Il Guarany

Carlo Ferrario, “Campo degli Aimoré”, acquerello per la prima produzione de Il Guarany al Teatro alla Scala, 1870

Antônio Carlos Gomes, Il Guarany

Antônio Carlos Gomes (1836-1896) è l’unico compositore brasiliano del XIX secolo ad aver ottenuto una notorietà internazionale. Figlio di un direttore di banda, dopo aver frequentato il conservatorio di Rio de Janeiro vince una borsa per studiare a Milano dopo il successo delle sue prime opere. Il Guarany, frutto del suo primo periodo italiano, debutta alla Scala il 19 marzo 1870 con enorme esito di pubblico e critica. Entro l’anno l’opera gira per i teatri di tutta Europa e a dicembre è in scena in Brasile.

L’“opera-ballo” è su libretto di Antonio Scalvini e Carlo d’Ormeville. Secondo quanto recita il testo a stampa «questo dramma fu tratto dallo stupendo romanzo dello stesso titolo [O Guarani, 1857] del celebre scrittore brasiliano José de Alencar. I nomi di Guarany e Aimoré, sono quelli di due fra le tante tribù indigene, che occupavano le varie parti del territorio brasiliano prima che i portoghesi vi approdassero per introdurvi la civilizzazione europea. Secondo l’autore del romanzo, Pery era il capo dei Guarany. Questa tribù aveva indole più docile delle altre, al contrario degli Aimoré, che furono sempre i più implacabili nemici dei Bianchi. Don Antonio de Mariz, personaggio storico e non ideale, fu uno dei primi che governarono il paese in nome del re di Portogallo e rimase vittima della barbarie degli indigeni». La vicenda ha luogo a Rio de Janeiro e nei suoi dintorni, nel 1560.

Atto I. Alcuni cacciatori, tra cui Gonzales e Alvaro, sono ospiti presso il castello di Don Antonio. Egli racconta loro che sua figlia Cecilia, insidiata dagli Indiani Aymoré, è stata salvata da Pery, un capo della tribù Guarany a cui Antonio rende onore. Giunge poi lo stesso Pery, di cui Cecilia si è innamorata. Antonio però impone alla figlia di sposare Alvaro. Cecilia non vuole disubbidire al padre, ma quando lei e Pery hanno occasione di restare soli si dichiarano il loro amore.
Atto II. In una grotta nella foresta, Pery ascolta non visto il piano ordito da Gonzales e dai suoi complici: essi vogliono assalire il castello per impadronirsi di una miniera e rapire Cecilia, di cui anche Gonzales è innamorato. Pery minaccia Gonzales e lo disarma, e quest’ultimo, per avere salva la vita, finge di giurare che abbandonerà il paese. Più tardi, Gonzales cerca ugualmente di rapire Cecilia introducendosi nella sua camera, ma viene fermato da Pery, appostato nei pressi. Don Antonio viene così a conoscenza dei piani di Gonzales. Proprio in quel momento comincia l’assalto al castello da parte degli Aymoré, che vogliono vendicare una loro donna accidentalmente uccisa da uno dei cacciatori amici di Don Antonio.
Atto III. Gli Aymoré sono riusciti a rapire Cecilia e l’hanno condotta al loro campo: anche il loro capo, il Cacico, è stregato dalla sua bellezza e la vuole sposare. Pery si è avvicinato al campo nel tentativo di liberare Cecilia, ma viene catturato ed è condannato a morte: dovrà essere mangiato dagli anziani, secondo il rito delle tribù cannibali. Irrompono però Don Antonio e i suoi, che hanno la meglio sugli Aymoré, uccidono il Cacico e riescono a liberare Cecilia e Pery. Alvaro rimane ucciso.
Atto IV. Una nuova congiura di Gonzales e la minaccia degli Aymoré costringono Don Antonio a rifugiarsi nei sotterranei del suo castello; egli non vede altra soluzione che farlo esplodere coinvolgendo nella distruzione i suoi nemici. Pery lo vorrebbe aiutare, ma Don Antonio non accetta. Pery si propone allora di portare in salvo Cecilia, fuggendo da un passaggio segreto: Don Antonio acconsente solo dopo che il Guarany ha accettato di ricevere il battesimo cristiano, rito celebrato dallo stesso Don Antonio. Per proteggere la fuga di Pery e Cecilia, Don Antonio mette quindi in atto il suo piano: avvicina una fiaccola ad alcuni barili di polvere da sparo e tutto precipita su di lui e sui suoi assalitori.

