Gustave Vaëz

L’ange de Nisida

Photo © Gianfranco Rota

 

Gaetano Donizetti, L’ange de Nisida

★★★★★

Bergamo, Teatro Donizetti, 16 November 2019

   Qui la versione italiana

In a reborn theatre a never born opera.

Before reopening in 2020 after extensive refurbishment, Bergamo’s Teatro Donizetti unlocks its construction site for a never seen opera by its illustrious fellow citizen, L’ange de Nisida first heard in concert in London last year.

In 1839, following the favourable outcome of his Lucie de Lammermoor in Paris, the Théâtre de la Renaissance commissioned a new opera from Donizetti for its coming season. Although completely finished, the work never made it to the stage due to the theatre’s bankruptcy in May 1840, while rehearsals were under way…

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L’ange de Nisida

Photo © Gianfranco Rota

Gaetano Donizetti, L’ange de Nisida

★★★★★

Bergamo, Teatro Donizetti, 16 novembre 2019

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L’opera mai nata. In un teatro che rinasce.

Il Teatro Donizetti di Bergamo, in attesa di essere ri-inaugurato nel 2020 dopo un vasto restauro, apre il suo cantiere per proporre una rarità del suo illustre concittadino, quell’Ange de Nisida di cui l’anno scorso a Londra era stata data un’esecuzione in forma di concerto.

Nel 1839 sulla scia del successo della sua Lucie de Lammermoor il parigino Théâtre de la Renaissance aveva commissionato a Donizetti un nuovo lavoro per la sua stagione successiva. Nonostante fosse del tutto ultimata, l’opera non andò mai in scena a causa del fallimento del teatro nel maggio 1840, mentre erano in corso le prove…

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Lucie de Lammermoor

Gaetano Donizetti, Lucie de Lammermoor

direzione di Evelino Pidò

regia di Patrice Caurier e Moshe Leiser

gennaio 2002, Opéra Nouvel, Lione

È disponibile in rete il video tramesso a suo tempo dalla televisione satellitare francese della produzione di Lione del dramma di Donizetti. Si tratta di una ghiotta occasione per conoscere la versione francese data a Parigi nel 1839 al Théâtre de la Renaissance, due anni dopo la presentazione dell’edizione italiana al Théâtre-Italien in cui si erano esibiti la Fanny Tacchinardi Persiani (del debutto italiano) e Giovanni Battista Rubini. Nel 1846 Lucie de Lammermoor ritornerà, ma questa volta all’Opéra con Maria Dolores Nau e Gilbert-Louis Duprez, colui che aveva creato il ruolo di Edgardo a Napoli il 26 settembre 1835.

