Le baruffe chiozzotte

 

Carlo Goldoni, Le baruffe chiozzotte

Regia di Jurij Ferrini

Torino, Teatro Gobetti 21 novembre 2017

Goldoni up-do-date

Che strano ambiente quello di Titta Nane, Padron Toni, Toffolo, Lucietta, Checca e di tutti gli altri personaggi de Le baruffe chiozzotte: non ci sono genitori, non ci sono figli. Qui sono tutti fratelli/sorelle/cognati. E sono quai tutti novizzi, a parte Isidoro, il “Coadiutore del Cancelliere Criminale”. I maschi in mare per mesi, le femmine a fare merletti al tombolo e a sognare il donzelón: «Co una putta xé granda, se ghe fa el donzelón. E co la gh’ha el donzelón, xé segno che i soi i la vol maridare».

Goldoni per una volta smette di portare in scena la borghesia e la decadente nobiltà della sua città per spostarsi di qualche chilometro, a Chioggia, e riprendere le povere vite dei pescatori e delle loro donne, una umanità senza ventagli e chicchere in preda a istinti più immediati e a sentimenti più forti, come la gelosia innanzitutto. È solo qualche chilometro, ma è un mondo tutto diverso, che parla anche una lingua diversa, il chiozzotto, quasi incomprensibile ai veneziani e figurarsi al resto del mondo. Ed per per questo che nella sua produzione per lo Stabile torinese il regista Jurij Ferrini utilizza una traduzione in italiano corrente – molto corrente, comprese volgarità e parole grosse – di Natalino Balasso e un adattamento che fa dei tre atti un unico tempo di un’ora e tre quarti. Della malinconia che pervadeva il glorioso lavoro di Strehler con le musiche di Fiorenzo Carpi qui non c’è traccia, o meglio è tutta compressa negli ultimi secondi dello spettacolo con la finta allegria e il matrimonio controvoglia di Checca con Toffolo.

Lo spettacolo è visto come una prova teatrale con il regista/Isidoro che a parte annuncia le scene prima di entrare anche lui nel pieno della vicenda, deus ex machina suo malgrado che rappacifica i contendenti dopo tante baruffe. Della lingua originale rimane soltanto la parlata di padron Fortunato che nessuno capisce, a parte la moglie e il messo di giustizia venuto dal profondo sud e col quale Fortunato intraprende un duetto verbale di esilarante surrealismo. Tra una scena e l’altra risuonano le note magiche della voce da un altro mare, quella di Fabrizio de Andrè di Crêuza de mä.

Con rapidi spostamenti di praticabili su ruote le scene di Carlo de Marino suggeriscono gli ambienti della vicenda: la strada con casupole, la veduta del canale, la Cancelleria. I costumi sono di tutti i giorni, essendo una prova. In fondo alla scena sui loro manichini aspettano gli abiti settecenteschi. Questa sera non sono stati indossati.

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