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Giancarlo Menotti, The Telephone, or L’amour à trois
Edinburgo, 8 agosto 2020
(video streaming)
Il telefono ha perso il filo, ma non il vizio
Per le ridotte dimensioni – due soli interpreti e la relativa facilità di messa in scena – The Telephone or L’amour à trois di Gian Carlo Menotti è da sempre uno dei lavori preferiti per rappresentazioni studentesche, amatoriali o comunque realizzate con mezzi contenuti, e in rete se ne trovano parecchi esempi, più o meno riusciti. Questo, proveniente dall’Edinburgh International Festival dell’estate 2020, appartiene però a tutt’altra categoria: è prodotto dalla Scottish Opera e può contare su due professionisti quali Soraya Mafi e Jonathan McGovern, diretti da Stuart Stratford.
Con la regia di Daisy Evans, la forma è quella di un video pensato espressamente per essere visto da casa in tempi di pandemia. Fa parte della rassegna My Light Shines On, un tributo allo spirito del festival scozzese, nato proprio per portare luce e vita nelle sale che devono rimanere vuote in questo periodo così buio e triste. E quale titolo poteva prestarsi meglio di questo piccolo gioiello di Menotti a un’operazione del genere? Due personaggi, pochi spazi, una vicenda che ruota intorno a uno strumento di comunicazione a distanza: quasi che il compositore, nel 1947, avesse previsto Zoom, WhatsApp e le nostre vite trascorse davanti a uno schermo.
Settantatré anni dopo, infatti, The Telephone ha perso il filo, ma non la sua invadente onnipresenza. Anzi. Il vecchio apparecchio telefonico con cornetta e cavo è diventato uno smartphone, oggetto dal quale è ancora più difficile separarsi, e il cellulare rimane così il vero terzo protagonista di questo amour à trois. Un triangolo amoroso nel quale il rivale di Ben non è un altro uomo, ma quell’aggeggio luminoso e squillante che Lucy non abbandona neppure per un istante.
La vicenda è trasferita al bar del King’s Theatre. Lucy, in attesa del suo Ben, si fa un selfie al bancone con lo spritz in mano: bastano pochi secondi e siamo immediatamente nel XXI secolo. Il telefono non è più un oggetto domestico al quale bisogna avvicinarsi quando suona; è ormai una protesi della persona, sempre a portata di mano e sempre pronta a reclamare attenzione. I continui ringtone interrompono il poveretto ogni volta che tenta di arrivare al punto, mentre le chiamate si susseguono con una frequenza tale che il vero problema, alla fine, non è più trovare il momento giusto per dichiararsi, ma mantenere in vita la batteria. E infatti Lucy deve perfino chiedere un cavo di alimentazione: dettaglio minimo, ma irresistibilmente contemporaneo.
Ben, che vorrebbe semplicemente riuscire a parlare con la ragazza prima di partire, si trova così a combattere contro un avversario assai più temibile di quello immaginato da Menotti. Nel 1947 almeno esisteva una soluzione drastica: tagliare il filo. Nel 2020, invece, il filo non c’è più. E qui la regia si diverte intelligentemente con l’aggiornamento tecnologico: non avendo nulla da recidere, Ben pasticcia con le password del cellulare della fidanzata fino a riuscire a bloccarlo temporaneamente. Vittoria? Macché. È soltanto una tregua, perché contro la telefonia mobile non c’è sabotaggio che tenga.
Il gioco funziona proprio perché Daisy Evans non forza l’opera per renderla “moderna”: le basta sostituire gli oggetti e lasciare che sia la situazione immaginata da Menotti a fare il resto. Se qualcosa è cambiato dal 1947, è semmai in peggio. Lucy allora era schiava del telefono di casa; oggi sarebbe contemporaneamente raggiungibile da chiamate, messaggi, notifiche e social network. Quello che settant’anni fa poteva sembrare una divertente caricatura della loquacità telefonica è diventato quasi un piccolo trattato profetico sull’impossibilità di conquistare l’attenzione esclusiva di qualcuno.
Soraya Mafi presta a Lucy la leggerezza, la vivacità e quella punta di inconsapevole crudeltà necessarie al personaggio: non vuole affatto tormentare Ben, semplicemente il telefono viene prima. Jonathan McGovern costruisce per contrasto un Ben sempre più esasperato, costretto a misurare il proprio sentimento non con un rivale in carne e ossa, ma con una successione di squilli. Tra i due funziona bene quel meccanismo da commedia brillante che Menotti costruisce con precisione quasi cinematografica, nel quale ogni interruzione arriva esattamente quando non dovrebbe arrivare.
Stuart Stratford accompagna il tutto mantenendo intatta la freschezza di una partitura che non ha bisogno di essere appesantita. Menotti sapeva bene quanto il teatro musicale potesse vivere di tempi comici, di gesti, di esitazioni e di improvvise accelerazioni, e The Telephone rimane una piccola macchina teatrale perfettamente oliata. Sotto la superficie della farsa, inoltre, c’è quella capacità tutta menottiana di osservare con affetto le debolezze dei suoi personaggi: Lucy è ridicola, certo, ma non è mai una macchietta; Ben è esasperato, ma la sua disperazione resta teneramente sproporzionata alla situazione.
E così, dopo tentativi, interruzioni, password e batterie scariche, Ben comprende finalmente l’unica strategia possibile. Se non puoi sconfiggere il telefono, devi usarlo. Attraversa la strada e chiama Lucy sul cellulare. Solo a quel punto riesce finalmente a dirle ciò che non era riuscito a comunicarle standole accanto. È il paradosso perfetto: per parlare davvero con la persona che hai davanti, devi allontanarti e telefonarle.
Nel 1947 era una battuta. Nel 2020, in piena pandemia, con milioni di persone costrette a mantenere attraverso telefoni e schermi rapporti che non potevano più vivere fisicamente, assumeva inevitabilmente anche un significato diverso. Proprio per questo la scelta di The Telephone all’interno di My Light Shines On risulta particolarmente felice: la tecnologia che impedisce a Ben e Lucy di comunicare è la stessa che, settantatré anni dopo, permette agli artisti di entrare nelle nostre case mentre i teatri sono vuoti.
Chi mai avrebbe pensato che un’opera del 1947 potesse essere così attuale? Menotti aveva immaginato un telefono con un filo troppo lungo. Noi il filo lo abbiamo eliminato. Il problema, evidentemente, non era quello.
⸪