Die ersten Menschen

Fernand Cormon, Caïn fuyant avec sa famille, 1880

Rudi Stephan,Die ersten Menschen (I primi uomini)

★★★★☆

Amsterdam, Het Muziektheater, 3 giugno 2021

(video streaming)

In principio fu il complesso di Edipo

Allo scoppio della Grande Guerra Karl Kraus scriveva il suo pessimistico Die letzten Tage der Menschheit (Gli ultimi giorni dell’umanità). Nello stesso periodo il ventisettenne Rudi Stephan completava il “dramma erotico” Die ersten Menschen, l’unico titolo operistico della sua breve carriera di musicista.

Considerato una delle maggiori speranze tra i compositori della sua generazione – nacque nel 1887 e morì a 28 anni nella Grande Guerra – Rudi Stephan è ora un autore quasi completamente dimenticato. Sul musicista cadde la maledizione di chi muore troppo giovane e quindi lascia il dubbio di aver raggiunto oppure no la maturità artistica. Per di più non aiutano le parole che sembra aver detto ai genitori prima di partire per la guerra: «Finché non succede niente alla mia testa… è ancora piena di tante cose belle». Sedici giorni dopo moriva sul fronte ucraino con la testa trapassata dal proiettile di un cecchino russo.

Il suo stile musicale è tardo-romantico e proto-espressionista fondendo tonalità e atonalità come nel primo Schönberg. Aliene da intenzioni programmatiche, le composizioni del suo smilzo catalogo sono caratterizzate da titoli neutri: Musica per orchestra (n° 1, 1910; n° 2, 1912-3), Musica per violino e orchestra(1910), Musica per sette strumenti a corde (1907-11), Lieder per voce e pianoforte (1905, 1906, 1907, 1914).

In due atti Die ersten Menschen è la messa in musica dell’omonimo dramma di Otto Borngräber, oggetto degli strali della censura che ne vietò le rappresentazioni in Baviera dopo la prima del 1912: la società cattolica non era disposta ad accettare la riscrittura radicale del racconto della Genesi dove la storia del fratricidio di Caino e Abele era vista in una prospettiva particolare, per non dire blasfema e scandalosa.

La composizione dell’opera si trascinò per un lungo periodo di tempo. Stephan l’aveva iniziata subito dopo i suoi primi colloqui con Borngräber nel 1909 per poi completare il lavoro probabilmente all’inizio del luglio 1914. Molti amici cercarono di sconsigliargli di andare avanti con questo progetto perché riconoscevano chiaramente come il nome di Borngräber non fosse esattamente una raccomandazione. Poco dopo la morte di Stephan, il suo editore Ludwig Strecker scriveva al padre dell’autore: «Lei sa che molto tempo prima che suo figlio iniziasse il lavoro sul dramma di Borngräber ne avevo parlato senza particolare entusiasmo; sì, posso anzi dire che glielo avevo addirittura sconsigliato perché l’opera in quanto tale suscitava seri dubbi, più che giustificati dal suo fallimento come dramma.[…] Da parte mia, continuo a dubitare che possa avere successo, nonostante la bella musica di suo figlio; quel materiale trascina nell’abisso anche la musica più celestiale».

Atto primo. Nella prima famiglia sulla Terra, Adamo (Adahm) si occupa di coltivare la terra, mentre Eva (Chawa) è sensualmentesedotta dalla primavera del mondo. I figli Caino (Kajin) e Abele (Chabel) hanno una visione molto diversa: mentre Chabel è devoto a Dio a cui sacrifica animali, Kajin si sente unito alla natura ed è alla ricerca della soddisfazione dei sensi in una donna «dolce e selvaggia».
Atto secondo. Al calar della notte, Chawa – accecata dal chiaro di luna e da desideri erotici inappagati – vede un Adahm più giovane insuo figlio Chabel. Kajin osserva sua madre rivolgersi al fratello come al suo amore infantile perduto. È l’attrazione erotica di Kajin per sua madre che lo spinge a uccidere il fratello minore. Dopo il fratricidio Kajin scompare nella natura selvaggia mentre Chawa e Adahm rimangono soli a guardare al ciclo della vita e al futuro dell’umanità.