Fin dall’ouverture si intende il carattere del lavoro di Gomes: grandi temi melodici enunciati a piena orchestra e una ricca strumentazione con uno scaltro uso dei fiati caratterizzano lo stile compositivo un po’ pompier del Guarany. La cabaletta con cui si presenta Cecilia («Gentile di cuore | leggiadra di viso, | ho dolce l’affetto | ho vago il sorriso») è tutta trilli, picchettati, colorature, agilità varie e puntature nell’acuto. «L’opera, come Don Carlos e La forza del Destino, si configura quale tentativo di mediazione tra il melodramma italiano e il grand-opéra alla Meyerbeer. L’argomento, che rimanda invece all’esotismo di L’Africaine e Aida, è condotto con singolare energia e rapidità drammaturgica. Il compositore, attento alle esigenze dell’azione, opera senza schematismi, pur articolando la partitura per numeri chiusi; adotta una scrittura colorita, un melodismo forse un po’ ingenuo ma efficace, una condotta orchestrale raffinata, di ispirazione francese. Al grand-opéra guardano soprattutto i finali d’atto, di impianto colossale e di grande effettismo scenografico (si pensi alla scena conclusiva con l’esplosione del castello, che ricorda quella de Le Prophète di Meyerbeer), le grandi descrizione d’ambiente (notevole quella del terzo atto: ‘Ballabile, Baccanale, Invocazione’), il ricorso alla couleur locale ‘autentica’ (ritmi di danze popolari brasiliane e pezzi caratteristici), benché il folclorismo sia più evidente nelle sue prime opere. L’ouverture dell’ultima versione (1871), divenuta una sorta di secondo inno nazionale brasiliano, ha un primo tema energico, che funge da Leitmotiv e conferisce il suo carattere epico all’intera opera, configurandosi come ideale e romantica stilizzazione della musica indigena». (Marino Pessina)

Famosa è l’edizione audio con Domingo, Villaroel e Álvarez diretti da Neschling a Bonn nel ’94, mentre l’unica testimonianza video disponibile è questa del 1996, reperibile in rete, con una messa in scena del teatro dell’opera di Sofia che sfiora momenti di involontario umorismo, ampi tagli, un coro allo sbando e interpreti dall’intonazione precaria. L’unica che si salva è Cecilia, tale Krassimira Stoyanova…

Recentissima è invece la produzione, da parte del solito benemerito e coraggioso Teatro Lirico di Cagliari, di un altro lavoro del Gomes, Lo schiavo, ambientato negli stessi luoghi e negli stessi tempi. Le parole di Alberto Mattioli per quello spettacolo sono in parte adattabili anche al Guarany: «È uno di quei casi in cui scontiamo il fatto di esserci persi per strada un pezzo di Ottocento, e che pezzo. Oggi Meyerbeer e soci sono quasi scomparsi dai cartelloni (ma l’inversione di tendenza è già iniziata, anche se da noi ovviamente non se ne sono accorti), ma nel secondo Ottocento, in Italia, il grand-opéra francese passava per l’avanguardia musicale più à la page e “filosofica”. Da qui il fiorire e il successo della sua versione autarchica, le “opere ballo”, possibilmente su soggetto esotico come questa, che ne riproducevano la formula grandiosa. […] Gomes si muove in quest’ambito […] ma il successo grande anche se non persistente di Gomes si spiega con le sue doti di melodista efficace, benché raramente memorabile. Insomma, siamo in zona Petrella, o Ponchielli».

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