Nelle parole dell’Ashbrook ecco le differenze nella bella e concisa versione francese di Alphonse Rouer e Gustave Vaëz: «La partitura venne considerevolmente modificata, principalmente per adeguarla alle limitate risorse finanziarie, nonché artistiche, della compagnia del Renaissance. La prima scena spiega gli antefatti della vicenda in modo piú chiaro rispetto alla versione italiana; i recitativi che inquadrano il Larghetto di Henri sono riscritti e Arthur entra finita la cabaletta di Henri mentre viene ripetuto il coro iniziale, dopo di che tutti partono per la caccia. Non vi è cambiamento di scena prima della comparsa di Lucia, manca l'”a solo” di arpa e la protagonista fa la sua entrata con le arie di Rosmonda d’Inghilterra ora diventate “Que n’avons nous des ailes” e “Toi par qui mon coeur rayonne”. Il personaggio di Alisa è soppresso e la sua parte nel sestetto è assunta da un nuovo personaggio, Gilbert, il quale si presenta come un miscuglio di Normanno e Alisa. Egli esce di scena prima delle arie di Lucia, le quali non hanno tempo di mezzo, dopo che essa gli ha consegnato un borsellino in cambio della promessa di vigilare su di lei. Non vi sono altri cambiamenti importanti nel primo atto. Il recitativo che precede il duetto Lucie-Henri è nuovo e rivela la falsità di Gilbert. La scena fra Lucia e Raimondo è soppressa. Subito prima del sestetto, alcune delle esclamazioni generali sono adattate a voci singole e la stretta conclusiva è molto scorciata. Il terzo atto è alquanto rielaborato al fine di ridurre il numero delle scene richieste. Comincia con il coro nuziale, seguito dall’arrivo di Edgard in casa di Ashton al quale lancia la sfida. Il duetto tenore-baritono è seguito da una ripetizione del coro nuziale, ma quando sopraggiunge Raimond con la terribile notizia, questa è annunziata non piú in un’aria ma in un recitativo di otto battute. Il raccordo fra la reazione del coro alle notizie di Raimond e il recitativo prima della scena della follia (qui nella tonalità originale di Fa) è modificato: due frasi di Raimond, senza commento, del coro. Il recitativo iniziale della scena della follia è lievemente abbreviato, ma le arie sono le stesse, il cambiamento principale consiste nell’eliminazione durante il tempo di mezzo (qui in Mi) dei commenti degli altri personaggi mentre canta Lucia e in un cospicuo taglio prima della cabaletta. Dopo quest’ultima viene eliminato il recitativo di Raimond e Normanno. Durante la scena del sepolcro, tutto resta uguale fino al momento in cui Edgard si pugnala; qui figurano tre nuove battute mentre sopraggiunge Henri per battersi in duello. La seconda esposizione della cabaletta corrisponde a quella della partitura italiana. L’ultima diversità riguarda una parte per Henri aggiunta nel corpo del Più allegro conclusivo. Se si eccettuano i brani di recitativo, Donizetti non compose pressoché nulla di nuovo per Lucie de Lammermoor, falcidiando invece l’originale italiano in modo da rendere l’opera eseguibile da parte di una piccola compagnia. Salvo per quanto riguarda la più chiara esposizione della vicenda, Lucie non può essere considerata come una soddisfacente alternativa alla versione originale in italiano».

Io non sono del tutto d’accordo con lo studioso americano e non lo è neppure Elvio Giudici per il quale nel lavoro dei due librettisti c’è una «migliore modellatura della vicenda, che acquista parecchio sia in comprensione sia in logica di sviluppo pur sfumando parecchie fisionomie la cui sgradevolezza sarebbe invece importante snodo drammaturgico. L’abbastanza repellente figura di Raimondo, classico leccapiedi del potente pronto a ogni riscatto morale pur di favorirne i disegni, perde rilievo circoscrivendo la sua presenza». Diverso il discorso per la parte titolare: l’eliminazione dell’aria “Regnava nel silenzio” sostituita dalla traduzione di “Perché non ho nel vento” della Rosmonda, porta alla perdita del “fantasma” (di cui si è fatto eccessivo uso nelle regie più recenti) e a una minore definizione del personaggio di Lucie – se in scena non ci fosse però Natalie Dessay… Geniale è invece aver eliminato il personaggio di Alisa: Lucie rimane l’unico personaggio femminile in questo universo dominato dal testosterone maschile. Nell’allestimento di Patrice Caurier e Moshe Leiser anche il coro della festa è rappresentato tutto al maschile, le scenografie sono essenziali e tutto è lasciato in ombra affinché risalti la psicologia dei personaggi evidenziati da intensi primi piani dalla regia video. Costumi d’epoca di grande eleganza e luci radenti formano uno spettacolo intrigante.

