Bros

 

Romeo Castellucci, Bros

Moncalieri, Fonderie Limone, 29 ottobre 2022

La macchina collettiva della violenza

All’inizio sono solo macchine. Sinistri, inquietanti totem motorizzati che sondano l’ambiente, con un impatto sonoro tale che all’ingresso del teatro vengono distribuiti dei tappi per le orecchie.

Poi entra in scena un vecchio: è Geremia, l’attore Vale Dellakeza, ultra ottantenne gloria del teatro e del cinema rumeno. Urla le sue lamentazioni («Il Signore stese la mano e mi toccò la bocca, e il Signore mi disse “Ecco io metto le mie parole sulla tua bocca”»), ma queste parole sono pronunciate in una lingua incomprensibile da cui affiorano pochi fonemi famigliari, il che ci porta a prestare un’attenzione ancora maggiore del solito. Drammatica metafora del teatro che non ci dice più nulla.

Arrivano allora loro, gli agenti. Sono “attori” reclutati pochi giorni prima dello spettacolo, non hanno imparato la parte e vanno in scena senza prove, guidati dagli ordini impartiti via auricolari dal regista. Per partecipare hanno sottoscritto un protocollo con cui si impegnano ad attenersi fedelmente alle indicazioni che riceveranno. Il codice comportamentale è distribuito anche agli spettatori e vi si legge tra l’altro: «Sono disposto a diventare un poliziotto in questo spettacolo. Sono disposto a credere di essere un vero poliziotto. Eseguirò tutti gli ordini anche se non li capisco».

Da questo momento si susseguono momenti di grande intensità che sfociano in atti di quasi insostenibile violenza per poi sfociare in tableaux vivants con gli uomini in divisa che ricreano La lezione di anatomia del dottor Tulp di Rembrandt, Il 2 maggio 1808 di Goya o La zattera della Medusa di Géricault. Sul fondo del palcoscenico una strana struttura formata da tubi e grandi bombole nere si trasforma in un possente organo che sputa vapore in sincronia con i suoni della musica tellurica di Scott Gibbons, un momento di intensa teatralità. Alla fine gli agenti, dopo aver partecipato a un raduno capeggiato da un inquietante burattino di legno, si accasciano a terra colpiti da convulsioni come automi fuori controllo. Un bambino appare dietro un simulacro di sipario nero ed è vestito come il vecchio eremita. Il tempo si ripete, oppure si è avvolto su sé stesso? Non è l’unica domanda che pone lo spettacolo Bros, scritto e diretto da Romeo Castellucci, regista ospite anche quest’anno della rassegna teatrale organizzata dal Teatro Stabile di Torino, dal Festival delle Colline Torinesi e dal Teatro Piemonte Europa.

Spettacolo difficile da raccontare e perturbante quanto mai, quello di Castellucci mette in scena la responsabilità individuale e collettiva e il nostro rapporto con la legge. Quanto volte abbiamo sentito rispondere «Ho solo eseguito gli ordini» da chi aveva compiuto i peggiori crimini. L’autorità superiore e l’agire in gruppo, clan, setta, confraternita (Bros è Brothers, fratelli) giustificano le azioni più efferate. Le violenze qui hanno la forma di un rituale: in modo del tutto casuale a turno uno degli agenti diventa la vittima di torture condotte con fredda e gratuita determinazione. I colpi di manganello sul corpo nudo e indifeso sono amplificati in suoni fortissimi, gli spari a salve delle rivoltelle riempiono la sala dell’odore di polvere da sparo che incensi profumati in un braciere tentano invano di coprire, immagini di Beckett, di una zampa d’oca (il passo dell’oca?) sono momenti di lucida ironia.

Il pubblico è inchiodato dalla contiguità tra finzione e realtà. Il senso di pericolo pervade ogni momento dello spettacolo, soprattutto quando i 24 agenti, tutti baffuti e corrispondenti al cliché macho della polizia del vecchio cinema americano, si mescolano tra il pubblico con sguardi freddi ma con un fondo di minaccia. Certo, qui è tutto finzione, il malcapitato sottoposto a tortura si rialza e si unisce al gruppo per un altro giro di violenze contro qualcun altro, ma non si riesce a cancellare dalla mente che queste stesse cose avvengono realmente in questo momento in qualche parte del mondo. Guardare non è più un atto innocente, ha spesso scritto e ripetuto Romeo Castellucci. «L’esecuzione degli ordini sarà la mia oblazione, sarà il mio teatro» è l’ultima delle regole di ingaggio consegnate agli ignari partecipanti.

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