Mese: giugno 2017

Götterdämmerung

 

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Richard Wagner, Götterdämmerung

Venezia, Teatro la Fenice, 4 luglio 2009

Il Crepuscolo alla discarica

Il Reno è scomparso lasciando un’immonda discarica di rifiuti in questo allestimento di Robert Carsen del Crepuscolo degli dèi.

Con una lettura pacifista ed ecologista coerente con quella delle precedenti giornate, il regista canadese ambienta la vicenda dei Ghibicunghi in una dittatura militare. Tutto il resto al di fuori di questo ordine violento è abbandonato a sé stesso, è lo scenario caotico di una guerra persa: le tre Norne vivono avvolte in funi e gomene in una soffitta piena di oggetti in disuso (dietro un telo si intravede anche il tronco del “frassino del mondo”), la montagna di Brunilde è un campo cosparso di relitti bellici, Sigfriedo non è che l’ombra dell’eroe che era un tempo, le figlie del Reno sono lacere e sporche come il letto inquinato del fiume e il rito purificatore finale non è affidato alle fiamme dell’olocausto il cui bagliore si vede nel fondo, ma a una pioggia liberatoria che rinnova il mondo dopo le menzogne di quello effimero costruito dagli dèi.

Sul podio un magnifico Jeffrey Tate, direttore congeniale alla musica di Wagner, che evidenzia l’anima lirica e i dettagli dei seducenti impasti timbrici della mastodontica partitura. Tra gli interpreti il Sigfrido di Stefan Vinke dagli acuti sicuri seppure spesso stentoreo, la Brunilde di Jayne Casselman un po’ affaticata e l’elegante Gutrune di Nicola Beller Carbone. Efficace caratterizzazione di Alberich quella di Werner van Mechelen.

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foto © Michele Crosera

Věc Makropulos (L’affare Makropulos)

Leoš Janáček, Věc Makropulos

★★★★☆

Venezia, Teatro la Fenice, 23 marzo 2013

Tutt’altro che sporadici i rapporti de La Fenice col teatro di Janáček, fin dal lontano 1941 con Gina Cigna come Kostelnička in Jenůfa, a seguire poi con Da una casa di morti in due diversi allestimenti nel 1973 e nel 1985, ai più recenti La volpe astuta di Pountney (1999 sotto la tenda del Tronchetto), Káťa Kabanová ancora di Pountney (2003 sempre al Tronchetto) e la rara Šarka di Olmi nel 2009. Ora è in scena L’affare Makropulos con la direzione di Gabriele Ferro, la regia di Robert Carsen e le scene di Rado Boruzescu.

Proveniente dall’Opéra National du Rhin di due anni prima e con una consumata attrice qual è Ángeles Blancas Gulín nel ruolo titolare, questo Makropulos rende un commosso omaggio al teatro dell’opera e alla sua illusione: la protagonista è sì una cantante lirica, ma qui la vicenda plurisecolare della donna inizia e si conclude in un palcoscenico teatrale. Durante l’introduzione orchestrale vediamo Elina Makropulos, in abiti cinquecenteschi, bere la pozione del padre per poi ripercorrere freneticamente i ruoli che ha interpretato nella sua sterminata vita e, cambiando abito e parrucca, diventare diva del barocco e poi del bel canto, Violetta, Manon, Tosca, Marschallin, Lulu… Nel corso dell’opera sarà Turandot (1), ma nel finale la rivedremo sola in scena, negli abiti cinquecenteschi e dopo aver stracciato la formula dell’elisir di lunga vita, avviarsi verso le luci abbaglianti della ribalta sul fondo mentre il sipario si apre ancora una volta davanti a lei. Non è l’elisir che dà l’immortalità, sembra suggerire Carsen, ma il teatro, l’arte stessa.

(1) L’opera di Puccini era andata in scena postuma lo stesso anno dell’Affare Makropulos.

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L’affare Vivaldi

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Federico Maria Sardelli, L’affare Vivaldi

2015 Sellerio Editore, 298 pagine

La vicenda del ritrovamento delle opere lasciate da Vivaldi alla sua morte è talmente inverosimile che solo la realtà poteva inventarla. A raccontare questa incredibile storia è il musicologo-esecutore-direttore Federico Maria Sardelli che, mettendo insieme i documenti esistenti, ricostruisce una vicenda così intricata.

I dodici densi capitoli si alternano cronologicamente fino a convergere ai nostri giorni: quelli dispari riguardano le traversie veneziane (1740, 1741, 1778, 1780) e genovesi (1893), quelli pari gli avvenimenti del secolo scorso in Piemonte negli anni del fascismo.

Il compositore veneziano morì il 28 luglio 1741 mentre era a Vienna, ma il suo tesoro di manoscritti in calle dei Fabbri era già atto prontamente messo in salvo dal fratello un anno prima. Quando nell’agosto 1741 vengono sequestrati tutti i beni a causa dei tanti debiti lasciati dall’abate Antonio Vivaldi, nell’appartamento in cui si aggirano come fantasmi le due sorelle c’è ben poca roba e i due armadi “dipinti alla cinese” in cui il compositore custodiva la sua musica inedita risultano vuoti. I preziosi manoscritti erano stati portati in un posto sicuro e ora potevano essere venduti al senatore Jacopo Soranzo, bibliofilo e collezionista – il primo di una catena di proprietari che a un certo punto dividerà a metà il lotto ereditato. La riunione e la ricomparsa del tesoro, che ha permesso di riscoprire un autore che era stato quasi totalmente dimenticato, è raccontata con estrema arguzia e brillante erudizione dall’autore, esperto di musica barocca e tra i massimi studiosi delle opere del prete rosso.

È anche la storia dei tanti tesori che abbiamo qui in Italia e che troppo spesso trascuriamo. Ed è una storia di uomini “giusti”, di menti illuminate. Fortunatamente è una storia a lieto fine, una delle non molte.