Non è solo per ragioni di marketing che Sebastian Na è sostituito da Roberto Alagna nell’edizione discografica. Al tenore coreano, di cui si è persa traccia, non è che manchi lo squillo richiesto dalla parte di Edgard Ravenswood, ma a parte la dizione, il tono è generalmente lamentoso. La scintilla fra i due cantanti non scatta mai, nonostante la trascinante direzione di Pidò. Natalie Dessay è una sublime Lucie che fa star male dall’emozione che suscita, purtroppo furono solo due le recite in cui fu presente prima di essere sostituita da Patrizia Ciofi. Un po’ ingessato come il suo solito Ludovic Tézier, l’inesorabile fratello Henri Ashton, ma così risalta meglio il personaggio. Marc Laho è un giustamente fatuo Arthur, Nicolas Cavallier è Raymond (ruolo molto ridimensionato come s’è detto rispetto all’originale Raimondo) e Yves Saelens un incisivo Gilbert, il perfido personaggio nuovo.

Per riassumere, tre sono le edizioni disponibili di questo spettacolo di Lione: il CD Erato con Natalie Dessay e Roberto Alagna; il DVD Bel Air con Patrizia Ciofi e Alagna; la trasmissione video di Mezzo con Dessay e Sebastian Na.

La favorite

Gaetano Donizetti, La favorite

★★★☆☆

Firenze, Teatro del Maggio Musicale, 22 febbraio 2018

(live streaming)

Amore sacrilego e conflitto tra corona e chiesa nell’intimo grand-opéra di Donizetti

Se è complessa la storia compositiva di questo lavoro Donizettiano, non lo è da meno la vicenda delle sue rappresentazioni, con le varie traduzioni dell’originale francese. Quest’ultimo si è imposto finalmente anche qui in terra italica, come in quest’ultima produzione proveniente da Barcellona che per la prima volta viene presentata a Firenze. Giusta e sacrosanta l’idea di optare per la versione originale, che si impone nettamente rispetto alla traduzione italiana, ma qui il francese dei coristi è piuttosto approssimativo e nei solisti le parole talora sono inventate e le frasi incomprensibili.

Il solo con una dizione accettabile è Mattia Olivieri, re Alphonse dalla linea elegante, il canto espressivo e molto sfumato. È la sorpresa della serata e col suo mantello rosso rappresenta una presenza scenica necessaria in tutto quel nero e grigio. Léonor de Guzman è interpretata con intensità dal mezzosoprano Veronica Simeoni, bel fraseggio, timbro piacevole, ma le note estreme sono un po’ intubate. Celso Albelo è come sempre vocalmente strepitoso e per una volta scenicamente efficace nella figura un po’ imbelle  di Fernand. Balthasar nobile ma non di grande carattere quello di Ugo Guagliardo. Ottimo il coro del teatro impegnato in pagine magari non essenziali ma piacevoli.

C’è subito aria da grand-opéra nelle note dell’ouverture, che richiama i temi che ascolteremo nel corso del lavoro. Fabio Luisi debutta da operista nel teatro di cui sarà a breve il direttore musicale e opta per un buon equilibrio tra pomposità francese e cantabilità italiana, senza una sbavatura, mettendo in luce la preziosa strumentazione donizettiana (si trattava di un debutto parigino, il compositore doveva dare il meglio di sé) accompagnando con cura i cantanti in scena. Ovviamente i ballabili sono tagliati, il che rende ancora più atipico questo lavoro ibrido.

Peccato per la messa in scena di Ariel García Valdés: è del 2002 ed era brutta già allora. Ripresa da Derek Gimpel è totalmente priva di una regia per dare significato ai movimenti dei cantanti e delle masse. La scenografia consiste in uno scoglio nero in mezzo al palcoscenico, ovviamente rotante per suggerire i luoghi dell’azione, ma per nessuno di questo risulta idoneo: certo non per il convento del primo atto, non per la galleria da cui si ammira l’Alcazar dell’atto secondo, tanto meno per l’Alcazar del terzo o il chiostro del convento del quarto. Sarebbe piacevole il gioco di luci che colorano il fondo di Dominique Borrini, ma sono brutti gli occhi di bue che seguono i personaggi come in uno spettacolo di rivista. I costumi di Jean-Pierre Vergier rasentano il ridicolo  per le parrucche delle donne e per gli abiti degli uomini: gonna pantalone e cache sex rigonfio, soprattutto quello del re. Ecco dove si concentra il potere…

La musica che si è ascoltato risuonerà a luglio in altra veste: a Londra è prevista l’esecuzione in forma di concerto de L’ange de Nisida, lo sfortunato lavoro che per il fallimento del teatro parigino cui era destinato non poté mai andare in scena e venne frettolosamente rielaborato per il Théâtre de l’Académie Royale de Musique diventando appunto La favorite.

