Divine parole


Ramón María del Valle-Inclán, Divine parole

Regia di Damiano Michieletto

Milano, Piccolo Teatro

26 aprile 2015

Sangue e fango

Nella scena di Paolo Fantin lo Studio Melato del Piccolo di Milano si trasforma in una palude di fango. Qualche schizzo arriva anche agli spettatori della prima fila. Inutilmente il prete sistema passerelle per arrivare mondo all’altare bianco abbagliante.

Divinas palabras di Ramón María del Valle-Inclán è la storia di un branco di emarginati che lottano gli uni contro gli altri per sopravvivere al di fuori di ogni valore umano. Quasi una parabola pasoliniana dalla visionarietà goyesca, essendo pasoliniana l’atmosfera religiosa che pervade la pièce, anche se qui è una religiosità furibonda, folcloristica, ossessionata dalla morte ma nello stesso tempo piena dell’orrore cattolico per la vita.

Il personaggio sempre presente in scena è il bambino nano e idrocefalo che la madre porta in giro per spillare qualche elemosina ai passanti. Morta lei, fratello e sorella si contendono il carrozzino, fonte di guadagno. Rapito dalla donna e fatto ubriacare il bambino muore sbranato dai maiali. Le parole del titolo sono quelle pronunciate per fermare il tempo della lapidazione della donna nel finale: «qui sine peccato est vestrum, primus in illam lapidem mittat».

La prima regia di Michieletto per il Piccolo non è passata inosservata.

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