre e i suoi uomini sono stati uccisi. Ciro dichiara la fine dei combattimenti e offre la sua protezione al popolo babilonese. Daniele mostra a Ciro la profezia di Isaia e gli chiede di completarne la realizzazione. Ciro giura di ricostruire la città e il tempio di Gerusalemme e di lasciar partire gli ebrei per la loro terra natale. L’oratorio termina con un coro di lode.

Caduto presto in oblio, il lavoro di Händel è stato ripreso solo un secolo dopo in Inghilterra, mentre ora è sempre più spesso eseguito sia in forma oratoriale che scenica, come avviene con questo Belshazzar prodotto originariamente alla Staatsoper di Berlino e approdato con immenso successo al Festival di Aix-en-Provence nel 2008.

Con la suggestiva scena minimalista di Roland Aeschlimann, il regista Christof Nel costruisce uno spettacolo memorabile in cui ogni particolare ha un significato preciso. L’inesauribile cornucopia di tesori musicali del lavoro è resa al meglio dall’orchestra dell’Akademie für Alte Musik con i suoi strumenti antichi e la direzione attentissima e ispirata di René Jacobs. Il direttore belga si prende alcune libertà con lo spartito händeliano, come quando utilizza solisti per alcune parti del coro, ma gli è concesso tutto vista la sua immensa competenza con questa musica e poi dal punto di visto della rappresentazione è più che giustificato. In scena non si possono immaginare interpreti migliori: il tenore Kenneth Tarver è lo stralunato re blasfemo, Rosemary Joshua dipana con eccelso stile le arie della regina, il magnifico controtenore Bejun Mehta è l’ispirato Ciro, Neal Davies rifulge nella piccola ma preziosa parte di Gobria. Forse per salvare la verità scenica si sarebbe preferito anche per Daniele un controtenore, anche se il mezzosoprano Kristina Hammarström  en travesti è eccellente. Il coro si alterna nelle parti degli ebrei,  dei babilonesi e dell’esercito di Ciro e qui il RIAS Kammerchor non ha eguali per superlativa proprietà vocale e straordinaria presenza scenica. Un altro degli elementi che hanno portato al trionfo della serata.

La regia video di Don Kent coglie al meglio le immagini dello spettacolo.

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