Jérusalem

Giuseppe Verdi, Jérusalem

★★★☆☆

Liegi, Théâtre Royal, 23 marzo 2017

(video streaming)

Il primo Verdi francese

Rifacimento de I Lombardi alla prima crociata di quattro anni prima, Jérusalem è un grand-opéra in quattro atti su libretto in francese di Alphonse Royer e Gustave Vaëz. Rappresentato a Parigi il 26 novembre 1847 è il debutto di Verdi in terra di Francia. L’editore Ricordi l’acquistò come se fosse un’opera nuova e nella traduzione in italiano di Calisto Bassi fu poi data alla Scala nel 1850 come Gerusalemme. Nonostante sia il rifacimento dei Lombardi, la trama è diversa.

Atto I. Tolosa, anno 1095. Il matrimonio fra Hélène, figlia del conte di Tolosa, e Gaston, conte di Béarn, dovrebbe porre fine alla guerra civile fra i due casati e la folla auspica l’alleanza sotto le comuni insegne crociate. Entrano il conte, suo fratello Roger, Hélène e Isaure, dama di compagnia. Giungono anche Gaston e i suoi. I vecchi nemici si stringono la mano e le nozze vengono acconsentite. Ma Roger, attratto incestuosamente dalla nipote, brucia di gelosia, mentre quasi tutti hanno oscuri presentimenti. Giunge il legato papale Adhémar de Monteil che nomina il conte capo supremo dei crociati francesi in Terrasanta. Giuramento solenne, poi tutti se ne vanno. Dalla cappella vicina s’ode un canto di monache. Roger, tornato indietro, è inquieto. Giunge un soldato sconosciuto e Roger lo istruisce: dei due inginocchiati a pregare dovrà risparmiare quello che porta la tunica e uccidere l’altro. Poco dopo dalla cappella s’odono delle grida, ma a cadere sotto i colpi è stato il conte, che, in segno di pace, aveva ceduto la tunica a Gaston. Il visconte viene condannato all’esilio.
Atto II. Palestina, nel 1099. In una grotta Roger, in preda al rimorso, è divenuto un santo eremita. Egli disseta un pellegrino, poi corre a soccorrere i suoi compagni. Giungono due donne, Hélène e Isaure, sulle tracce di Gaston. Esse riconoscono nel pellegrino il suo scudiero e vengono a sapere che il padrone si trova a Ramla. Partite le donne, giungono i crociati francesi con Ademar e un redivivo conte di Tolosa sopravvissuto alle ferite riportate. Quando Roger torna e lo vede vivo e vegeto ha un sussulto, ma non gli si rivela. Chiede solo di poter combattere con i crociati per espiare un antico delitto. A Ramla Gaston è ostaggio dell’emiro. Un ufficiale trascina Hélène, appena catturata che racconta che i crociati del padre non oseranno attaccare. Rimasti soli, i due giovani si abbracciano. Ma l’armata cristiana è vicina. Gaston ed Hélène, lasciati soli dai difensori, tentano la fuga ma sono ripresi.
Atto III. Nell’harem dov’è rinchiusa, Hélène assiste alle danze delle concubine. Entra l’emiro e annuncia che se i crociati attaccheranno la sua testa cadrà. S’ode un gran tumulto: i cristiani sono già dentro Ramla. Giunge Gaston, che si è liberato. Entra vittorioso con i suoi il conte di Tolosa, fa arrestare il suo quasi assassino e, incurante delle smanie di Hélène, la trascina via di forza. Nella piazza di Ramla, i crociati, col conte e il legato del papa, condannano a morte Gaston per l’indomani. Il giovane, disperato, vorrebbe morire subito. Atto IV. Nella valle di Josafat, Hélène passa accanto alla tenda di Gaston. Ademar chiede all’eremita di assistere il condannato. Quando questo è tratto fuori, Hélène, con Isaure, attende l’esito dello scontro. Giunge il conte vittorioso in compagnia di un misterioso guerriero, con la celata abbassata, che si è coperto di gloria: è Gaston, che si rivela a tutti, chiedendo giustizia. Giunge anche l’eremita Roger ferito a morte, ma in tempo per rivelare la verità e contemplare con gioia Gerusalemme liberata.