Già nel maggio 1914, prima del completamento dell’opera, fu firmato un contratto preliminare con l’Opera di Francoforte per la prima, che fu fissata per l’inizio del 1915; il contratto definitivo doveva seguire dopo il completamento, a metà agosto e un accordo era stato raggiunto con la casa editrice, ma lo scoppio della Prima Guerra Mondiale vanificò tutti questi piani. Il 2 marzo 1915 Stephan fu chiamato al servizio militare. Usò i permessi di giugno e agosto per accelerare i piani di esecuzione dell’opera: in giugno spedì le partiture per pianoforte e all’inizio di luglio diede l’incarico di iniziare a scrivere le parti per orchestra, ma nel settembre 1915 Stephan ricevette l’ordine di mettersi in marcia. Die ersten Menschen andò in scena postumo il 1° luglio 1920 a Francoforte. Una seconda versione curata da Karl Holl fu presentata invece a Münster nel ’24. L’opera ebbe favorevoli riconoscimenti critici all’epoca per poi scomparire. Negli ultimi anni l’opera è stata riproposta in forma scenica. La base di queste esecuzioni, tuttavia, era la versione Holl. L’opera di Stephan è stata nuovamente ascoltata nella versione originale nel 1998 al Konzerthaus di Berlino in un concerto. Nel 2006 nel 2014 sono state fatte due registrazioni su cd.

In questa produzione dell’Opera Nazionale Olandese l’orchestra del Koncertgebouw in alto sul fondo del palcoscenico è il quinto protagonista: le telecamere indugiano sui singoli strumentisti o sul complesso dell’orchestra nei momenti di più intensa sonorità di questa lussureggiante partitura ricreata da François-Xavier Roth con vigore ma anche trasparenza e grande cura strumentale. Gli influssi wagneriani e straussiani sono evidenti, ma non è lontana l’atmosfera della Verklärte Nacht schönberghiana o delle sinfonie di Skrjabin. Con le spalle ai cantanti Roth riesce a concertare con precisione avendo a disposizione un cast di eccellenti interpreti che affrontano per la prima volta un testo di grande complessità, vocalmente arduo e scenicamente impegnativo. Si devono quindi perdonare loro le occhiate agli schermi che rimandano l’immagine del direttore, impietosamente riprese dai primi piani della regia video. Sul velatino che separa l’azione al proscenio dall’orchestra vengono proiettate le immagine riprese da due steadycam, ma la ripresa video privilegia i primi piani e i dettagli, come le scarpe a stiletto di Chawa, la bocca da cui esce sangue di Kajin o la statuetta ermafrodita e itifallica che Chawa forma con l’argilla – quella con cui sarà ucciso Chabel alla fine di una scena in cui si raggiungono momenti di orgasmo in musica.

Bieito ci mostra gli ambigui rapporti tra i componenti di questa prima famiglia che egli riunisce attorno a un tavolo sormontato da fiori e frutti. Bieito non fa altro che spingere la visione malsana già presente nel libretto e nella musica per offrirci una vicenda contemporanea di desideri indicibili esplicitamente rappresentati. Elementi materici e sensuali pervadono la sua lettura: terra, argilla, sangue, mele da addentare, frutti da cui spremere avidamente il succo. La scenografia di Rebecca Ringst, oltre al tavolo suddetto sotto cui si rifugiano spesso i personaggi, mette in scena una fragile casa di tulle semitrasparente che verrà nel seguito strappato. Nei costumi di Ingo Krügler i due fratelli sono inizialmente in giacca e cravatta, ma finiranno a torso nudo e coperti di terra e sangue dopo la notte percorsa da incestuosi brividi erotici.

Adahm dopo la cacciata dall’Eden ha acquistato conoscenza (lo vediamo infatti utilizzare un laptop) ma è apatico e ha perso lo slancio della giovinezza. Non lo slancio vocale per il basso-baritono Kyle Ketelsen che lo interpreta. Chawa, non lontana parente della Salome straussiana per la stessa morbosa sensualità, ha nostalgia della giovinezza sua e del marito. Annette Dasch si dimostra ancora una volta una cantante dalla magnetica presenza scenica e dalla sicura vocalità. Il Kajin affetto dal complesso di Edipo trova in Leigh Melrose un interprete intenso che non si risparmia in scena, accarezzando la scarpa della madre o lanciando sguardi di disperato desiderio imappagato. Nella sua sua estatica spiritualità e innocenza Chabel arriva a sacrificare il suo peluche preferito, un bianco agnellino che si imbratterà di sangue. John Osborn ne affronta con agio l’acuta tessitura.

All’elenco comprendente Salome (anch’essa liberamente ispirata dal Vecchio Testamento), Sancta Susanna e Lady Macbeth di Mcensk con cui il teatro del Novecento ha messo in musica desideri insoddisfatti e passioni malsane, ora possiamo aggiungere anche il titolo dell’opera di Stephan.

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