Concerti Salle Gaveau

Tim Mead, controtenore

 François Lazarevitch, flauti e direzione

Parigi, Salle Gaveau, 16 novembre 2022

bandiera francese.jpg  Ici la version française

Antonio Vivaldi: voix, flûte & virtuosité

Inaspettatamente, un recital per solista si trasforma in un concerto con due personaggi: il controtenore e il flautista. Il primo è il controtenore inglese Tim Mead, che dopo gli studi al King’s College di Cambridge e al Royal College of Music di Londra ha intrapreso una carriera che l’ha portato sui maggiori palcoscenici del mondo quale virtuoso di musica barocca e moderna grazie alle qualità di una voce dotata di un timbro sontuoso, di una tecnica eccellente e di uno stile irreprensibile. Mead appartiene alla schiera dei giovani controtenori di ultima generazione che stanno rivoluzionando l’approccio alla musica barocca rendendo questo repertorio una valida alternativa alle opere dell’Ottocento e del e primo-Novecento che affollano i cartelloni dei teatri lirici.

Flautista, esperto e appassionato del repertorio antico e barocco, dal 2006 François Lazarevitch assieme al suo gruppo dei Musiciens de Saint-Julien si avventura alla scoperta di pagine poco conosciute o addirittura dimenticate di tutte le culture musicali, dall’India all’Irlanda. Direttore artistico dell’ensemble, colleziona strumenti antichi e insegna al Conservatorio di Versailles il flauto barocco e la musette de cour, una specie di piccola cornamusa il cui suono inconfondibile è il marchio di fabbrica della musica dei Musiciens de Saint-Julien di cui sono disponibili molte registrazioni.

Non è la prima volta che Mead e Lazarevitch si esibiscono assieme: sul palcoscenico di questa stessa sala nel 2018 presentarono lavori di Henry Purcell mentre questa volta offrono all’ascolto un programma centrato sulla figura di Antonio Vivaldi concertista e operista.

A capo della sua smilza compagine, formata da sei violini, due viole, due violoncelli, contrabbasso, un liuto e clavicembalo, Lazarevitch inizia la serata con un’esecuzione  dell’Ouverture de L’Olimpiade di cui si ammirano lo scatto ritmico e la precisione degli attacchi. L’atmosfera diventa più virtuosistica con il Concerto per flauto a becco in do minore RV441, dove il suono dello strumento si fonde perfettamente con il vibrante timbro dei violini prima di svettare in cadenze solistiche risolte con maestria dal direttore/esecutore. Il bel colore degli archi si ammira ancora di più nel Concerto per archi in sol minore RV157 con quel tema saltellante del primo tempo cui segue il tono patetico del secondo prima del vivacissimo tempo finale. Un’altra possibilità di ascoltare Lazarevitch come solista è data dal Concerto per flautino in Do maggiore RV443, una pagina anch’essa dal brioso virtuosismo e dal trascinante ritmo di danza in cui i ruoli di solista e orchestra si scambiano in un riuscito gioco di alternanze.

Con la voce del controtenore si affronta un ampio stralcio dell’opera per il teatro di Vivaldi. Dell’Orlando Furioso Mead presenta due arie: «Cara sposa», nella versione ricostruita da Federico Maria Sardelli, e «Sol da te, mio dolce amore» in cui Ruggiero ammaliato da Alcina evidenzia la perdita della ragione per «le vaghe luci belle» della maga. Qui il cantante fa sfoggio di mezze voci, lunghe note legate e rapinose cadenze che si alternano a quelle del flauto obbligato che interviene quasi a condividere l’incantesimo d’amore da cui il paladino è preso.

Anche del Giustino si ascoltano due numeri: in «Vedrò con mio diletto» l’imperatore sul punto di partire per la guerra dà l’addio alla moglie Arianna e qui Mead rende le colorature espressive e in linea col tono drammatico che pervade il pezzo, mentre in «Sento in sen ch’in pioggia di lacrime» riscopriamo la grande abilità illustrativa del Prete Rosso che rende con i pizzicati di violini e viole le gocce che cadono. La voce del controtenore qui tende verso affetti contrastanti, anche se non si tratta ancora della tragedia che ci aspetta con «Gelido in ogni vena» dal Farnace: le secche strappate degli archi, i gelidi trasalimenti che richiamano quelli dell’“Inverno” da Le quattro stagioni, le dissonanze stese dall’orchestra sotto il canto attonito di dolore del padre in preda al rimorso di aver fatto uccidere il figlio, o almeno così crede, formano una delle pagine più intense del teatro musicale settecentesco e Tim Mead si dimostra all’altezza dei migliori interpreti di questa celebre pagina.

Di «Qual serpe tortuosa» ci sono due versioni, da L’Olimpiade e da La fida ninfa. In quest’ultima l’aria di Osmino è un bell’esempio di abile scrittura di una linea vocale in cui il cantante dimostra brillante agilità e stile appropriato nelle variazioni del da capo. E da L’Olimpiade, di cui si è ascoltata l’ouverture all’inizio, è il brano che conclude la parte ufficiale del programma: «Gemo in un punto e fremo», l’aria di Licida del secondo atto di grande impatto drammatico per il ritmo incalzante e il contrasto dei piani sonori.

Gli insistenti applausi finali reclamano un bis che viene infine concesso. È un omaggio alla nazionalità del cantante, ma appartiene a un repertorio ben conosciuto da Les Musiciens de Saint-Julien: le antiche danze e ballate inglesi del XVII secolo di cui qui viene dato un assaggio con un bellissimo brano tratto dalla raccolta The Queen’s Delight, “Drive the Cold Winter Away”, intonato con espressività da Tim Mead e proseguito da liuto, violoncello, flauto e infine concluso dall’intervento della musette magistralmente suonata dal bravissimo Lazarevitch.

Da Venezia siamo finiti nelle Highlands, ma il piacere d’ascolto è lo stesso.

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