Con una trama condensata e un tenore in meno, ha alcune pagine nuove, ma mantiene comunque quelle più note, come il coro «O Signore del tetto natio» (che qui diventa «Ô mon Dieu, ta parole est donc vaine») o l’aria del tenore «La mia letizia infondere» («Je veux encore entendre»). Il piglio è diverso e il compositore si adatta al nuovo ambiente non solo con l’introduzione degl’immancabili ballabili, ma anche con un’orchestrazione più morbida che meglio si adatta alla nuova lingua. Ben l’ha capito Speranza Scappucci che in questa produzione dell’Opéra Royal de Wallonie a Liegi non preme sul pedale del tono guerresco ma fin dalle prime note dell’ouverture esalta la musicalità di questa partitura che ha nelle pagine sinfoniche, esemplare quella del «levar del sole», momenti egregi.

Il cast di interpreti ha tre punte di autorevolezza. Marc Laho, il tenore belga che riprende la parte creata per il Duprez, ha timbro simile a quello di Roberto Alagna, grande eleganza e dimostra facilità di emissione nell’arduo ruolo di Gaston, puntature comprese. Altrettanto efficace nelle agilità trasferite dall’italiano al francese è la Hélène di Elaine Alvarez che per di più esibisce un giusto piglio drammatico. I due assieme infiammano il duetto con cui termina il secondo atto. Nel ruolo di Roger si fa notare la maturità interpretativa raggiunta da Roberto Scandiuzzi, ma sono passati vent’anni  dalla sua prima incisione e talora si sentono.

Se la componente vocale è efficace, non altrettanto si può dire di quella visiva. La messa in scena è di vecchia tradizione, con la scenografia di Jean-Guy Lecat rigorosamente simmetrica nei suoi archi e nei suoi pilastri e una regia, di Stefano Mazzonis di Pralafera che non si pone problemi di suggerire qualcosa che vada al di là del convenzionale. In totale discrepanza con la lettura impersonale del regista è invece l’ironica coreografia di Gianni Santucci per i lunghi ballabili del terzo atto, con acrobazie da break dance che contrastano con la gaia musica “ballettistica” scritta dal compositore.

I costumi di fantasia non sfigurerebbero nella Turandot, con l’emiro che sembra un imperatore cinese mentre le guardie sembrano uscite da un film di fantascienza.

Coprodotto con Torino vedremo lo spettacolo al Regio, ma nella versione originale, I Lombardi alla Prima Crociata. Si perderà così il balletto, peccato. Nessun problema per scene e costumi. Che si tratti di Milano o Tolosa, sono comunque avulsi dalla storia.

La favorite

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★★★☆☆

Haute couture in scena

Perché facciano fare ai couturier più famosi i costumi per uno spettacolo teatrale rimane un mistero. Non c’è un caso, dico uno, in cui l’allestimento ne abbia tratto vantaggio, anzi. Non sfugge alla regola nemmeno questa Favorite del Capitole de Toulouse del 2014 ai cui costumi ha messo mano il francese Christian Lacroix: ettometri di sgargiante raso di seta buttati addosso a vanvera sui corpi dei cantanti e del coro. La protagonista sembra aver indossato l’abito al contrario tanto poco si adatta alla sua figura che ne è come imbozzolata. Le gorgiere si accompagnano a cerniere lampo e gonne sbilenche in una commistione di stili che può essere divertente su una passerella, ma risulta fastidiosamente sconclusionata sulla scena.

