Ruy Blas

Victor Hugo, Ruy Blas

Regia di Yves Beaunesne

Grignan,  14 luglio 2019

Hugo en plein air

«Nel silenzio del giorno che muore, da una delle molteplici finestre a crociera della facciata rinascimentale del castello cade pesantemente un indumento. Solo sul palco nudo, un uomo indossa questa livrea “famigerata”. È il giovane Ruy Blas, lacchè di Don Salluste, un grande di Spagna caduto in disgrazia agli occhi della regina, di cui si vuole vendicare. Così inizia questo romantico dramma in alessandrini, cinque atti creati nel 1838 da Victor Hugo.

Da trentatré anni in Provenza le Fêtes nocturnes de Grignan ospitano nel cortile del castello che si affaccia sul villaggio un titolo scelto per la sua “qualità e forza popolare”, dice Florent Turello, organizzatore di questo festival teatrale. Replicato per tutta l’estate, viene affidato a un regista affermato. Quest’anno tocca a Yves Beaunesne, direttore del Centre dramatique national de Poitou-Charentes, appropriarsi di questo luogo magico a cielo aperto per orchestrare questo intrigo romantico e sociale alla corte di Spagna nel 17° secolo. E lo fa magistralmente.

Don Salluste – Thierry Bosc, machiavellico a volontà – ordina a Ruy Blas di interpretare Don César, uno dei suoi cugini declassati, e di conquistare il cuore di Doña Maria. Il popolano Ruy Blas accetta questo inganno: per lui “verme innamorato di una stella” è una buona occasione per avvicinarsi alla regina che ama segretamente, . Egli prende molto sul serio il ruolo e dal più alto ufficio di stato lavora per combattere la corruzione che affligge il regno di Spagna. La regina finisce per innamorarsi di questo valoroso nuovo primo ministro di cui non conosce la vera identità.

Impostato l’intrigo, la magia della messa in scena può fare il resto. Per guidare questo dramma ferocemente umano e sorprendentemente attuale, Yves Beaunesne si è circondato di due fedeli collaboratori: il designer Jean-Daniel Vuillermoz, che ha firmato i costumi scintillanti del periodo, e il compositore Camille Rocailleux, che ha creato la partitura musicale con accenti piacevolmente spagnoli e in cui viola e violoncello accompagnano le voci di un soprano e di un haute-contre. Ogni scena è un dipinto. In alto, il cielo prende i colori iridescenti del sole al tramonto, poi si scurisce gradualmente quando il giorno lascia il posto alla notte. Al centro, i personaggi intrecciano le loro macchinazioni, amano follemente, soffrono disperatamente su una tavola spoglia inclinata lievemente verso gli spettatori di un pubblico molto vicino.

L’emozione è palpabile quando si apre la porta del castello ed esce la regina di Spagna, solenne, ieratica, come proveniente da un dipinto di Vélasquez, la poverina imprigionata in un abito e un copricapo inamidato come la sua vita d’esilio. Lentamente perde la “armatura” per mantenere solo un vestito fluttuante color sole, promessa di una libertà che sa illusoria. Si ride quando il vero Don César – lo straordinario Jean-Christophe Quenon – ubriaco di vino e disperazione di fronte alla mediocrità umana, si sgola arringando il pubblico arrivando a coinvolgerlo. O quando i signori di Spagna, con i loro cappotti rossi bordati di ermellino e con maschere di animali, si contendono le province spagnole in una cacofonia da cortile. Il pubblico è conquistato». (Laurence Péan)