La favorite

 

foto © Gianfranco Rota

Gaetano Donizetti, La favorite

★★★★★

Bergamo, Teatro Donizetti, 18 novembre 2022

bandiera francese.jpg  Ici la version française

Nell’edizione critica, integrale e nella lingua originale, La favorite inaugura il Donizetti Opera 2022

Era stato l’avvenimento del Donizetti Opera 2019, parliamo de L’ange de Nisida che fu genialmente messo in scena da Francesco Micheli, direttore artistico del festival, in un Teatro Donizetti che era ancora un cantiere per il restauro, con il pubblico nei palchi ancora freschi di pittura e l’azione in platea. Era la prima sfortunata versione – il teatro parigino in cui doveva essere presentata fallì poco prima del debutto – di quello che poi costituirà gran parte della musica de La favorite.

Un piccolo Don Carlos – ma neanche tanto piccolo – per l’ambientazione spagnola e il dissidio tra potere monarchico e religioso che mette uno contro l’altro il re di Castiglia Alfonso XI e Baltazar, superiore del convento di San Giacomo di Campostella, a causa dell’infatuazione del re per Leonora di Guzman, La favorite è forse la più francese delle opere di Donizetti, un tipico grand opéra, quattro atti, balletto, una vicenda in cui gli affari privati si mescolano a quelli di stato, con predominanza però dei primi. Dopo il Guillaume Tell di Rossini fu l’opera italiana più di successo nella Parigi degli anni 1830-1840.

Seppure qui da noi sia stata spesso rappresentata nella traduzione italiana, ultimamente si predilige la versione francese, così come avviene per Les Vêpres siciliennes e il Don Carlos di Verdi: sono opere che hanno un valore in quanto concepite per un sistema produttivo e un contesto culturale differente, di qui la necessità di conservare la lingua originale per preservarne la specificità. Donizetti conosceva bene le esigenze dei teatri d’oltralpe e nelle sue opere francesi si uniformava con abilità ai gusti di quel pubblico. E non si tratta solo dei ballabili: recitativi e arie erano scritti pensando alla «poesia teatrale francese», limitati erano i crescendi e le cabalette che facevano invece furore a Sud delle Alpi. Fu grazie a questa strategia che “Monsieur Donizettì” riuscì a monopolizzare per anni la scena parigina riscattando così l’ostracismo subito dall’opera italiana ai tempi dell’Ancien régime.

Di tutto questo dimostrano di tener conto sia Riccardo Frizza, che dirige l’opera, sia Valentina Carrasco, che la mette in scena. Il direttore, qui di casa, riesce a coniugare due impegni che sembrano contrastarsi, ma che invece devono essere entrambi presenti nella lettura di un lavoro come questo: valorizzare le preziosità e i dettagli strumentali di una partitura che rappresenta la vetta della maturità del compositore bergamasco e nello stesso tempo realizzare la grandiosità di una concezione unitaria di straordinaria teatralità qual è il grand opéra. Sotto la bacchetta di Frizza le arie prendono il volo e i drammatici recitativi assumono un vigore tale da sfociare in quella “scena” che sarà il fondamento del teatro di Verdi. L’alternanza convento-palazzo-convento diventa evidente non solo dal punto di vista visivo, ma anche auditivo, con colori che contraddistinguono i diversi ambienti e snodi drammatici della vicenda. Nella sua lettura il maestro bresciano recupera un numero che dopo le prime repliche fu tagliato ed è presente solo nell’appendice dell’edizione critica: è la cabaletta del duetto tra Léonor e Alphonse, cassata per ragioni politiche, in quanto qui il re si scatena con veemenza contro la Chiesa. Ripristinati sono anche i balletti, ma ne riparleremo a proposito della regia.

Il quartetto vocale sul palcoscenico difficilmente potrebbe essere migliore: Annalisa Stroppa presta il suo grande temperamento e particolare timbro da soprano Falcon, più vicino quindi al registro di mezzo-soprano, a una Léonor de Guzman di grande intensità. Bellezza di fraseggio e sobrietà di accenti conferiscono alla figura dell’infelice donna un’eleganza che non sempre è la qualità precipua di altre interpreti in questo ruolo. Semplicemente stupefacente è Javier Camarena, un Fernand di eccezione non solo per gli acuti che sgorgano con incredibile naturalezza e facilità da una linea di canto di rara perfezione, ma per la sensibilità con cui dipinge la malinconia di un personaggio combattuto tra un sincero anelito religioso e un meno controllabile impulso amoroso. In questo repertorio donizettiano il tenore messicano si rivela quasi irraggiungibile.

Particolarmente malvagio e infido qui è l’Alphonse XI di Florian Sempey, che fu don Fernando D’Aragona nell’Ange de Nisida: il baritono – l’unico cantante di lingua francese, ma per una volta la dizione è curata in tutti gli interpreti – presta la prepotente presenza scenica e la sua autorità vocale per delineare il complesso personaggio tormentato da pulsioni erotiche e gelosie distruttrici in rotta di collisione con il Balthazar di Evgeny Stavinsky, in nuce il Grande Inquisitore dell’opera di Verdi di quasi quarant’anni dopo. Caterina di Tonno è come sempre bravissima qui nella breve ma importante parte di Inès mentre Edoardo Malletti è un efficace Don Gaspar. Il coro Donizetti Opera è rimpolpato dal Coro Accademia Teatro alla Scala. Diretta da Salvo Sgrò, la giovane compagine si dimostra vocalmente e scenicamente spigliata nel seguire le indicazioni della regista Valentina Carrasco che assieme agli scenografi Carles Berga e Peter van Praet (che si occupa anche delle luci) e alla costumista Silvia Aymonino, allestisce uno spettacolo che si rivela imperdibile.

Come nell’altro grand opéra all’italiana, Les Vêpres siciliennes, la regista argentina si rivela convinta a non tentare una strada alternativa al grand opéra, bensì a restituire il genere ma a modo suo, con la sua personalità. Gestualità e movimenti sono magistralmente delineati, le masse dei cori ottimamente gestite, l’attorialià dei cantanti esaltata. E poi, esattamente come nelle “Stagioni” dei Vêpres romani, c’è il momento spiazzante del “balletto”, venti minuti che interrompono l’azione ma che qui sono invece perfettamente integrati nel disegno della regista. Ecco dunque lo “harem” delle vecchie favorite del re – possiamo immaginare come nella sua volubilità il monarca/sultano di turno in quale considerazione tenesse le concubine “utilizzate” e poi scartate – : una ventina di anziane signore, prelevate dalle case di riposo del circondario, hanno qui un loro momento di gloria nel rappresentare le donne dimenticate dal re. Più che un vero e proprio balletto, si tratta di una specie di pantomima coreografata da Massimiliano Volpini in cui le vecchiette passano il tempo ricordando il passato, provando vestiti, truccandosi, coinvolgendo Léonor che è venuta a trovarle in melanconici balli: quello sarà il futuro anche dell’attuale favorita, non c’è da illudersi. Anche l’arrogante Alphonse viene travolto dallo stuolo di vecchiette e ne uscirà malconcio con la faccia coperta dal rossetto delle indiavolate che ritorneranno nel finale ad accogliere il corpo di Léonor morente formando una specie di “Pietà” di grande intensità emotiva. Un momento di grande teatro che suggella un bellissimo spettacolo.

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