La regia di Vincent Boussard non osa nessuna attualizzazione o lettura politica o psicanalitica della vicenda, ma riesce ad essere lo stesso assurda con quella onnipresente valigia illuminata dall’interno e la recitazione sopra le righe dei personaggi.

La vicenda dell’ideazione de La favorite, su libretto di Alphonse Royer e Gustave Vaez, è sintomatica del mondo creativo donizettiano: «è un centone: gran parte della musica è quella dell’Ange de Nisida, alcuni spunti derivano da Pia de Tolomei e da L’assedio di Calais, la romanza di Fernand “Ange si pur” è innestata dal Duc d’Aube. Alcuni numeri dell’Ange, a loro volta, erano stati cavati dall’incompiuta Adelaide, opera semiseria basata sul dramma di Baculard d’Arnaud Les Amours malheureux, ou Le comte de Comminge (Parigi, 1790). Anche la scena finale dell’Ange si ispirava al dramma di Arnaud, presentando analogie con il libretto dell’Adelaide e Comingio che Gaetano Rossi scrisse per Giovanni Pacini (Milano 1818). Il libretto in tre atti dell’Ange, di Alphonse Royer e Gustave Vaëz, venne ampliato in quattro atti e adattato alle attese del pubblico dell’Opéra. La vicenda mantenne un impianto drammaturgico abbastanza simile, soprattutto nella seconda parte, salvo alcuni importanti cambiamenti nell’ambientazione e nei ruoli vocali (nell’Ange, Don Gaspar è un basso buffo e la protagonista un soprano di coloratura improntato all’esempio della Lucie francese). Come grand-opéra, La favorite risulta abbastanza atipica: c’è l’ampio balletto, nell’atto terzo, nel quale all’Opéra brillava Carlotta Grisi, futura interprete di Giselle; ma per il resto il coro ha solamente una funzione ornamentale e suggerisce l’opposizione di ambienti, quello austero del convento in cui si apre e si chiude l’opera e quello dai toni sgargianti della corte di Castiglia. L’elemento storico-politico è trascurato, a parte le battute che si scambiano Balthazar e Alphonse, nel momento in cui le ragioni sentimentali del sovrano cozzano contro la ragion di stato e il volere della Chiesa romana: l’episodio prefigura alla lontana lo scontro fra Filippo II e il grande Inquisitore nel Don Carlos verdiano. Del grand-opéra è mantenuta la libertà formale (i numeri non seguono sempre gli schemi pluripartiti dell’opera italiana, spesso si articolano più agilmente), ma la vicenda, nel complesso, è a carattere privato: un dramma intimo, di cui il protagonista è Fernand, che incarna gli ideali dell’amor cortese e rimane vittima del proprio candore di novizio inesperto del mondo. L’opera narra proprio del suo viaggio ‘di conoscenza’: Fernand si allontana dal convento, si scontra con la società, ritorna al convento nell’ultimo atto, perseguitato dal fantasma del suo amore infelice. Il personaggio di Léonor è uno dei primi grandi ruoli ottocenteschi per mezzosoprano; concepita per Teresa Stolz, non presenta caratteri di agilità brillante (a parte la cabaletta della sua aria del terzo atto, della quale la versione originale presenta una cadenza completa omessa nella versione italiana), piuttosto si abbandona a melodie di ampio respiro, soffuse di malinconia, e a frasi veementi e appassionate: sul suo esempio saranno scritte Eboli e Amneris». (Susanna Franchi)

La favorita della vicenda è Leonor de Guzmán, amante del re Alfonso XI di Castiglia (1329-1350), il re della Reconquista del sultanato di Granada. Nella finzione librettistica di Alphonse Royer e Gustave Vaez è il monaco Fernand a guidare l’esercito che riesce nell’impresa. Lo stesso Fernand è però innamorato della Leonor per la quale ha abiurato al suo voto di castità.

Atto I. Nel regno di Castiglia, 1340. Nel convento dei frati di Santiago de Compostela, padre Balthazar nota il novizio Fernand assorto nei suoi pensieri. Fernand gli rivela che è innamorato di una donna di cui non conosce né il nome né la condizione, e decide di abbandonare il convento per trovare la ragazza. Il padre lo avverte delle insidie della vita mondana. Intanto, sull’isola di Leon, Inez e le sue amiche attendono il battello che conduce Fernand alla bella sconosciuta. Fernand la trova: è Leonor, che gli dice di amarlo, ma non potrà mai essere sua sposa. Inez, intanto, avvisa i due che sta arrivando il re. Fernand, ingenuamente, crede che la donna sia corteggiata dal re Alphonse XI di Castiglia, anche se egli è sposato. Per compiacerla, e ascoltando un suo consiglio, decide di seguire la carriera militare.
Atto II. Nei giardini d’Alcazar, Alphonse commenta con Don Gaspar la vittoria sugli infedeli, dove si è distinto il giovane Fernand. Anche se deve ricevere un messo dal papa, Alphonse riceve la sua amante Leonor, con cui da tempo ha una relazione. Leonor si ribella, stanca della sua relazione col re, e lo avvisa di non fare azioni sconsiderate, visto che Alphonse, per amor suo, decide di ripudiare la moglie. Durante la festa che il re ha organizzato per Leonore, Alphonse scopre che Fernand ama la bella, e la Favorita rivela che ella è innamorata di un giovane di cui non rivela il nome. Irrompe Balthazar, messo del papa, che minaccia il re, maledice Leonore, e consegna la bolla papale contenente la scomunica per Alphonse.
Atto III. Alphonse, scoperto che Fernand ama Leonor, decide di farli sposare, per rappacificarsi con la Chiesa. Leonor rimane interdetta, ma decide di confessare a Fernand il passato, e manda Inez a cercarlo. La povera Inez, però, viene arrestata da don Gaspar. Il re nomina Fernand marchese, e viene celebrato il matrimonio dei giovani. Improvvisamente arriva Balthazar, e il giovane capisce che ha sposato l’amante del re, e lancia ingiurie su Alphonse e Leonor, spezza la spada ai piedi del re, ed esce con il padre Balthazar.
Atto IV. Nel convento di san Giacomo, i monaci stanno scavando le loro tombe. Fernand ricorda l’amata Leonor, sul procinto di prendere i voti (Favorita del re… spirito gentil ne’ sogni miei). Proprio Leonor compare, spossata dal dolore e in fin di vita, e chiede perdono a Fernand pregando nella cappella. Subito dopo essere stato ordinato, Fernand incontra Leonor e si sconvolge. Leonor si dichiara innocente, e muore ottenendo il perdono dell’amato.

Concepita per Parigi dove debuttò il 2 dicembre 1840 con grande successo, fu rappresentata alla Scala in italiano in una traduzione di Calisto Bassi nel 1843, dopo un allestimento a Padova dell’anno precedente. In seguito per motivi di censura – la storia di un giovane che abbandona i voti per l’amore di una donna non era facilmente accettabile dalla censura della penisola – subì vari mutamenti di titolo, diventando Elda, Daila o Riccardo e Matilde. Esiste anche una edizione di Francesco Jannetti ancora utilizzata, ma molto distante dall’originale francese, in cui l’intreccio, coerente nell’originale, diviene piuttosto sconclusionato in questa versione. Nel 1860 il finale dell’opera fu completamente riscritto. Per l’edizione de La favorite qui registrata si fa invece riferimento alla versione originale francese con l’espunzione però dei ballabili di prammatica allora. Antonello Allemandi dimostra fin dall’ouverture piena autorità sull’orchestra che sa piegare ai colori cangianti di questo piccolo grand opéra.

La protagonista del titolo ha in Kate Aldrich un’interprete del bel canto (come ha dimostrato a Pesaro nella Zelmira) che qui però manca di sensualità nel suo personaggio. Del tenore di Shanghai Yijie Shi, Fernand, si ammirano lo squillo e lo stile, se non la presenza scenica. Entrambi mostrano incertezze nella lingua, soprattutto il mezzosoprano americano, cosa che non avviene ovviamente nel francese Ludovic Tézier, baritono un po’ sopravvalutato, che finora non si è reso memorabile in nessuno dei ruoli che ha ricoperto, neppure questo del re Alfonso. Ancora più modesti gli altri interpreti.

Il DVD Opus Arte rende bene in HD i colori traslucidi in scena. Sottotitoli in inglese, francese, tedesco, giapponese e coreano.

Rita

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★☆☆☆☆

«Si può picchiar la moglie, | ma non si de’ accoppar!»

Nel 1838 Donizetti è a Parigi, dopo le delusioni e le censure napoletane. All’Opéra-Comique debutta La fille du régiment e all’Opéra La favorite. Nel 1841 in soli otto giorni, il compositore completa le 95 pagine della partitura di Rita ou Le mari battu, farsa in un atto su libretto di Gustave Vaëz, che però verrà rappresentata solo postuma nel 1860. In Italia venne allestita per la prima volta a Napoli nel 1876 con testo in italiano adattato da Enrico Colosimo.

L’altro titolo con cui è conosciuta l’opera, Deux hommes et une femme, rivela l’essenziale della storia e il suo smilzo cast: soprano, tenore e baritono. Rita è vedova di un primo marito che la picchiava. Dopo aver perso tutti suoi beni in un incendio – e anche il marito in mare, crede – si è risposata con il timido Beppe ed è lui ora vittima dei modi maneschi della consorte. La loro vita è scompigliata dall’arrivo di Gaspar, il primo marito di Rita, che si riteneva trapassato a miglior vita e che invece è tornato per chiedere il certificato di morte della moglie, anche lei ritenuta defunta, per risposarsi. Beppe è ben contento di liberarsi della moglie manesca, ma Gaspar propone di affidare al gioco della morra la sorte della donna. Entrambi imbrogliano cercando di perdere, ma alla fine è a Gaspar che tocca Rita, la quale però non vuole sapere di tornare a essere sua moglie. Nel frattempo Beppe scopre di amare la donna e Gaspar può prendere congedo dalla coppia riconciliata.

Gli otto numeri musicali (tre arie, tre duetti e due terzetti) sono collegati da dialoghi parlati nella tradizione dell’opéra-comique. La riscoperta dell’opera negli anni ’60 del secolo passato da parte delle piccole compagnie si deve alla facilità di allestimento nella sua veste cameristica e alla piacevolezza della musica.

Nel 2010 l’Opéra Royal de Wallonie allestisce al Palais Opéra di Liegi la farsa nell’originale francese e la Dynamic registra l’avvenimento.

La Rita di Priscille Laplace ha voce acidula ma in questo caso adatta al suo ruolo di piccola megera. Per quanto riguarda i due maschietti è dai tempi di Pavarotti che non si sentiva una dizione francese così terrificante (Rita d’altronde ci aveva avvisato: i suoi due mariti sono italiani), ma Aldo Caputo non ha la voce di Pavarotti… Sull’interprete di Gaspar, Alberto Rinaldi, è meglio stendere un pietoso velo.

Claudio Scimone in buca non si fa notare per particolari finezze e la regia di Stefano Mazzonis di Pralafera non ci risparmia lazzi e cachinni assortiti.  Come per il recente L’elisir d’amore all’Opéra parigina, Donizetti non ha sempre fortuna in Francia.

Immagine video di scarsa qualità così come l’audio. Sottotitoli anche in italiano.